[Questa è la settima parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. Recupera qui le parti precedenti: 1 – 2– 3 –4 – 5 – 6]
CONTINUA…
Allora, è una cosa un po’ più severa, cioè volevo dire che più tu fai un altro mondo di fantasia più si sente la mancanza del resto. Se tu fai un racconto di un povero tapino che si fa una frittatina, esce dal palazzo, già hai rotto come è fatto il mondo. Se tu dici che c’è un popolo in mezzo che sta in una regione che non esiste, confinavano con gli altri, magari se fosse stata la realtà in quell’altro paese ci poteva essere la peste. Oppure avevano importato i prodotti da quell’altra parte. Quando tu scrivi un libro nella presunta realtà (questa qui) tutte queste cose ci sono. Per quel libro non importa che quegli altri in America stanno fumando, però devono esistere perché tu possa fare la tua stupidaggine qui, capisci? Mentre invece qua più costruisci quello più si sente la mancanza di tutto il resto. Siccome lui ha fatto una bella costruzione, geograficamente abilissimo, tutti questi interferiscono con il reale “normale”, e può darsi che da quei confini sarebbero entrati altri popoli, capisci? se fosse stata la realtà vera. Le cose che lui fa sono solo di lingua, sono funzionali alla narrazione. Nella realtà non è così, c’è tutto il resto.
Da questo passaggio in avanti, come accennavo, Fatica attacca direttamente il concetto di worldbuilding.
A mio parere, il suo discorso è così radicalmente scettico e ottusamente intransigente che, se dovessimo attenerci a quanto dice, tre quarti della letteratura mondiale sarebbero da buttar via, o comunque da considerare condannati ad una incoerenza intrinseca.
Trovo opportuno rispondere direttamente con le parole di Tolkien:
Ogni scrittore che crei un mondo secondario, una fantasia, ogni sub-creatore, probabilmente desidera in parte almeno essere un creatore effettivo, o almeno spera di attingere alla realtà: spera che l’essenza propria di questo mondo secondario (se non ogni suo particolare) derivi dalla Realtà oppure ad essa confluisca. Se riesce a conseguire una qualità che possa essere a ragion veduta fatta coincidere con la definizione del dizionario, «intima consistenza della realtà», è difficile capire come ciò potrebbe accadere se, in qualche modo, l’opera non partecipasse della realtà.
[dal saggio Sulle fiabe, enfasi mia]
Il discorso di Tolkien è talmente limpido che non perderò tempo a spiegarlo o integrarlo.
La “Realtà” e il Mondo Secondario sono comunicanti, e l’uno si nutre dell’altro, questo è il punto che a Fatica manca completamente. Per questo traccia una netta distinzione tra le storie ambientate nella “presunta realtà” e le storie che invece tentano (secondo lui tentativo sprecato, per il cui gioco non vale la candela) di edificare un mondo proprio. Tolkien è convinto (e la sua fiducia mi risulta a dir poco commovente) che quel mondo partecipi della realtà, ma poco più avanti dice cose ancora più sconvolgenti, a proposito della Grande Eucatastrofe del Vangelo, ovvero che “questa vicenda ha penetrato di sé la Storia e il mondo primario”, che “non è difficile immaginare l’eccitamento e la gioia particolari che si proverebbero se una fiaba di straordinaria bellezza risultasse «primariamente» vera, e la narrazione essere storia, senza che con ciò vada necessariamente perduto il significato mitico o allegorico da essa posseduto”.
Dunque il Mondo Secondario, “inverato” e santificato dalla Fiaba di tutte le fiabe (il Vangelo), influenza e determina la Realtà almeno quanto avviene il contrario.
Mi scuso se questa sembrerà una riflessione più “filosofica” che concreta, ma vorrei assicurare che è la più concreta e pertinente che si possa avanzare, specie se vogliamo comprendere la prospettiva di Tolkien.
Vorrei ora, per contrasto, riportare un paio di affermazioni di Fatica, innanzitutto riguardo al tema della sub-creazione e della credenza secondaria.
