[Questa è la quindicesima parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. In queste ultime parti traggo qualche conclusione, specialmente sul tema delle lingue. Recupera qui le parti precedenti: 1 – 2– 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14]
CONTINUA…

Vorrei adesso introdurre un’altro spunto di analisi, proponendo alcune affermazioni, stavolta non più di Fatica ma (ahimè) di Wu Ming 4 (al secolo Federico Guglielmi). Ritengo possa essere utile osservare un punto di vista sull’argomento un po’ più sfumato rispetto al netto rifiuto di Ottavio Fatica, e Guglielmi ci offre riflessioni interessanti in tal senso.
Durante il periodo intorno all’uscita della nuova traduzione del Signore degli Anelli, Wu Ming 4 ha difeso con convinzione il coinvolgimento di Fatica nel progetto, adottando la sua linea su buona parte delle sue argomentazioni e scelte traduttive, anche le più controverse, a volte con indubbia coerenza, altre volte destando non poche perplessità. Una di queste riguarda proprio l’ambito linguistico.
Sembrerebbe che nel corso del tempo Wu Ming 4 abbia attraversato diverse “fasi” nel suo rapporto con questo macro-argomento, al punto che mi riesce difficile conciliare certe affermazioni presenti in Difendere la Terra di Mezzo (1ª ed. 2013 – 2ª ed. 2023) con certe altre espresse durante il “periodo di militanza” in difesa della nuova traduzione.
Il Wu Ming 4 di Difendere, infatti, dedica un intero sotto-capitolo del suo saggio (Cap. 3, §5 Il nome, la storia, il suono) alla questione linguistica, e lo fa con grande trasporto, giustamente valorizzando la sua importanza in seno all’opera di Tolkien ed enucleando una serie di concetti che non risulteranno estranei a ciò che abbiamo detto in precedenza. Dopo aver citato la famosa lettera 165 (“Alla base c’è l’invenzione delle lingue. Le “storie” sono state scritte per fornire un mondo alle lingue e non il contrario. Per me un nome viene prima e la storia segue.”), Wu Ming 4 prosegue così:
Sappiamo che la Terra di Mezzo è scaturita dalle lingue immaginarie continuamente rielaborate da Tolkien a partire almeno dagli anni dieci del Novecento. La filologia creativa dell’autore ha prodotto un mondo in cui le lingue inventate potessero essere parlate. La convinzione di Tolkien, infatti, è sempre stata che le parole non fossero meri strumenti del racconto, bensì che in qualche modo lo contenessero.
A questo punto, Wu Ming 4 menziona la questione relativa all’esperanto, e l’idea di Tolkien espressa nella già citata lettera 180. Viene inoltre menzionato un brano dal Vizio Segreto in cui Tolkien chiarisce ancor meglio questo aspetto: “[…] mi permetterei di azzardare che per la costruzione di una lingua artistica veramente perfetta sia necessario elaborare, quanto meno a grandi linee, una mitologia ad essa concomitante” Prosegue WM4:
Mito e linguaggio sono inestricabili. Raccontare storie, subcreare mondi, ovvero creare Mondi Secondari, è ciò che qualifica la mente umana e la spinge a sviluppare lo strumento linguistico, che a sua volta rende possibile coniare le storie: “La costruzione di un linguaggio genererà di per sé una mitologia”. Dunque non si dà lingua senza storia e viceversa. “La lingua ha rafforzato l’immaginazione, e al tempo stesso l’immaginazione ha reso libera la lingua.”
Wu Ming 4, insomma, riconosce a Tolkien il carattere di unicità della sua operazione letteraria (ovvero della cruciale combinazione mito/linguaggio), e non lesina riflessioni particolari su esempi specifici, ponendo l’accento sulle idee-cardine di questa sezione del saggio, ovvero il gioco e l’incantesimo, e su come questi due elementi agiscano sulla costruzione mito-linguistica.
Certo, WM4 legittimamente non si addentra nell’analisi al punto da delineare la stratificazione tra lingua e “traduzione linguistica”: ad esempio prende in esame i termini holbytla e kûd-dûkan, ma manca di sottolineare come il primo (presente nel testo, in bocca a Théoden) sia in realtà la “traduzione anglosassone” che il narratore adopera per rendere il secondo (termine originale in Rohanese, riportato in Appendice F).
Tuttavia, a prescindere da considerazioni sulla “verità in-universe”, WM4 dimostra di essere più che conscio della “poetica dei nomi” di Tolkien, a differenza di quanto sarà Fatica. Parlando dei vari nomi di Saruman (altra “traduzione” dal Westron! Searu-man è “uomo abile” in anglosassone), ecco cosa aggiunge:
[…] Quando poi assume lo pseudonimo di Sharkey si produce un gioco paradossale tra l’idea di uno squalo predatore e l’etimologia fornitaci dall’autore stesso in nota: sharkû = “vecchio uomo”, nella lingua degli Orchi.
Insomma, WM4 assiste con entusiasmo a questi “giochi” che Tolkien intrattiene con il lettore; non sembra infastidito o irritato, anzi riconosce la geniale compresenza di livelli di interpretazione, di interrelazione polisemica e plurilinguistica che queste creazioni generano, e cita contributi critici di altri studiosi internazionali di Tolkien (tra cui Steve Walker, Simon J. Cook, Kullmann & Siepmann, Tom Shippey, Hammond & Scull) per argomentare come “questo lavoro sul lessico non [sia] un artificio tecnico, bensì [faccia] ancora parte dell’incantesimo e [alluda] a una precisa concezione dello sviluppo linguistico. Tolkien ipotizzava che nel corso della storia umana i linguaggi e i miti fossero andati moltiplicandosi di pari passo, muovendo da un’unita originaria, e specificando così la realtà, cioè approfondendone sempre ulteriori aspetti. Giunse anche a tematizzare questa idea narrativamente, proprio nel Signore degli Anelli.”
Ebbene, è difficile non condividere al 100% riflessioni così pertinenti e precise, che richiamano anche le teorie di Owen Barfield espresse in Poetic Diction, e da Tolkien sicuramente assimilate nella sua personale “teoria del mito e del linguaggio” (come dimostra Verlyn Flieger in Splintered Light).
Eppure tutto ciò non fa che aumentare la mia perplessità riguardo a ciò che verrà affermato dalla stessa persona circa sette anni dopo. Per il Wu Ming 4 post-Fatica, infatti, le lingue di Tolkien sembrano essere diventate poco più che un meraviglioso divertissement, spesso incoerente e autoreferenziale. Questa almeno è la mia impressione, leggendo l’articolo dedicato proprio alla summenzionata conferenza di Trento.
Leggiamo direttamente le sue parole, riferite a (e tese a giustificare) le accuse di Fatica riguardo agli anacronismi e alla mancanza di coerenza linguistica interna:
Ma perché tutto questo insistere sugli anacronismi lessicali? In fondo Fatica ha premesso che l’espediente narrativo del Signore degli Anelli è quello del manoscritto ritrovato e tradotto, dunque una parola più moderna può tranquillamente essere imputata al fantomatico traghettatore del testo verso il pubblico odierno. È proprio questo l’inghippo. Fatica “sgama” Tolkien che ricorre al suddetto espediente per garantirsi mano libera nei divertimenti lessicali, per poi diventare etimologicamente seriosissimo quando vuole indulgere nel suo vizio segreto. Così se per caso qualcuno pensava di far risalire il nomignolo “Sharkey” a “shark”, cioè “squalo”, o magari di farlo derivare dal germanico “schorck”, cioè “mascalzone”, svelando il gioco etimologico dell’autore, Tolkien in nota si premura di cambiare le regole: spiacente, ma è linguaggio orchesco, non anglosassone, e significa “vecchio uomo”. Riprova, sarai più fortunato. Inutile dire che giammai si permetterebbe questi giochetti con l’elfico o certe parole-asterisco dell’Old English, laddove invece prende assolutamente sul serio il proprio “vizio”, dedicandosi a ricostruzioni e genealogie infinite.
Questo, ha detto Fatica, è sleale nei confronti del lettore, che non può orientarsi nel rimando di specchi della “traduzione della traduzione” e al tempo stesso però è invitato a farsi linguista e fonoesteta. Nella migliore delle ipotesi questo implica l’uso di due pesi e due misure, nella peggiore equivale a invitarlo a giocare con le carte truccate.
L’unico demiurgo di quel mondo, lingue incluse, è Tolkien stesso, infatti, che stabilisce norme ed eccezioni, etimi anglosassoni e traduzioni da lingue immaginate, scherzo e serietà. A queste condizioni (né potrebbero esservene altre) nessuno può davvero giocare con lui al suo gioco linguistico, per quanti ci abbiano provato e continuino a farlo. Perché la lingua viva, la lingua-mito, in cui lui credeva, esiste davvero soltanto nella storia vissuta, non inventata, e lui questo lo sapeva (non spese a caso la parola “Vice”, vizio appunto), e perché Il Signore degli Anelli non è davvero una traduzione. [enfasi mie, eccetto l’ultima, in grassetto nel testo dell’articolo]
È curioso innanzitutto registrare la differenza di tono tra il brano di Difendere che abbiamo letto poc’anzi e questo passaggio: improvvisamente il “gioco etimologico” su Sharkey è diventato un “giochetto”, qualcosa di furbetto, incoerente, e dunque indigesto e fastidioso. Difficile non vedere in questo cambio di registro null’altro che un tentativo di mostrare continuità con la linea di Fatica.
Abbiamo pur visto che Wu Ming 4 non ha avuto in passato alcuna remora a dare credito alla “filosofia del linguaggio” che Tolkien ha ripetutamente enunciato. Stavolta, invece, è come se volesse suggerire che, nell’affermare che “le storie sono nate dalle lingue e non viceversa”, Tolkien in fondo si sia preso un po’ troppo sul serio, che non vada preso alla lettera, che abbia addirittura esagerato. D’altro canto, l’accusa, qui esplicita e che fa da sponda alle parole del traduttore, è che il rigore di Tolkien si attivi a fasi alterne, secondo convenienza, e che Fatica abbia “sgamato” l’autore in flagranza di vizio segreto. “Vizio”, non a caso.
Considerare la struttura della cornice narrativa del romanzo come un volgare espediente per cavarsi dagli impicci linguistici significa, lo dico senza alcuna ostilità, difettare di una certa forma di sensibilità, che indubbiamente deriva nella maggior parte dei casi dallo studio attento di Tolkien e della sua poetica, ma che in verità può arrivare “intuitivamente” a chiunque sappia perdersi nelle sue pagine.
Questa sensibilità, nella fattispecie, è ciò che ci rende capaci di distinguere il livello dello sviluppo esterno (ovvero come un termine si sia sviluppato nell’immaginazione dell’autore) dal livello dello sviluppo interno (ovvero come un termine si integri nella costruzione di mondo all’interno dell’universo narrativo), e soprattutto accettare che l’autore, più che conscio di questa distinzione (almeno nella maggior parte dei casi! come ha dimostrato anche nelle Lettere), può legittimamente decidere di “giocare” tra questi due livelli, specie se edifica un meccanismo narratologico come quello della traduzione interna all’opera, che fa sì che il Mondo Primario si compenetri con il Mondo Secondario e viceversa.
In tutto ciò, si rischia di tralasciare un’idea fondamentale: andare a fondo in questo genere di questioni non elimina il carattere più “superficiale” legato alla narrazione, ma aggiunge semplicemente un livello ulteriore di riferimenti e possibile approfondimento. La costruzione di Tolkien non vuole affatto costringere il lettore a farsi linguista e fonoesteta; semmai, il desiderio, condiviso da molti lettori, di addentrarsi in queste discipline, ci suggerisce quali siano gli elementi di maggior fascino ed efficacia di questo autore.
Ancora più interessanti dell’articolo in sé sono le discussioni presenti nella sezione commenti. Diversi utenti contribuiscono con osservazioni, pareri concordi o critici, e Wu Ming 4 risponde alle principali obiezioni.

Ad un certo punto si affaccia a discutere anche Claudio Antonio Testi (teologo tomista, studioso di Tolkien e autore dell’interessantissimo saggio Santi Pagani nella Terra di Mezzo), per esprimere alcune perplessità sull’uso del termine “anacronismi” da parte di Fatica (e ripreso da WM4, che su questo gli dà man forte). Poiché lo scambio che segue mi sembra oltremodo interessante, vi linko l’intero thread, e passo adesso ad analizzarne i punti salienti. Afferma Testi:
[…] cosa c’è da “sgamare”? Tolkien poteva introdurre tutti gli espedienti che voleva, e alla luce di questi giustificare tutti gli anacronismi che voleva: perché aspettarsi il contrario?
Nella risposta di Wu Ming 4 leggiamo (enfasi mie):
Passa cioè dalla filologia alla narrativa e viceversa come e quando gli pare. Non c’è una ratio, né può essercene una, perché i due approcci stilistici, in effetti, sono opposti: o fai sul serio o ci scherzi sopra (vedi il giochino Sharkey/Sharku). Invece Tolkien pretende di far entrambe le cose a intermittenza. E certo che può fare tutto, è l’autore, cioè l’autorità, il sub-creatore. Ma l’incoerenza d’approccio resta tale. E Fatica sostiene che questo è anche un escamotage per avere sempre una via d’uscita, necessaria proprio perché l’architettura – linguistica e narrativa, con tanto di espediente del manoscritto ritrovato – è talmente impostata da richiedere l’impossibile: cioè che “Il Libro Rosso della Marca Occidentale” esista davvero e che esistano davvero la lingua e le lingue immaginarie in cui sarebbe stato scritto.
Testi ribatte, sostenendo che una ratio in realtà ci sia eccome, per quanto altri non riescano a vederla:
[…] per Tolkien filologia e narrativa sono un’unità inscindibile, per cui considerare questa una “incoerenza” è mettere tra parentesi un punto fondante dell’opera tolkieniana.
Lo scambio prosegue fitto, e interviene anche Roberto Arduini (all’epoca presidente AIST e in prima fila tra i promotori del progetto della nuova traduzione del SdA), al quale improvvisamente sembra non andar più bene il meccanismo su cui si fonda l’intero impianto narratologico del romanzo:
[…] quando si apprende che nomi familiari come, per esempio, Sam e Merry si chiamavano in realtà con i nomi stranieri di “Banazîr” e “Kalimac”, e che la Contea era in realtà chiamata “Sûza”, la realtà secondaria costruita nel Signore degli Anelli improvvisamente diviene estranea ai lettori, la cui risposta viene così sottovalutata. Il traduttore-redattore all’interno dell’opera prima richiama l’attenzione sul fatto che la lingua può essere il fondamento di entrambe le realtà e, al tempo stesso, lascia poi che questa credenza collassi.
Non posso fare a meno di pensare che persone così esperte della materia abbiano capito perfettamente quale sia il punto sollevato dalle critiche (più che fondate) di Testi; tuttavia ho l’impressione che la solerzia con la quale si affrettano a rispondergli sia dettata più dall’«urgenza» contingente di legittimare e avallare le uscite di Ottavio Fatica, dalla necessità di fare fronte comune per difendere l’operazione di traduzione, che da un autentico afflato per il dibattito. Infine giunge la replica di Wu Ming 4, che ribadisce la sua posizione sugli “anacronismi”:
L’incoerenza nel Signore degli Anelli è stilistica, ma ha comunque a che fare con l’anacronismo, perché il fantomatico traduttore dal Westron decide arbitrariamente di ricorrere, riportare termini anglosassoni, termini obsoleti e vecchie accezioni, il che presuppone un’attitudine filologica, ma non si fa scrupolo di utilizzare oggetti a noi contemporanei per le sue metafore e immagini figurate, dimostrando poca o nulla attitudine filologica in questo, dato che di certo nel fantomatico Libro Rosso originale non potevano esserci riferimenti ai treni, citazioni bibliche, neologismi contemporanei, driadi eccetera. La cosa bella è che tutto questo non toglie che l’incoerenza stilistica/anacronismo possa essere comunque un punto di forza del successo del romanzo, ovvero un’originalità accattivante per i lettori. [Come è umano lei!]
Sostenere che Tolkien dimostri poca o nulla attitudine filologica adducendo come prova l’uso nel testo di metafore e immagini figurate (come “narratore leggendario”, non in bocca ai personaggi!) mi sembra quanto meno azzardato. Gli “anacronismi” (termine infelice utilizzato da Fatica, che abbiamo già spiegato da quali premesse di ignoranza derivi) non sono realmente tali, ma, come abbiamo detto, pertengono al meccanismo narratologico della “traduzione del Libro Rosso”, ovvero rientrano in quell’intercapedine che l’autore frappone tra il fantomatico testo originale e il testo di cui fruiamo quando leggiamo Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli. Il motivo, dichiarato nelle introduzioni a questi romanzi, è quello di risultare il più possibile vicino alla sensibilità del pubblico moderno, pur riportando “storie di tanto tempo fa”. Tutto ciò non è dissimile dall’artificio letterario presente all’interno dei Promessi Sposi, ribadisco, perciò davvero faccio fatica a comprendere queste resistenze ad accettare il “patto”. Si tratta di un artificio narratologico vecchio quanto la storia della letteratura, che in Tolkien risulta apparentemente più complesso a causa dell’intreccio con la dimensione glossopoietica, teorizzata come intrinseca alla natura del mito – e perciò specifico e cifra della letteratura tolkieniana. Questo modo di narrare, oltretutto, dà conto di un guizzo da vero “letterato” (più che da “scrittore”), di uno strategemma mimetico che cerca di riprodurre il funzionamento dell’evoluzione delle fiabe e dei miti, in analogia con altri esempi (frequentissimi in simili ambiti) di retelling.

Di molte celebri fiabe, infatti, il nucleo narrativo originario affonda le radici in una trasmissione orale risalente addirittura al periodo neolitico (oltre 5500 anni fa), e in seguito diffusasi presso differenti tradizioni culturali. Come Tolkien stesso puntualizza in On Fairy-Stories, le fiabe possono avere diversa “origine”: (1) evoluzione indipendente (o “invenzione”); (2) discendenza da una matrice comune; (3) diffusione attraverso varie epoche a partire da uno o più centri. In alcuni casi è effettivamente complesso stabilire quale di queste ipotesi si applichi, o se più di una siano compartecipi nel processo, ma è incredibilmente rilevante che del soggetto di una fiaba come Cenerentola, ad esempio, esistano tracce di antiche versioni native americane e giapponesi, con uno sviluppo e una tradizione del tutto indipendenti dalla nostra mediterranea/occidentale. Quest’ultima, plausibilmente iniziata in Egitto con la storia di Rodopi, e poi approdata alle coste dell’Europa in un’epoca imprecisata, è stata in seguito ri-raccontata fino a cristallizzarsi nella forma (La gatta Cenerentola) presente nel Cunto de li Cunti (1634-36) di Giambattista Basile (ripresa da Charles Perrault nel 1697, a sua volta riformulata nel 1812 dai Fratelli Grimm, la cui versione è quella divenuta iconica e maggiormente “riprodotta” in età contemporanea). Ne esiste perfino una versione popolare siciliana (Dattero-beldattero, inclusa in Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani [1875] di Giuseppe Pitrè), e potrei continuare il novero.
Ovviamente non esiste una versione “più canonica delle altre”: le più recenti costituiscono appunto dei retelling di un “core narrativo” più o meno invariato; l’ambientazione, i dettagli, i riferimenti culturali, gli stilemi, sono andati incontro a trasformazioni, carpendo dalle versioni anteriori il “succo” della storia, ma mutando nomi e lingue… esattamente come Tolkien “finge” che sia accaduto con la sua “traduzione dall’Ovestron” rispetto al contenuto originario del Libro Rosso; per il resto del Legendarium si possono formulare teorie analoghe, in cui complice di questa tradizione plurilinguistica e multiculturale diventerebbe il copista anglosassone Ælfwine, possibilmente uno di tanti tasselli di questo percorso.
Dunque no, nessuna “mancanza di attitudine filologica”, semmai il contrario: siamo di fronte ad un’operazione mimetica dei più profondi meccanismi di tradizione culturale del mito e della fiaba, della trasmissione millenaria di archetipi narrativi, che sfidano qualunque barriera dello spazio e del tempo, o forse (e mi riferisco alla suggestiva ipotesi della “evoluzione indipendente”, che gioca senz’altro una componente insieme alle altre due ipotesi sull’imprestito nello spazio e nel tempo) attingono a qualità, sensibilità e inventiva universalmente inscritte nella genetica umana, che emergono a distanza in contesti diversi e tra loro non comunicanti. Jung avrebbe parlato di inconscio collettivo, Tolkien si “limita” a registrare e dar conto della presenza di archetipi narrativi universali, come possono essere la lotta contro il “drago”, il diluvio (o la “Grande Onda”!), la fanciulla imprigionata dalla bestia, il furto del tesoro ai danni del gigante, il patto con la diabolica creatura sovrannaturale.
Per quanto mi riguarda, dunque, le affermazioni di Testi (sulla sinergia irriducibile tra filologia e narrativa) sono constatazioni limpide e incontestabili: gli espedienti linguistici e narratologici sono adottati dall’autore nel suo pieno diritto, anzi rappresentano una delle ragioni per cui la sua letteratura è così sofisticata e universale; tuttavia per me una simile spiegazione non è ancora pienamente soddisfacente, perciò vorrei integrare questa idea con una riflessione ulteriore, in parte già affrontata: vi è da parte di Tolkien una precisa scelta stilistica e tematica nel tramandare filologicamente certe nozioni (ad esempio la cultura e la lingua elfica, che sono riportate così come sono, ovvero non tradotte) e adattarne più liberamente altre (ad esempio le culture e le lingue umane, come la Sôval Phârë e il Rohanese, rese rispettivamente da “traduzioni” in inglese moderno e da anglosassone). L’intento, dichiarato, è dar conto del “gradiente” tra Mondo Primario e Mondo Secondario, fin nelle sottigliezze della lingua. Ciò che è più remoto e perciò “prezioso” deve essere trasmesso in maniera più “pura” e inalterata, in quanto vestigia di un Mondo Secondario (Feeria) pervaso di alterità.

Pensiamoci un attimo. Nessuno ha obbligato Tolkien a non introdurre ulteriori formule linguistiche in-universe nel testo che noi leggiamo, in altre parole: a non utilizzare kûd-dûkan anziché holbytla (e kuduk anziché hobbit), Sûza anziché Shire, Banazîr e Kalimac anziché Samwise e Meriadoc.
Se ha inventato questi esempi, avrebbe potuto allo stesso modo inventarne anche altri, e risparmiarsi (e risparmiarci) l’intercapedine del “traduttore del Libro Rosso”, presentando un testo già “in Westron” (non al 100%, ma quel che fosse bastato per la finzione letteraria – e a questo punto privo di “anacronismi”!). Il mio punto è che se non lo ha fatto è stato per precise ragioni (fonoestetiche, linguistiche, di efficacia narrativa, di “familiarità” presso i lettori, di artificio narratologico per supportare l’idea della cornice narrativa, di varianza di tono, che può così andare dal fiabesco all’epico al moderno al lirico, etc etc etc). Arduini obietterebbe che il vero motivo è che sarebbe stato impossibile scrivere un’opera che fosse formalmente diegetica nella sua interezza (ovvero, scritta direttamente in Westron), nonostante Tolkien avrebbe desiderato ardentemente poterla scrivere in “elfico” (cfr. Lettera n. 165). Però, anche qui, pensiamoci: avrebbe potuto eliminare questa ambiguità e stabilire che la lingua-matrice fosse, ad esempio, l’anglosassone (come avveniva nel Qenta e negli Annali vergati da Ælfwine)? Certo che avrebbe potuto, ma perché avrebbe dovuto farlo?
Alla luce di tutto ciò, non mi sembra che lo “stile incoerente” di Tolkien costituisca un arbitrio particolarmente assurdo, o addirittura “paradossale”, come vorrebbero suggerire Guglielmi e Arduini (in realtà solo per difendere Fatica), anzi mi sembra che la “concessione” finale di WM4 descriva esattamente il caso in questione: quella che lui definisce incoerenza stilistica è uno dei punti di forza del romanzo, e Fatica, criticandola, da un lato dimostra di non aver accordato il proprio sentire al senso dell’opera, dall’altro lato abusa del proprio ruolo di traduttore e sconfina nel campo del critico letterario, pretendendo di stabilire lui cosa l’autore possa o non possa fare. E gli altri dietro, a rincarare la dose con simili “raccomandazioni” fuori tempo massimo.
Ma tornando a noi: il Wu Ming 4 “del nuovo corso”, così parrebbe, non è affezionato agli escamotage linguistico-narrativi di Tolkien quanto è invece intenzionato a dare risalto a Tolkien nella sua veste di “autore inglese del XX secolo”, a esaltarne il carattere di englishry, mettendo in secondo piano altri suoi tratti – a mio parere più distintivi. In un commento in risposta ad un altro utente scrive:
[…] decenni passati a dire che la creatività di Tolkien muoveva dal linguaggio e nessuno in Italia si era mai preso la briga di realizzare il suo stile nella lingua madre, quella in cui scriveva e concepiva le sue storie, cioè l’inglese moderno. E magari però studiavamo l’elfico… [enfasi mia]
Come a dire: “voi nerd italiani, che aderivate senza farvi domande alla traduzione di Vittoria Alliata e vi perdevate in questioni giocose come lo studio delle lingue secondarie, avete perso di vista il vero stile di Tolkien, concentrandovi su bagattelle anziché focalizzarvi sul vero cardine di questo autore (il suo particolare uso dell’inglese)”. Ora, indelicate frecciatine (a GC) a parte…
Sono molto in difficoltà, e non riesco a pensare che ad una cosa: in questa frase compare esattamente quel concetto che Tolkien cita in English and Welsh e di cui abbiamo già parlato, ovvero la “lingua madre” [cradle-tongue]. Voler “confinare” Tolkien e il suo stile alla sua lingua madre, negargli la ricerca esistenziale, da lui teorizzata e perorata, di una “lingua nativa” [native language] è davvero miope, a dir poco.
Il vero lascito di questo autore risiede proprio, in un certo senso, nell’invito alla ricerca individuale di questa native language. La sua era probabilmente il Quenya, cui era giunto imbattendosi nella “cantina di vini pregiati” del finlandese ed elaborando creativamente a partire da quella base; ma ciò che intendeva dire è che ciascuno di noi aspira alla propria.
Vi sono tanti eccezionali autori anglofoni, nello stesso ‘900, che hanno innovato l’uso della lingua, creando esperienze letterarie formidabili e vertiginose: Eliot, Joyce, Beckett, Woolf, Lawrence, Faulkner, Steinbeck, Hemingway… Almeno tre/quattro generazioni di grandi geni che hanno praticamente creato la letteratura contemporanea in lingua inglese. Da questo punto di vista (e mi scuso se sembrerò tranchant) Tolkien non è che uno di loro, un “normale letterato”, non ha nulla che lo renda “migliore” di tanti altri.
Quello per cui Tolkien verrà ricordato è il mondo che ha costruito! Con tutte le sue caratteristiche, la sua impalcatura linguistica così profondamente coerente, costruita con amore, come se fosse un’opera d’arte essa stessa. E infatti potremmo ben dire che la sua opera d’arte non siano solo i romanzi, o di certo non lo sono prioritariamente o primariamente. La sua opera d’arte (intesa come “la sua eredità, il suo contributo”) è costituita dalla lingua e dal mito concomitante ad essa. Le lingue, ci dice Tolkien, sono opere d’arte cesellate nel corso di tanto tempo da tanti ignoti, anonimi artisti che si sono avvicendati nel processo.


Dunque mi sento di poter dire che chi, come tanti studiosi e appassionati, si è dedicato allo studio delle lingue secondarie, non abbia fatto qualcosa di ozioso. Addentrarsi tra le pagine di Parma Eldalamberon o di Vinyar Tengwar, decifrare gli script tengwar o runici, lambiccarsi il cervello sulla fonologia, la grammatica, la morfologia, il lessico, riuscire a mettere tutto ciò in relazione con le storie e con la cultura del nostro mondo, produrre risorse per l’approfondimento e la condivisione collettivi, spendersi in teorie, discussioni, ricostruzioni, traduzioni, neologismi, significa vivere la legacy di Tolkien in maniera non meno viva e vibrante rispetto a chi ne ha vissuto solo la parte narrativa. Anzi, mi verrebbe da dire, citando Agostino di Ippona, “qui bene cantat bis orat”.
Pertanto le allusioni malcelatamente denigratorie di Wu Ming 4 sono incredibilmente fuori luogo. Se davvero volesse argomentare che “studiare l’elfico” sia un’attività da perdigiorno, beh allora dovrebbe rivolgere questa sua critica direttamente a Carl Hostetter, Christopher Gilson, Patrick Wynne, Arden Smith, Bill Welden, David Salo, Helge Fauskanger, Philip Strack, Ryszard Derdziński, Edouard Kloczko, Jim Allan, Larry Krieg, Paula Marmor, Lisa Star, Edward Vajda, Fiona Jallings e molti altri.
Se davvero intendesse scorporare lo studio della “teoria” dalla sua “messa in pratica”, allora farebbe prima a polemizzare con Verlyn Flieger, Tom Shippey, Michael Drout, Corey Olsen, Christopher Tolkien stesso.
TO BE CONTINUED…
Risorse multimediali:
Di seguito il sesto e ultimo video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza, che funge da epilogo e conclusione:




