SÔVAL PHÂRË – (La“Lingua Comune”) ~ Rubrica sulla Traduzione in Tolkien - [SPECIALE “THE DEBUNKING OF FATICA” ~ PARTE 1]

“THE DEBUNKING OF FATICA” ~ Un commento non richiesto alla conferenza di Ottavio Fatica a Viterbo (2025)

[Come annunciato,  questo post è la prima parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale affronteremo l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento.]

Poco più di un anno fa, il 6 aprile 2025, il traduttore italiano del Signore degli Anelli Ottavio Fatica, autore per Bompiani della nuova traduzione (2019-20) del celebre romanzo di J. R. R. Tolkien, in seguito ad un discreto periodo di assenza dallo scenario tolkieniano e dalla discussione molto accesa (per fare un gigantesco eufemismo) che si è tenuta intorno alla sua traduzione e all’opera di Tolkien, è tornato a esprimersi pubblicamente sul proprio lavoro, in una conferenza tenutasi alla Biblioteca Consorziale di Viterbo. Il video dell’evento è pubblico e si può trovare facilmente su YouTube.

Tuttavia, a mio modo di vedere, escludendo una postilla all’ottimo articolo di Luca Ricatti, questa interessante conversazione non ha ricevuto una congrua copertura mediatica da parte dei principali “canali di discussione” in seno all’ambiente dei divulgatori tolkieniani.

Personalmente ebbi modo di contribuire, nel mio piccolo, al dibattito, da subito polarizzatosi oltre ogni logica, sulla traduzione Fatica, con un modesto articolo sul mio blog personale (articolo che in buona parte richiederebbe una generosa revisione, e che contiene diverse inesattezze o leggerezze che oggi non mi perdonerei, ma che vi linko ugualmente per interesse “storico”, per così dire).

Dopo numerose riflessioni, confronti con amici e appassionati di questo autore, riletture del testo, approfondimenti con il conforto dell’opera originale, trovo che la versione di Fatica possa essere considerata mediamente una traduzione più che discreta: certo, contiene quei fisiologici errori inevitabilmente parte di qualsiasi versione di un testo così complesso; certo, compie delle scelte più o meno condivisibili o controverse sul piano della prosa o dello stile o del lessico; ha indubbiamente fatto discutere molto di sé per la questione della nomenclatura (aspetto su cui ci si è concentrati in maniera fin troppo accanita, anche in virtù del fatto che l’argomento “nomi propri” è stato tirato in ballo in primis dal traduttore, nel corso di tutte le occasioni in cui ha avuto modo di esprimersi sull’opera); tuttavia non mi sento di condannarla in toto, anzi ho preso più volte le sue difese nei confronti delle critiche più assurde e pretestuose che mi è capitato di leggere in questi anni, ad esempio sui canali che, insieme ad altri colleghi redattori, gestisco come collaboratore del progetto Where Once Was Light Now Darkness Falls, dove abbiamo proposto una rubrica di raffronto testuale [testo originale inglese – traduzione Alliata/Astrolabio (1967) – traduzione Alliata con la revisione di Quirino Principe (Rusconi 1970, revisione Bompiani/STI 2003) – traduzione Fatica/Bompiani (2019-20)], al fine di sviluppare una discussione che innanzitutto si confrontasse con il testo, ed evitasse di salire sull’uno o sull’altro carro sulla scorta di pregiudizi o, peggio ancora, di oltremodo fuoriluogo pose di appartenenza politica, che nulla hanno e dovrebbero mai aver a che fare con le questioni letterarie.

Potremmo dire che, nonostante tutto, una delle cose più positive uscite fuori dall’intera vicenda è proprio il dibattito che si è sviluppato intorno ai temi della traduzione (sia in generale, come concetto, sia nel merito delle singole scelte traduttive legate all’opera di Tolkien), della lingua, dello stile, dei registri linguistici

Il fatto che molte persone (magari spinte dal desiderio di approfondire un’opera che fino a quel momento, forse, avevano “dato per scontata”) abbiano cominciato a interrogarsi su tutte queste cose ha portato al centro della discussione la delicata e vexata quaestio dell’interpretazione di un testo così complesso come Il Signore degli Anelli.