Una soluzione dettata da esigenze narrative, frutto magari dei calcoli a ritroso dell’autore, assurge a destino, come talora lo chiamano gli esseri umani smarriti nel mondo primario. […]
Imbeccato dall’autore, Gandalf pensa, si fa per dire, quel poco che necessita alla storia, e a quello si attiene. […] [Il discorso di Gandalf su Gollum] ha senso nel mondo secondario, simulazione del reale e convenzione narrativa. Non c’è caso lì. Lì c’è sempre chi tiene le necessarie fila saldamente in pugno, e tira solo quelle che fanno al caso suo: l’autore, Rex mundi, di quel piccolo mondo. Tolkien, elfo in pectore, lo chiama, con falsa modestia, subcreatore.
[da Fidarsi del racconto: ritradurre Il Signore degli Anelli
in “Quaderni di Arda”, Vol. II, 2021]
La seconda affermazione di Fatica che vorrei menzionare, immediatamente successiva alla precedente nel testo degli atti del convegno di Trento, riguarda ancora il suo scetticismo per la costruzione di mondo, qui con l’ausilio (suo malgrado) del povero W. H. Auden:
«Se ne sapessimo di più sulle ragioni storiche dell’inimicizia tra Gondor e gli Haradrim» auspicava Auden. È tara connaturata ai mondi secondari: e più sono elaborati, più si avverte la mancanza di tutto il resto. Anche se noi tendiamo a scordarlo, a darlo per scontato, nel mondo primario tutto il resto c’è: e fa la differenza tra i due mondi. Paradossalmente invece, più l’autore dà corpo, verbale, a un mondo secondario, più dovrà rendersi conto che è intrinsecamente manchevole, composto com’è dei soli elementi funzionali alla narrazione. Auden s’interroga anche su come avrebbe potuto essere diversa la vita di Gollum se Deagol non avesse pescato l’Anello. Pia illazione. Questo si può dire, peraltro sempre invano, nel mondo primario, e forse neanche in quel caso, se il caso non esiste e tutto è scritto anche qui; se si ha una fede. Nel mondo secondario lo stretto indispensabile è dosato con il contagocce dal demiurgo in carica, nella fattispecie Tolkien.

Non trovate questi passaggi agghiaccianti, oltre che illogici?
Fatica ritiene che i personaggi del SdA agiscano unicamente per ragioni “di comodo” all’interno della storia, essendo mere funzioni dettate da esigenze narrative, e che Tolkien le utilizzi per “barare” e far accadere ciò che vuole lui. Un accusa che mi sembra davvero sciocca, dal momento che potrebbe essere rivolta a chiunque scriva narrativa – qualunque autore è demiurgo del proprio mondo, fantasy o meno, e nel pieno diritto di condurre la narrazione secondo le regole che ritiene più valide all’interno del proprio sistema.
Quale autore permette che la propria storia sia sospinta totalmente dal caso? Non sarebbe impossibile, a quel punto, veicolare qualsiasi cosa attraverso un’opera di narrativa?
Voglio dire, esistono assolutamente opere in cui l’autore si estromette dal controllo totale sulla sua storia, ma questo è più che altro un artificio, una strategia per indagare possibilità altre di un rapporto tra l’artista e la sua arte; però tutto ciò è totalmente non pertinente con l’indagine di Tolkien: ancora una volta si fa “benaltrismo”, e si cerca di trascinare il povero autore per il bavero su un terreno che lui non ha mai inteso calpestare, rimproverandolo di non essere abbastanza “moderno”.
Per inciso, Tolkien non era affatto un anti-moderno, era semmai un pre-moderno, per sensibilità.
Cercare di “traghettare” il meglio della tradizione nella modernità è uno degli atteggiamenti più moderni che si possano dare, come suggerisce anche Tom Shippey ponendolo come “author of the century”.
Per quanto riguarda il povero W. H. Auden, Fatica prende in giro la sua pia illazione riguardo a cosa sarebbe successo a Sméagol se le cose fossero andate diversamente. Forse non sa che anche Tolkien, sia nel corso della stesura sia nel rispondere alle domande postegli dai lettori, era molto versato sui what if legati alle sue storie. Non c’è nulla di male nell’interrogarsi sui se, in presenza di storie come Il Signore degli Anelli, che indagano a più riprese sui temi della scelta e del destino. Molti analisti dell’opera di Tolkien hanno avanzato simili “illazioni”, per il puro gusto di farlo (non c’è nulla di male) o per tentare delle riflessioni che si librassero dalla base del testo e traessero il generale dal particolare. Non è forse questa una delle funzioni principi della letteratura, fin dai tempi di Aristotele?
Ma l’ingenuità di Auden non finisce qui, secondo Fatica: osa auspicare che dietro le allusioni pseudo-storiche di Tolkien vi sia della sostanza, e dunque in questo modo mette in luce (involontariamente) una “tara connaturata ai mondi secondari”: se hai congegnato una buona ambientazione hai sbagliato! perché la gente “avvertirà la mancanza di tutto il resto”.
Capito, Tolkien? Facevi meglio a scrivere storielle dall’ambientazione piatta e disincarnata, oppure ad accontentarti di ambientarle nella tua Sarehole Mill, per evitare di parlare di cose che non conoscevi o, peggio ancora, di uscirtene con queste fantasie senza senso.
C’è solo un problema: al tempo della sua recensione del Ritorno del Re, cui Fatica fa riferimento, Auden non aveva ancora letto le Appendici (dove “le ragioni storiche dell’inimicizia tra Gondor e gli Haradrim” vengono spiegate); Fatica non solo dovrebbe averle lette, ma anche tradotte [vedi supra], e dunque non avvertire né questa mancanza nello specifico né tutte le altre cui i compendi storici inseriti da Tolkien darebbero risposta (l‘Appendice B ha una struttura simile alle cronache medievali, ma evidentemente non è ancora sufficiente).
Sappiamo che le Appendici, proprio a causa di questa vorace curiosità dei lettori con cui Tolkien si misurava già dai primissimi anni dopo la pubblicazione del romanzo, avrebbero dovuto essere molto più lunghe e particolareggiate (al punto da richiedere un volume extra!), non fosse che l’editore (giustamente) impose un limite affinché potessero essere incluse nella versione unitaria del romanzo restando abbastanza fruibili.
Eppure le idee per arricchire sempre più questo mondo non mancavano di certo: guardate un po’ cosa scriveva il nostro buon Professore nella lettera 187 dell’aprile 1956:
[…] i problemi (affascinanti se avessi il tempo) che il volume supplementare fa sorgere, Le saranno chiari se Le dico che, come Lei, in molti richiedono mappe, altri vorrebbero indicazioni sulla geologia” più che sui luoghi; molti vogliono grammatica, fonologia ed esempi di elfico; alcuni vogliono metrica e prosodia: non solo dei brevi passi in elfico, ma dei versi “tradotti” in forme meno familiari, come quelli scritti nella forma più rigorosa di versi anglosassoni allitterativi (per es. il frammento alla fine della Battaglia del Pelennor, V vi 124 [919]). I musicisti chiedono melodie, e notazione musicale; gli archeologi vogliono ceramiche e metallurgia. I botanici chiedono una descrizione più accurata di mallorn, elanor, niphredil, alfirin, mallos e symbelmyne: e gli storici vogliono più dettagli sulla struttura politica e sociale di Gondor; i curiosi generici chiedono informazioni su Carrieri, Harad, origine dei Nani, Uomini Morti, Beorniani, e sui due stregoni mancanti (su cinque). Sarà un librone, anche se mi occupo solamente delle cose alla portata della mia limitata comprensione!
Mi domando: è un difetto (una “mancanza”) del romanzo questa capacità di risvegliare curiosità per la sua ambientazione, o piuttosto una caratteristica unica, un pregio, una cifra?

La critica di Fatica va buttata nello stesso posto in cui abbiamo smaltito quella di George R. R. Martin, riguardo alla “ipersemplificazione” dei temi trattati da Tolkien all’interno della sua opera: nel cestino.
Le parole di GRRM danno conto di un approccio al testo doppiamente erroneo: da un lato ci si lamenta del template che emerge dalla costruzione etica del racconto, che si misura (secondo Martin) con i temi del “destino della civiltà” e del “futuro dell’umanità” senza esser capace di restituire la complessa ambiguità del reale e procedendo per indebite schematizzazioni morali – consiglio di rileggere più attentamente; dall’altro lato si nega qualsiasi margine di non detto all’interno dell’opera: vuoi limitarti a dire che “Aragorn divenne re, regnò per cento anni e fu un sovrano saggio e buono”? Come ti permetti di non raccontarci anche delle sue politiche di tassazione a Gondor, della sua politica estera, del mantenimento dell’esercito in tempo di pace, di come ha affrontato inondazioni e carestie durante il suo lungo regno (…dopo la fine della vicenda)?
[Nota a margine: molto interessante che George Martin abbia più volte affermato di essere contrario a qualsiasi fanfiction ispirata alle proprie opere. Questo dato, unitamente alla critica che muove a Tolkien e alla notoria tendenza del romanziere statunitense a infarcire i propri scritti anche di quei dettagli di worldbuilding che considereremmo più “prosaici”, mi fa ritenere che proprio quei contenuti che normalmente meglio si presterebbero ad un’espansione dell’universo narrativo attraverso il versatile “strumento” delle fanfiction lui li ritenga appannaggio e “responsabilità” dell’opera.
Abbiamo già menzionato quali siano i legami tra Tolkien e le fanfiction, o per meglio dire, come Tolkien fosse egli stesso un autore di “fanfiction ante litteram”, e che questa sua attitudine, e il giudizio implicito che questa comporta nei confronti della letteratura in generale, renda ancora più evidente la distanza siderale tra i due autori, e ci fa risultare aliena e incomprensibile la posizione gelosa – e un po’ spocchiosa – di Martin.]
Non sarà, forse, che in un’opera come il SdA ognuno cerca ciò che vuole? Esattamente come Tolkien, un po’ sarcasticamente, aveva già compreso nel 1956, è il profilo di chi legge che informa il suo focus specifico sull’ambientazione. La storia, tuttavia, ha il solo compito di fornirti il suo sugo, per dirla con Manzoni.
Tutto il resto è grasso che cola, in un certo senso, e in Tolkien di grasso ce n’è parecchio.
Vi dico una battuta, l’ho scoperta poco tempo fa e m’ha lasciato…
C’era uno scrittore, un divulgatore di scienza molto famoso 30-40 anni fa. Io ho visto un libretto suo che avevo a casa ancora, che si chiama Carl Sagan e dentro c’era scritto “Se vuoi fare una torta di mele a partire da zero, devi averci tutto il mondo intorno”. Non puoi farlo senza quello, perché c’è lo zucchero. Chi ha portato lo zucchero? Da dove l’ha importato? Non finisci mai, capito? Non è che tu la fai. Certo. E quando tu inventi un mondo cosà, in realtà fa acqua da tutte le parti, e più lo fai preciso e più dici “com’è possibile?” E quella però è una cosa che esiste, si è sempre fatto il fantasy. Con lui – perché lui è molto bravo – io lo sentivo moltissimo, mentre se lo fai su un altro che è veramente un po’ un mattacchione… ma invece con lui io lo sentivo di più. Come difetto, voglio dirti, involontario.
D: Riesce a mettere insieme un universo, insomma…
F: Sì, che però, appunto, poi manca tutto il resto, manca spesso.
Mi domando come Fatica abbia fatto a leggere Omero, o Dante, o Shakespeare. O qualsiasi mito, dalle Argonautiche al Ciclo Arturiano. O Ariosto, Rabelais, Milton, Huxley, Borges, Vonnegut, De Lillo, Lessing.
Davvero ciascuna delle opere prodotte da questi autori è auto-sussistente nella maniera che intende Fatica (fraintendendo a sua volta Carl Sagan)?
Se è vero che “si è sempre fatto il fantasy” perché stiamo ancora discutendo?

Domande come “esiste lo zucchero nell’universo narrativo del Signore degli Anelli?” sono oziose due volte: in primis perché continuano a ignorare quanto abbiamo detto poc’anzi: Arda è il nostro mondo ad uno “stadio di immaginazione diverso”, e l’ambientazione delle storie che leggiamo è una sorta di preistoria immaginaria.
Dunque non è necessario inventare alcunché, né “esotizzare” la Terra di Mezzo più del dovuto: come dice Tolkien sempre nella fondamentale lettera 211: “molti recensori sembrano pensare che la TdM sia su un altro pianeta!”. Non c’è bisogno che nell’opera sia descritto tutto il mondo. Tutto il mondo c’è già. La sua storia, le sue caratteristiche, sono implicite nell’ambientazione stessa (in questa direzione sono da intendere tutti gli sforzi del Tolkien degli anni ’60, ad esempio nella “Round World Version” dei suoi miti).
In secundis, bisogna tener conto, come dicevamo riguardo agli “anacronismi”, che quegli elementi eventualmente presenti nel racconto che non si possono spiegare se non assumendo il punto di vista del lettore moderno fanno parte di un livello che non c’entra nulla con la realtà sub-creata in senso stretto, bensì con l’adattamento.
Mi spiego: se nel Signore degli Anelli si desse una menzione dello zucchero (voglio proseguire l’esempio, puramente ipotetico, di Fatica, sebbene la parola sugar non abbia neanche un’occorrenza all’interno del testo; al massimo si cita il miele [honey], che però nel nostro mondo può vantare una lavorazione millenaria: le prime tracce di arnie costruite dall’uomo risalgono al VI millennio a.C.) questa sarebbe classificabile come un escamotage traduttivo del redattore, non come un elemento realmente presente nella credenza di Bilbo, tanto quanto non lo sono i fiammiferi, la naftalina, gli ombrelli, la cuccuma del tè, la ferrovia, e tutte le altre diavolerie tecnologiche che tanto danno fastidio a Fatica all’interno della tremendamente anacronistica Contea.
In quel caso, il traduttore del SdA avrebbe utilizzato “zucchero” per farci capire immediatamente che ci si stesse riferendo a qualche altra forma di dolcificante analogo in uso in tempi così remoti.
Questa non è una giustificazione, è come funziona quest’opera e la sua operazione di “adattamento”.
Se a Fatica non va bene mi dispiace, ma a cosa serve recriminare?
Mi fa morire dal ridere (per non piangere) questo suo atteggiamento nei confronti di Tolkien, specialmente nell’ultima affermazione, che suona un po’ come “No, ma T. è bravissimo, pure troppo! Altri worldbuilder, dilettanti al suo confronto, non li prendo neanche sul serio, son mattacchioni… Ciò fa sì che con lui senta di più i difetti involontari…” Mi ricorda davvero tanto quelle situazioni stereotipiche all’interno di una dinamica di coppia, quando uno dei due dice al partner: “Il problema sono io, non sei tu”. Il problema di Tolkien sarebbe che è troppo bravo, inserisce troppi dettagli, dunque risulta ancora meno credibile, perché quando hai troppi dettagli finisci per chiedere ragione di quei pochi che mancano. [Però questi sono difetti involontari, ovviamente. Tolkien non si è mai reso conto di nulla di ciò che ha scritto, per carità…]
Per tornare un attimo sul tema dell’immersione: nel momento in cui ti immergi in una narrazione, perfino quando l’autore, come in questo caso, dà conto di un contesto (che non è tenuto a fornirti, ma che costituisce un indubbio valore aggiunto), non ti serve aver accanto il libro di storia o di scienza a coadiuvare la narrazione. Tolkien si preoccupa comunque di allegare alla sua storia praticamente quello che Fatica sta chiedendo, ma contemporaneamente questo diventa per l’incontentabile traduttore quasi un difetto, perché lo costringe a ricordare che esiste un mondo al di là dei confini della mappa osservabile in 3a di copertina, e che quel mondo non sarà mai 1:1 con il nostro. La “mappa” non coinciderà mai con il “territorio”, per usare l’immagine che Fatica utilizza in apertura di Fidarsi del racconto.
“E le tasse a Gondor? Come funzionavano?” – ma che te frega???
TO BE CONTINUED…
Risorse multimediali:
Di seguito il terzo video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza, al timestamp corrispondente:




