[Questo post è la terza parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. Recupera qui la PRIMA e la SECONDA PARTE]
CONTINUA…
Siccome c’è un po’ un’aura di intoccabilità intorno a Tolkien, no? Che io trovo uno scrittore bravo, anche molto bravo… c’ha anche molti difetti, voglio dire, ma proprio tanti, come ce ne hanno anche i maggiori, voglio dire, non dico che ce ne hanno i minori… i suoi lettori fanno parte di una setta. Poi vorrei chiudere su questa sorta di setta. Io ho avuto a che far con dei settari, non con dei critici.
Peccato che nel corso di questa stessa conferenza Fatica accenni al fatto, come dicevamo, che lui non recepisse direttamente le critiche (in quanto non iscritto ad alcun social network, dove queste, specialmente, hanno furoreggiato), ma ricevesse piuttosto dei report da parte di persone che gliene riportavano una parte filtrata… A prescindere da questo, tuttavia, vorrei dire una cosa: capisco perfettamente che la mole di idiozie e spiacevolezze che è stata vomitata contro la traduzione Fatica abbia generato una massa critica di opinioni imbarazzanti, tali che sembri che lui abbia dovuto aver a che fare soltanto con critiche distruttive pretestuose e poco avvedute. Ma questo è un argomento fantoccio tremendo, utile a ignorare il fatto che la traduzione abbia ricevuto anche molte critiche costruttive, che andavano nel merito delle singole scelte, provavano a capire in quali casi Fatica avesse avuto ragione del testo e in quali casi invece fosse stato un pochino più superficiale.
Premunirsi contro le critiche attraverso una tale generalizzazione, ovvero sostenendo che si ha avuto a che fare esclusivamente con dei settari, con delle persone ottuse che si sono messe di traverso al proprio lavoro per partito preso (in quanto “c’è quest’aura di intoccabilità su Tolkien!”, per cui guai se glielo tocchi…), ecco, questa è a mio parere una strategia argomentativa decisamente frivola, che purtroppo pervade tutte le affermazioni di Fatica in questa intervista, e non solo. Equivale a ripararsi dalle critiche attraverso un facile trucchetto, perfino da quelle critiche che sono state fatte al lavoro con cognizione di causa e buona fede, senza partigianerie dietro. Tenere questo atteggiamento significa, in definitiva, rinunciare preventivamente ad un dialogo con chi sarebbe stato sinceramente interessato a portarlo avanti.
Tolkien aveva uno humour tutto suo – anche qui, scopro che in Italia non lo sa nessuno – cioè dice delle cose in inglese che alludono sempre a qualcos’altro, gioca sulle parole e se tu lo capisci bene, se non lo capisci meglio perché lui è più contento. È uno che si sente superiore, si diverte così. Lo accusavano di essere arch, che significa sia “biricchino” sia “supponente”, però lui si divertiva così.
“Tolkien si diverte di più se tu non capisci i suoi giochi linguistici.” …la fonte di questa affermazione?

Tolkien era per caso uno che amava (come fa qui Fatica!) assumere delle pose? Non mi sembra. Anzi! Nelle lettere impiegava paginate e paginate a spiegare le ragioni filologiche, etimologiche, narrative dei suoi nomi e dei suoi concetti a quei lettori che per corrispondenza gli avevano chiesto chiarimenti, dopo aver letto Il Signore degli Anelli. Tolkien non è mai stato, a quanto mi risulta, uno che si compiacesse di fregare il lettore, di non essere compreso. Sembra quasi che Fatica proietti su Tolkien quel verso di Gozzano dalla Signorina Felicita, “ed a me piace chi non mi comprende”. Non era così. Anzi Tolkien era una di quelle persone che si inviperiva qualora gli venissero messe in bocca delle cose che lui non aveva mai inteso dire (a livello anche etimologico, tecnico, oltre che tematico). Quando gli arrivavano feedback sulla propria opera che non riflettevano il suo pensiero, lui si pregiava di correggere quelle affermazioni. Non l’avrà fatto sempre, ma l’ha fatto molto spesso, al punto che mi sembra veramente un’affermazione ingiustificata. Tolkien non era uno che godeva nel confondere i suoi lettori, o nel far passare alla chetichella dei giochi linguistici astrusi e inusitati; al contrario era uno che amava spiegarsi.
La definizione di “arch” deriva dall’introduzione di Harold Bloom alla collettanea di saggi da lui curata “J.R.R. Tolkien: Modern Critical Interpretations”. Tra non-estimatori di Tolkien ci si capisce, non c’è dubbio!
Ad esempio, esempio, la parola “Inklings”, che era il gruppo di questi amici grandi scrittori che si riunivano, significa più o meno qualcosa fra “intuizione, presagio, indovinar qualcosa”. […] “Certo, dice, così sembriamo dei tizi che imbrattano i fogli di inchiostro” perché “Inklings” – la gente dice “vedi che battuta carina!”. Ora, Inkle non deriva da Ink. Sono due parole completamente separate. Tu se lo sapevi capivi che lui aveva fatto un gioco davanti a te, ma se non lo sapevi te la prendevi in saccoccia e lui era contentissimo. Ecco, lui lo fa per tutto il libro questo aspetto, cioè per tutto il testo.
Quello che che mi sorprende di Fatica è che nell’assistere a questi “giochi” (chiamiamoli pure così…), anziché essere solleticato dal gusto squisito, sottile, che certe questioni linguistiche normalmente suscitano nei lettori di Tolkien, lui si sente urtato, quasi offeso, e si trincera dietro al dubbio iperbolico e alla diffidenza, come se l’autore stesse ad ogni piè sospinto tentando di “fregarlo”. Ciò che il resto del mondo trova stimolante e divertente nella letteratura di Tolkien, per lui è fonte di fastidio.
Se ci pensate, qui ci sarebbe davvero adito per un approfondimento psicologico sul rapporto tra autore e traduttore: nei casi in cui l’autore ispiri un’antipatia a pelle nel traduttore, sarà quest’ultimo capace di restituire quelle caratteristiche del testo originale senza farsi traviare dal sentimento personale che lui prova nei confronti dell’autore stesso o dell’opera? Badate che non è affatto una domanda sciocca, o dalla risposta scontata: se il traduttore ritiene che questi siano divertissements un po’ sciocchini, fatti da uno che vuole sentirsi migliore degli altri e che quindi “se la tira”, sfruttando il fatto che “lui è professore”, e quindi inserisce delle “professorate” nelle sue opere… beh, questo giudizio pregiudizioso del traduttore influirà negativamente sul tono che magari conferirà a certe cose, o sull’attenzione che dedicherà ad altre.
Oserei dire che questo è ciò che è successo nel caso in questione.
[…] Era così che funzionava il cervellino di Tolkien. Chi traduce è lo scrittore dello scrittore, insomma, in un certo senso. Sta lì dietro e fa questa cosa così, un po’… lui è lo scrittore, ovviamente, però tu in parte vedi i difetti, oppure i pregi, oppure vedi cose che lui sa fare ma non sa come mai le fa.
D: Mi viene in mente quel bellissimo articolo di Primo Levi che si intitola “Tradurre ed essere tradotto”, visto che lui aveva avuto tutte e due le esperienze, e lui arriva a sostenere che nessuno come il traduttore conosca un testo. L’autore secondo lui non immagina nemmeno cosa può aver scritto, ma solo il traduttore ha la conoscenza più approfondita.
F: Lui ci ha messo l’ispirazione, il genio, l’impulso… magari ha detto cose geniali. Il traduttore deve ricostruire tutti questi passaggi. Lui li ha fatti spesso inconsapevolmente, tu invece li rifai consapevolmente. Sì, è verissimo.

Questo è un passaggio molto problematico, secondo me. L’idea di Fatica è vieppiù avallata dall’intervento del suo anfitrione, e la tesi di fondo è talmente risibile che mi ricorda l’adagio di Homer Simpson “Sono tutti stupidi tranne me!”. Fatica qui sta davvero sostenendo che solo il traduttore può rendersi conto di ciò che un autore ha veramente voluto dire con la sua opera: l’autore è stato sì guidato, sospinto dalla sua ispirazione, dal suo δαίμων poetico, ma è il traduttore il vero uomo di cultura, è lui che, più e meglio dell’autore, può dar conto di ciò che il testo contiene veramente.
Torneremo più avanti su questa nozione demenziale, ma per il momento mi limito a ricordare (dato che non fa mai male tenerlo presente) che Tolkien non era un romanziere di professione.
Era semmai uno scholar, uno studioso di filologia e cultore di letterature antiche; era professore a Oxford (docente di anglosassone presso il Pembroke College dal 1925 al 1945; docente di lingua e letteratura inglese al Merton College dal 1945 al 1959). In un certo senso si potrebbe dire che fosse prestato alla letteratura, intesa come “produzione di letteratura di finzione”. Per tutta la vita ha scritto storie non essendo uno storyteller di professione, almeno non nell’accezione che noi consideriamo per questa figura, ovvero di “scrittore che scrive per campare”. Tolkien non era questo, faceva un altro mestiere.
Dunque a maggior ragione è grave questo pregiudizio, a tutto vantaggio di chi parla evidentemente, secondo cui l’autore non poteva rendersi conto, non dico di ogni singola implicazione della sua opera (il che sarebbe impossibile per qualsiasi autore, ma direi anche per qualsiasi essere umano, fosse pure la persona più colta di sempre!), ma neanche delle più basilari: di “come mai fa” certe “cose che lui sa fare”.
Secondo quest’ottica assurda, il traduttore, dall’alto della sua postazione “sopraelevata” di traduttore e in virtù del distacco professionale intrinseco nel suo ruolo, riuscirebbe a vedere più lucidamente dell’autore le caratteristiche della sua stessa opera, a rintracciare tutti quei “giochetti” più o meno geniali o strampalati, e a darne conto ai poveri lettori, che in questa tenzone tra ego si troverebbero praticamente tra due fuochi.

A questo punto rincara la dose l’ospite, menzionando un celebre saggio di Primo Levi (“Tradurre ed essere tradotti”). Ora, nessuno in quella sala, io credo, aveva anche solo una vaga alba del fatto che Tolkien sia stato anche un traduttore; non solo: un traduttore di testi antichi, perciò qualcuno che deve misurarsi con difficoltà di svariati ordini di grandezze superiori rispetto a quelle affrontate da un traduttore di testi moderni “qualsiasi”, tanto che si utilizza il termine latino cruces per indicare appositamente quei passaggi, all’interno di un testo antico, dall’interpretazione particolarmente ostica e problematica, che hanno messo in difficoltà chi vi si è confrontato anche solo per comprenderne il senso, figuriamoci per proporne una traduzione coerente.
Tolkien nella sua lunga e onorata carriera di studioso di letteratura medievale ha avuto modo di cimentarsi sulla traduzione di svariate opere, prima tra tutte il Beowulf, che costituisce un po’ l’architrave per qualunque filologo di ambito anglosassone, e che per Tolkien ha sempre rivestito un’importanza centrale.
La sua traduzione in prosa del Beowulf è accompagnata, nell’edizione curata da Christopher (2014), da una selezione ristretta (ma comunque corposa) delle lezioni che Tolkien teneva ai suoi studenti durante le proprie classi di anglosassone, nel corso delle quali proponeva interpretazione e commento puntuale del testo originale del poema, analizzandone singoli brani o compiendo lunghe digressioni sul significato di singoli versi o addirittura di singole parole (magari una crux di cui lui proponeva un’interpretazione originale).

Tolkien faceva ogni anno (e lo fece per decenni) ai suoi studenti cicli di lezioni su, ad esempio, i tre grandi poemi della letteratura anglosassone: Beowulf, The Green Knight, The Battle of Maldon, dimostrando di conoscere a menadito la cultura e la mentalità dei popoli dei quali studiava i testi con un’acribia ed una precisione da vero accademico, tanto da entrare in relazione con i processi mentali dell’Anonimo del Beowulf.
Scrisse anche dei saggi sul tema, ovviamente; nel 1922 redisse un dizionario di Middle English che è diventato praticamente lo standard per gli studi di settore, fu uno dei contributori per il colossale e celebre progetto dell‘Oxford English Dictionary tra il 1918 e il 1920…
Perciò eccome se Tolkien sapeva cosa significa tradurre! Eccome se sapeva cosa significa essere tradotto!
A questo proposito, ha perfino composto un testo (la Guide to the Names in The Lord of the Rings) in cui fornisce indicazioni specifiche sulla nomenclatura (valide soprattutto per le lingue germaniche, ma in parte valide universalmente), tentando di andare incontro ai traduttori di lingue straniere, dando loro consigli utili e spendibili per tradurre la propria opera. Era una persona estremamente precisa, conscia di ciò in cui consiste il lavoro di traduzione. Ed è ovvio che lo fosse! dal momento che lui stesso aveva tradotto nella sua vita, e non solo il Beowulf, ma anche Anchrene Wisse, The Green Knight, Pearl, Sir Orfeo, Finn and Hengest…
Di tutte queste opere non si limitava mai a fare una “versione” da scolaro, ma compiva sofisticate e sperimentali elaborazioni formali, proponendo soluzioni a vecchie controversie filologiche, ricamando sopra ciascuno di questi testi fino a comporne la “sua” versione, attraversando i generi, creando delle “fanfiction” ante litteram (come ad esempio ha fatto per il ciclo bretone con “The Fall of Arthur” o per il ciclo dei Nibelunghi con “The Legend of Sigurd and Gudrún”, o come fece per la Battaglia di Maldon con la piéce teatrale di “The Homecoming of Beorhtnoth, Beorhthelm’s Son”, al quale è “allegato” anche un illuminante saggio sul concetto di “ofermod”; gli esempi sarebbero infiniti…).
La sua abitudine a tradurre ed elaborare a partire da testi precedenti è la sua vera cifra di letterato e accademico, perciò la visione di Fatica a Tolkien proprio non si può applicare. Oltretutto, Tolkien sapeva bene cosa volesse dire essere “traditi” nella traduzione in altre lingue; accettava di buon grado un certo livello di “tradimento” del proprio scritto, in quanto ben conscio che esistono livelli interpretativi di un testo che sono dettati dalle peculiarità della lingua originale, e che non possono essere trasmessi al 100%.
Potremmo quasi dire che Tolkien fosse echiano, inconsapevolmente (cosa che invece Fatica non è).
TO BE CONTINUED…
Risorse multimediali:
Di seguito il secondo video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza:
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