Romanzo capace di esibire notevoli e inaspettate potenzialità espressive della lingua inglese, Il Signore degli Anelli è anche un testo che scava a fondo nelle possibilità della costruzione narratologica che un autore alle prese con la materia fantastica può mettere in campo.

Uno dei temi più affascinanti, e ahimè troppo spesso sottovalutati, nella (ri)lettura di quest’opera è proprio quello legato ai plurimi livelli dello statuto del narratore: nella finzione letteraria che accompagna la narrazione, Tolkien identifica se stesso con il traduttore/adattatore di un testo in-universe, ovvero originariamente redatto da personaggi che fanno parte dell’universo narrativo stesso. Questo vecchio escamotage narrativo è da Tolkien adottato con con grande maestria e arguzia, attraverso un sistema di scatole cinesi, di narratori più o meno inattendibili, legati tra loro attraverso un fil rouge che simboleggia una tradizione letteraria che, dall’interno del Mondo Secondario, come Tolkien amava riferirsi alla propria sub-creazione, giunge fino a noi, nel Mondo Primario, in una catena praticamente ininterrotta di traduttori/adattatori/interpreti/redattori, il cui concetto si rifà all’idea dello ψευδοβιβλίον (pseudobiblìon “falso libro”) utilizzato da tanti altri autori prima e dopo Tolkien (da Alessandro Manzoni con lo scartafaccio secentesco di “Fermo e Lucia” a Jorge Luis Borges con El Libro de arena; dalla Encyclopedia Galactica di Isaac Asimov al Necronomicon di Howard Phillip Lovecraft).

Il Libro Rosso della Marca Occidentale nella versione della trilogia cinematografica del SDA di Peter Jackson

Il Libro Rosso della Marca Occidentale altro non è che uno pseudobiblìon: non solo Tolkien non l’ha mai scritto, ma lo stesso Signore degli Anelli non vuole rappresentarne la traduzione 1:1, bensì la rielaborazione di una sua parte.

Si può già notare il perché io abbia introdotto questi argomenti: nell’occuparsi di una traduzione del Signore degli Anelli non si potrà a cuor leggero prescindere da questo carattere di “fantomatica traduzione/adattamento”, pena il liquidare l’operazione compiuta dall’autore e adulterare il senso ultimo dell’intera costruzione narratologica su cui si regge l’impianto etico ed estetico del romanzo, ma a ben guardare dell’intero Legendarium di miti costruiti dal Professore di Oxford.

Infatti, ri-tradurre Tolkien in italiano nel 2020 non significa più tradurlo in vacuo come poteva essere negli anni ’60/’70, per di più a beneficio di una cultura nazionale completamente a digiuno di questo genere di letteratura. È un’operazione intellettualmente e culturalmente molto diversa, con un tipo di responsabilità diversa, ed un’occasione ghiotta per far risaltare quegli aspetti, arricchiti dalla comprensione della poetica tolkieniana sopraggiunta nel frattempo, che erano inevitabilmente inespressi o imprecisi all’epoca della traduzione “storica”. La traduzione di Fatica ha, a mio parere, solo parzialmente e incidentalmente colto questa opportunità. Rendermi conto di questa parziale occasione mancata fu ciò che determinò il mio sdegno nell’articolo di sei anni fa, lo ammetto.

Ma andiamo con ordine: in questa analisi non intendo concentrarmi sul risultato della traduzione, discutibile o meno che sia, né sul lavoro di Fatica in senso stretto. Una trattazione completa dei singoli punti su cui io mi trovo in disaccordo con le sue scelte traduttive sarebbe assolutamente dispersiva e fuori luogo, oltre che, nella maggior parte dei casi, dettata da soggettività e interpretazioni personali, come non potrebbe essere altrimenti, data la particolarissima natura del mestiere del traduttore. Alcuni argomenti richiederebbero talmente tante specifiche, che risulterebbero in proposte di traduzione a loro volta, e ciò diventerebbe incompatibile con lo scopo di questa analisi. Preferisco lasciare l’onere a chi si sta già cimentando in una simile impresa, con risultati ai quali personalmente non potrei mai ambire!

Nel presente articolo (o saggio? O “recensione”? Non saprei neanche come definire questa “roba”) vorrei comunque commentare un testo preesistente, nella fattispecie proprio la conversazione tenutasi a Viterbo, o meglio sue parti selezionate, dando priorità a quelle affermazioni di Ottavio Fatica che ci aiutino a mettere a fuoco il metodo con cui il traduttore si è mosso nell’affrontare il testo; poiché è qui che, a mio parere, si riscontrano gli spunti più interessanti.

Ho già effettuato su YouTube una reaction accompagnata da analisi/commentario di questa stessa conferenza, perciò quanto intendo fare con questo scritto è sostanzialmente ripetermi (in una forma più strutturata ed elegante, per quanto spero non meno fruibile dagli interessati), e integrare il nocciolo delle tesi espresse con approfondimenti, riferimenti puntuali, citazioni, bibliografia. Cominciamo.

***

Ottavio Fatica

Per iniziare, ciò che mi ha colpito negativamente di questa conferenza non sono stati tanto i contenuti (praticamente una parafrasi di ciò che Fatica aveva già espresso, ad esempio, nella Conferenza di Trento del novembre 2020, o nell’articolo Fidarsi del racconto: ritradurre il Signore degli Anelli, pubblicato all’interno del II volume [2021] de I Quaderni di Arda e che in buona sostanza riporta gli atti del convegno tenutosi a Trento l’anno prima), quanto per l’appunto l’assoluta mancanza di nuove argomentazioni, e la mera riproposizione del medesimo “repertorio” di concetti ed esempi che Fatica aveva già sciorinato nel corso delle precedenti discussioni sul tema.

Abbiamo menzionato l’esistenza di due “fazioni” contrapposte rispetto alla traduzione di Fatica. Abbiamo altresì accennato a come il dibattito intorno a quello che dovrebbe essere considerato un semplice “testo di servizio”, forse anche complice il clamore destato dalle prime dichiarazioni rese pubbliche dello stesso traduttore in merito alla vecchia traduzione (al Salone del Libro di Torino del 2018, nell’ormai famigerata intervista rilasciata a Loredana Lipperini di Radio3), abbia generato una acuta polarizzazione (specialmente in ambito social), tra chi ha voluto esaltare o affossare acriticamente la nuova traduzione, tipicamente per partito preso anziché attenendosi al merito.

Molte persone si sono, fin dalla pubblicazione e spesso anche prima, “incarognite” nei confronti della nuova traduzione (di questi, molti lo sono ancora!), mostrandosi completamente intolleranti nei confronti di qualsivoglia novità, incapaci di approcciarsi a questa nuova proposta con distacco e pensiero critico, presumibilmente convinti che una nuova traduzione fosse un’operazione inutile e dannosa a prescindere (le ri-traduzioni di classici della letteratura si sono sempre fatte, non si capisce perché Il Signore degli Anelli dovrebbe far eccezione…), e perciò hanno difeso a spada tratta la traduzione storica di Vittoria Alliata di Villafranca (sorvolando, a bella posta, anche ciò che di impreciso o discutibile, e a volte indifendibile, questa avesse); altri, sul versante opposto dello “spettro”, hanno in questi anni espresso un giudizio fin troppo indulgente nei confronti della traduzione Fatica, magari facendo a loro volta due pesi e due misure, e cioè cogliendo la palla al balzo per disprezzare apertamente la vecchia traduzione, perfino in quegli aspetti che meritano considerazione (specialmente se “ponderati” con il contesto dell’epoca e con le conoscenze allora disponibili su Tolkien e la sua opera), ignorando quanto di pregevole o valevole vi fosse, in un impeto di rifiuto verso tutto ciò che era stato fatto in passato dalla “vecchia guardia” di traduttori, commentatori e appassionati dell’opera di Tolkien – senza, a volte, riuscire a contestualizzare in maniera sufficientemente distaccata le ragioni di questo o quello.

Ciò accade, beninteso, a causa della nostra “deliziosa” abitudine a non riuscire ad accogliere alcunché in maniera seria e rigorosa, a causa della nostra disgraziata incapacità di non essere partigiani e faziosi anche in quelle circostanze che più si presterebbero ad un pacifico confronto, come dovrebbe essere nel caso di questioni artistiche e letterarie, in cui il rapportarci a oggetti estetici dovrebbe di per sé introdurre una consapevolezza di fondo dell’irriducibile soggettività di qualsiasi opinione, e non farci scaldare tanto. (Ma, si sa, il giudizio è una caratteristica inevitabile e insopprimibile della natura umana; purtroppo anche quello non argomentato).

Nonostante tutto ciò, in seguito al primo, esagitato momento di esagerata ostilità reciproca tra queste due “fazioni”, mi è capitato di assistere personalmente a tanti feedback di utenti che si sono parzialmente ricreduti, in un senso o nell’altro, o che comunque hanno progressivamente accolto un germe di complessità nella loro lettura del fenomeno. Accanto alle invettive degli irriducibili, cominciavano a comparire anche giudizi più argomentati, confronti civili, o perfino ammissioni di avere, per una volta, preferito la traduzione che fino a quel momento si era pregiudizialmente rigettata. In poche parole: l’approccio emotivo cominciava pian piano a lasciare il passo a quello razionale e pragmatico, ovvero quello secondo cui una traduzione, qualsiasi traduzione, va valutata caso per caso, nelle singole scelte traduttive, prendendo queste per ciò che in effetti sono: interpretazioni negoziali di un’opera originale di cui, in ultima analisi, è impossibile restituire al 100% lo stesso impatto emotivo esercitato sul pubblico in lingua madre.

Alla luce di tutto questo, assistere ad un Ottavio Fatica che, in gran spolvero, si limita a ribadire ciò che aveva già sufficientemente espresso (e sin da allora essendo stato criticato e in alcuni casi “debunkato”) mi crea da subito qualche problema.

È come se il dibattito svoltosi in questi anni, sia a livello dell’utente “comune” sia a livelli un po’ più “alti”, fosse almeno in parte “andato avanti”, progredendo anche grazie allo studio e all’approfondimento del testo originale e della poetica dell’autore da parte di sempre più persone; d’altro canto Ottavio Fatica, all’oscuro di tutto ciò (così come era all’oscuro delle critiche costruttive che gli venivano mosse già dalla prima ora, mentre veniva convenientemente imbeccato con strategici report sulle critiche più stereotipe e risibili), ha continuato per la sua strada, convinto di aver liquidato l’autore Tolkien e il rapporto con il suo testo una volta per tutte, e di dover solo più limitarsi a riproporre ad libitum la sua visione.

Ciò andrebbe ancora bene (un traduttore non è mica tenuto a rivedere le sue idee, o a diventare specialista di ogni singolo autore trattato, specialmente se questo non rientra nelle sue corde – e questo è il caso, come vedremo), se non fosse per certe sue dichiarazioni, rivelatrici di un approccio (al testo e alla poetica che vi soggiace) che merita quanto meno qualche riflessione.

Le mie riguarderanno soprattutto le opinioni che il traduttore ha del testo e dell’autore, e come alcune di queste opinioni abbiano impedito (a mio parere, più di quanto non avrebbe giovato) una visione più chiara e lucida, specialmente riguardo i temi che accennavo prima: lo statuto del narratore, la natura del testo, la poetica di Tolkien (ovvero il perché venga utilizzato un certo stile).

Sono passati molto spesso dei luoghi comuni pertinaci difficili da scalfire e nondimeno nocivi, ad esempio quello secondo cui la nuova traduzione sarebbe la manifestazione più inalterata e fedele del “vero Tolkien”, secondo cui questo autore sarebbe stato finalmente “restituito agli italiani”, i quali solo adesso e grazie alla traduzione di Fatica riescono per la prima volta ad apprezzare il suo vero stile e ad assaporare la varietà dei registri linguistici all’interno della sua prosa.

Questa semplificazione può andar bene come battage pubblicitario, ma non può costituire, a mio parere, il giudizio finale sulla traduzione di Ottavio Fatica, specialmente alla luce delle ragioni (e dei ragionamenti) dietro alcune delle scelte traduttive, spesso e volentieri frutto di circonvoluzioni e dietrologie che sicuramente non originano da un confronto scevro di pregiudizi con il pensiero dell’autore (ad esempio i suggerimenti espressi nella Guide to the Names), né tanto meno da mozioni del comitato scientifico che è stato affiancato al traduttore in fase di correzione di bozze.

Partiamo dal presupposto che Fatica non stima Tolkien.

Non lo ama affatto come narratore; non rientra per nulla nelle sue corde di lettore. È anzi probabile, a sentire certe affermazioni, che in Fatica si celi (neanche troppo velatamente) uno spiccato complesso di superiorità nei confronti di letteratura simile, per il semplice fatto che non è considerata parte di quell’ambito letterario noto come literary fiction, o “alta letteratura”, quantomeno non in Italia.

Qualcuno potrebbe obiettare che non sia obbligatorio, per un traduttore, amare l’autore di cui si sta occupando, purché riversi, nella composizione del testo di servizio costituito dalla sua traduzione, tutta la propria professionalità e la propria competenza. Di certo non chiederemmo al traduttore del Mein Kampf di amare l’autore di quel testo, men che mai il testo in sé o il suo contenuto. Ergo, non è di certo un prerequisito fondamentale per la comprensione e la restituzione inerenti all’operazione di traduzione. Ciò che invece è richiesto, questo sì, è di aderire alla poetica dell’autore, specialmente nel caso di un autore atipico come Tolkien, che coniuga la scrittura di narrativa fantastica con la ricerca filologica, anzi fa di questo connubio la cifra principale (e il proprio contributo, la propria eredità; ne riparleremo…), ovvero ciò che rende oltremodo riconoscibile la propria produzione letteraria.

L’idea di considerare “Tolkien & Friends” come fenomeni letterari poco incisivi e destinati, prima o poi, a crollare presso il favore del pubblico (come ad un certo punto della conferenza Fatica suggerisce potrebbe accadere) e a cadere nel dimenticatoio delle opere minori, è qualcosa che non solo è smentito dalla storia degli ultimi 70 anni, ma sembra tracciare la stessa distinzione che un autore e saggista come Wu Ming 4 (al secolo Federico Guglielmi) si pregia di contrastare: quella tra “vera letteratura” (nella quale si annoverano classici universali, destinati ad essere costantemente trasmessi, riletti e interpretati nel corso delle generazioni) e “para-letteratura” (ovvero quella letteratura di consumo dalla scarsa “applicabilità” – e uso questo termine non a caso – e di interesse culturale mediamente basso).

In netto contrasto con ciò che sostiene WM4, Fatica sembra proprio considerare Tolkien un esempio, magari virtuoso, magari eccellente, di “para-letteratura”, di letteratura d’evasione*, un autore un po’ pazzoide che dalla sua torre d’avorio cala delle opere affatto scollegate dalla realtà, e morbosamente conchiuse in se stesse, frutto di “giochi” e “scherzi” autoreferenziali e di un umorismo a totale beneficio dell’autore stesso.

Se questa è l’idea che fin da principio il traduttore aveva dell’autore (e che è stata solo confermata dall’essercisi misurato direttamente), mi domando allora perché si sia voluto insistere per avere un esponente della “nomenklatura” della traduzione, quando sarebbe stato forse preferibile qualcuno che avesse almeno un po’ caro il progetto, magari con un CV meno avvincente di quello di Fatica ma con un po’ più di “cuore”? Mentre lascio sospeso questo interrogativo, vi riporto la prima dichiarazione che vorrei commentare.

D: Come si è avvicinato all’autore Tolkien?

Ottavio Fatica: Per motivi strettamente editoriali.
Io non ero uno specialista di Tokien, lo conoscevo bene, ma avevo letto soltanto i suoi saggi che in italiano sono usciti con un titolo “L’albero e la foglia” [sic!].
E conoscevo tutto il gruppo suo, che erano un gruppo di scrittori che stavano a Oxford, c’era C.S. Lewis, quello delle Cronache di Narnia – più o meno c’era competizione fra i due; poi c’era un altro, che era il più bravo di tutti secondo me, quello che conoscevo meglio: Charles Williams, poco conosciuto in Italia; e poi alcune persone intorno.
Me l’hanno proposto e io ho accettato. No, anzi ho detto di no, come faccio sempre, poi dopo ho avuto un ripensamento, mi hanno detto “Ma no, su…” e alla fine… [ho accettato]. Era una bella sfida. Pochi anni prima avevo accettato una sfida più grande, secondo me, per difficoltà, come Moby Dick. Anche allora avevo detto di no, poi ho accettato, mi aveva dato molta soddisfazione farlo e moltissimo impegno, più che Tolkien che è bravissimo, ma non arriva alla follia della lingua di Melville, proprio non c’è paragone. [enfasi mie]

Da subito veniamo a sapere che Ottavia Fatica non ha bisogno di lavorare: può tranquillamente permettersi di non farlo, visto che ha l’abitudine di rifiutare (una prima volta) tra i lavori più importanti della sua carriera.

Sto scherzando, chiaramente, ed è altrettanto chiaro che si tratti di una sua uscita “di colore”, quasi autoindulgente, come per dire “sono lavori così impegnativi che il mio primo impulso è quello di tirarmi indietro”, tuttavia non posso fare a meno di far presente che altri traduttori, magari meno abituati ad assumere pose da inarrivabili geni che devono lasciarsi pregare per convincerli a fare quello che proponi loro, si sarebbero precipitati se fossero stati chiamati a tradurre un autore come Tolkien, e lo avrebbero fatto senza bronci e senza atteggiamenti altezzosi. So che può sembrare una questione da nulla, ma già da queste prime battute Fatica mette in chiaro che a lui del progetto fregava un fico secco: ha accettato per ragioni squisitamente editoriali, nonostante “conoscesse bene” Tolkien dai suoi testi saggistici (altra posa, smentita per tutto il resto della conferenza dal fatto che non sembra aver recepito alcunché dalla lettura di Albero e Foglia, che comunque rappresenta una minima parte della produzione saggistica di Tolkien).

In ogni caso il succo è che qualcuno che abbia all’attivo traduzioni da Céline, Conrad, Fitzgerald, Hawthorne, Girard (e Faulkner, Byron, Joyce, Kipling, Yeats, Foster Wallace, Roth…) e ovviamente Melville, non può che considerare tutto ciò che è “di genere” come “di serie B”.

Capite che ci troviamo in presenza di un intellettuale con cui viene spontaneo empatizzare, no??

Moby Dick, edizione Einaudi (2015) con la traduzione di Ottavio Fatica

Per quanto riguarda il linguaggio di Melville, effettivamente eccezionale e particolarissimo, vorrei spiegare brevemente perché il paragone con Tolkien sia improprio.

Tolkien fa qualcosa che è implicito in tutte le opere letterari di finzione (anche nel mondo di Moby Dick), ma che nel suo caso è esplicitato anche dalla forma scelta: Tolkien realizza una “costruzione di mondo” (worldbuilding), e questo è esattamente il concetto che Fatica disprezza e di cui non comprende la ratio, come poi spiegherà. È evidente come Fatica preferisca, legittimamente, l’approccio alla Melville, il quale si “accontenta” di una riduzione romanzesca del nostro mondo, ne considera un sottoinsieme (il mondo della baleneria), filtrandolo attraverso la cultura sette/ottocentesca, con richiami alla Bibbia, alla letteratura classica, alla letteratura di viaggio, alla tragedia, alla trattatistica scientifica (si veda l‘incipit del romanzo, con la sfilza di citazioni sulle balene tratte da ogni genere di opera di ogni tempo, ma si vedano anche le continue digressioni, e a volte i veri e propri inserti, disseminati per tutto il testo, che indugiano a turno in ciascuno di questi generi), racchiude in quel sottoinsieme tutto quello che gli interessa e vi costruisce sopra una narrazione epica moderna. Tolkien fa un percorso quasi opposto: va a scavare all’interno delle sue fonti e immagina una preistoria alternativa, attraverso uno “stadio di immaginazione diverso” sul nostro mondo, un passato mitico. Costruisce del mito, non utilizza il mito come fonte all’interno della sua storia. Il mito per Tolkien è una fonte extratestuale, parte del suo vissuto e della sua cultura, necessaria ad una riscrittura creativa del mito stesso, una rielaborazione che prende forma in una costruzione di mondo originale.

È ovvio che Melville faccia un’operazione di tipo diverso e che questa possa essere nelle corde di Ottavio Fatica più di quanto non sia stata la concezione di Tolkien. Intendo dire: se la scintilla non è scattata perché noi ci dobbiamo scandalizzare? Non è questo il punto: un traduttore, come dicevo, può affezionarsi o meno all’opera che sta traducendo, a patto che ne carpisca quantomeno la poetica, che comprenda che le scelte fatte dall’autore sono dettate da certi principi. Che siano o meno “codificati”, infatti, esistono sempre dei principi, secondo cui un autore scrive una cosa anziché un’altra. Non serve che ne diventi fan, purché sia abbastanza in sintonia con l’opera e il suo “nocciolo” da essere in grado di negoziare, nella sua attività di traduzione, quegli aspetti del testo cui può rinunciare e quelli che invece non può permettersi assolutamente di cedere.

Altro esempio che chiarisce la distanza tra i due autori: da un punto di vista formale ed “etico”, l’operazione di Tolkien (che a questo punto dubito Fatica abbia compreso) prevede che la lingua sia una base di verità ontologica del mondo narrativo. In Melville ciò non avviene, in quanto la sua “lingua”, strutturata attraverso una pastiche di generi in ciò che è (non dissimilmente dal Signore degli Anelli, da questo punto di vista) un gigantesco romanzo-mondo, non costituisce “verità” di per sé, ma l’espressione di una voce (a volte mendace, fuorviata o fuorviante) che il narratore utilizza per caratterizzare Ishmael e tutto il suo mondo, ed è dalla discrasia tra il punto di vista riportato (con la sua morale) e il nostro punto di vista che emerge il tema su cui si regge l’intero romanzo: l’ossessione, espressa attraverso le manifestazioni più varie (dalla ὕβρις di Ahab alla folle fedeltà del suo equipaggio, dalla lotta eterna tra uomo e Natura alla crudeltà del Destino).

* Sul tema dell’Evasione ci sarebbe da fare una parentesi, dato che Tolkien utilizza questo termine con tutt’altra accezione rispetto al senso comune che vi attribuiamo. Ci torneremo più avanti.

 

TO BE CONTINUED

 

Risorse multimediali:

Di seguito il primo video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza, al timestamp della prima domanda:

 

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2 thoughts on “SÔVAL PHÂRË – (La“Lingua Comune”) ~ Rubrica sulla Traduzione in Tolkien - [SPECIALE “THE DEBUNKING OF FATICA” ~ PARTE 1]

  1. Ringrazio l’autore per un intervento che ha il merito raro di spostare il baricentro della discussione dal singolo esito traduttivo al metodo, ristabilendo al centro lo statuto “fittizio” del testo. Aggiungo alcune osservazioni che mi paiono corroborare, e forse radicalizzare, la tesi qui sostenuta.
    In primo luogo: l’inglese del Signore degli Anelli è già, dentro la finzione, una traduzione. L’Appendice F («On Translation») non è paratesto accessorio ma la chiave dell’intero dispositivo: il redattore dichiara di aver reso il Westron in inglese moderno calibrando le altre lingue per proporzione storica — il Rohirric in veste anglosassone, perché sta al Westron come l’antico inglese sta al moderno; i nomi di Dale in veste norrena; gli antroponimi hobbit anglicizzati per senso. Ne discende che ogni traduttore reale è un anello di secondo grado nella catena di trasmissione immaginata dall’autore, dal Libro Rosso alla copia di Findegil della Note on the Shire Records: non si traduce un romanzo, ma una traduzione fittizia, e la fedeltà richiesta è anzitutto sistemica, prima che lessicale.
    Di qui, in secondo luogo, lo statuto normativo — non capriccioso — della Guide to the Names (oggi Nomenclature, in Hammond & Scull, A Reader’s Companion, 2005): essa non registra preferenze estetiche d’autore, ma estende alle lingue terze lo stesso criterio proporzionale che il «traduttore» interno applica all’inglese. Chi la degrada a opinione revocabile — magari sulla scorta del laurenziano «never trust the artist, trust the tale», cui il titolo “Fidarsi del racconto” pare ammiccare — incorre in un corto circuito: in Tolkien il teller si è inscritto nel tale come redattore diegetico, e non esiste un «racconto puro» separabile dall’apparato filologico che lo trasmette.
    In terzo luogo, la celebrata varietà dei registri: reale, ma di logica verticale (diacronica, gerarchica, fondata sull’ontologia del Mondo Secondario), non orizzontale-espressionistica si tratta. La Lettera 171 mostra un autore che teorizza il proprio arcaismo, rifiuta la tushery e riscrive per controprova una battuta di Théoden in idioma moderno, per esibirne la perdita. Moltiplicare il colore lessicale in senso sincronico rischia di arricchire la superficie appiattendo il sistema linguistico. Soccorre qui Berman (Pour une critique des traductions): tra le tendenze deformanti, la distruzione dei réseaux signifiants sous-jacents colpisce esattamente la rete onomastico-etimologica, che in Tolkien è testo e non ornamento; mentre l’ennoblissement uniformante è il vizio speculare, storicamente imputabile alla linea Alliata/Principe. Lo stesso metro, applicato simmetricamente alle due versioni, restituisce al giudizio l’equanimità che nel post si invoca.
    Quarto: sul confronto con Melville. La «follia» melvilliana è esuberanza sincronica di una voce, il pastiche rapsodico di Ishmael; la difficoltà tolkieniana è inversa, un’economia quasi liturgica in cui ogni scarto è motivato. Scambiare sobrietà per semplicità è l’abbaglio già denunciato da Le Guin in From Elfland to Poughkeepsie. E la Lettera 165 («The invention of languages is the foundation») — col retroterra barfieldiano dell’ancient semantic unity illuminato da Flieger in Splintered Light — conferma che qui la lingua non caratterizza il mondo: lo fonda. Quanto all’accusa di evasione, in attesa della parentesi promessa, basti On Fairy-Stories, che distingue l’Evasione del Prigioniero dalla Fuga del Disertore; la Prefazione alla seconda edizione, opponendo la libertà dell’applicabilità al dominio dell’allegoria, ne è il corollario.
    Se, dunque, ancora con Berman, una ritraduzione non è altro che il luogo in cui la traduzione «si ri-compie» tornando alla fonte, una versione del 2019-2020 andava commisurata all’eccedenza ermeneutica accumulata nel frattempo (Letters, History of Middle-earth, Shippey, Flieger et al., lo stesso Reader’s Companion). L’occasione parzialmente mancata che si lamenta è quindi documentabile, non umorale: il che consente di riconoscere a Fatica meriti effettivi — il ritmo, il coraggio (revisionista?), la de-epicizzazione di certe incrostazioni — senza concedere l’equazione pubblicitaria «nuova traduzione = vero Tolkien». Il vero Tolkien, semmai, abita nel criterio: nella coerenza del dispositivo pseudobiblico che questo post ha giustamente riposto al centro.

    1. Riflessione molto condivisibile, della quale ti ringrazio! La sola maniera di riportare la discussione sul metodo è “mettersi in ascolto” di Tolkien, concedendogli quel tanto di fiducia che serve quanto meno a comprendere il tipo di operazione, restando lettori critici e di mente aperta.
      Molto interessante la menzione della lettera 171 a Hugh Brogan, nella quale Tolkien non solo dimostra di essere perfettamente conscio del “taglio” e del “tono” che imprime al suo linguaggio, ma chiarisce ancor meglio quale sia il PROPRIO ruolo di “narratore/redattore” in ultima istanza e di fittizio mediatore della materia letteraria dello pseudobiblìon. Non si può che prendere sul serio il “gioco” di Tolkien. Fare diversamente sarebbe come telefonare alla polizia per denunciare la premeditazione dell’omicidio di Claudio durante uno spettacolo teatrale dell’Amleto.
      Grazie per le parole e per lo spunto! Dedicherò sicuramente un piccolo speciale futuro alla lettera a Brogan. A proposito di Antoine Berman, un nostro co-redattore aveva tempo fa avanzato notazioni simili attraverso i principi “Sulla traduzione” di Hilaire Belloc, arrivando a conclusioni simili. Anche questo sarebbe un ottimo ambito per approfondire ancor più la questione, e rispondere alla visione fatichiana del presunto ruolo “regolatore” del traduttore.
      -Rúmil

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