[Questa è la tredicesima parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. Recupera qui le parti precedenti: 1 – 2– 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12]
CONTINUA…
La conferenza si conclude, infine, con una domanda palesemente troll:
Domanda 6. Abbiamo un po’ parlato di tutti i pregi che caratterizzano lo stile di Tolkien… Io volevo sapere, da un massimo esperto, qualche difetto stilistico, qualcosa che ha trovato con la sua esperienza, insomma, lo chiedo a un massimo conoscitore, no? quale la ritengo. Magari qualcosa anche a livello personale, un difetto, qualcosa…
È stata un’ora e venti minuti di conferenza in cui Tolkien è stato pestato di botte dall’inizio alla fine, in cui Fatica non ha mai fatto mistero del suo disprezzo, della sua superficialità di approccio, della scarsa considerazione che ha nei riguardi di questo genere di letteratura… e adesso si vuole chiedere al “massimo esperto” [sic!] di parlare anche “dei difetti stilistici”?
Tutto si può dire a Fatica meno che non sia stato onesto: ha ammesso fin dall’inizio di non essere uno specialista di Tolkien, di averne letto solo alcuni saggi prima di incappare in questo progetto, ha più volte ribadito che questo non è proprio il suo genere, che ci sono quelli che ci si divertono più di lui, eppure questo ragazzo, che sembrerebbe essere entrato in sala solo in quel momento oppure star perculando il relatore, gli avanza una richiesta così paradossale da far quasi sembrare lo scambio un siparietto sceneggiato di dubbio gusto, non fosse che a quel punto perfino Fatica sembra imbarazzato, e probabilmente cerca di stornare l’impressione di voler infierire ancora di più (cosa che invece farà). Ad ogni modo ecco come risponde:
F: No, ma l’ho detto già prima, ce ne ha vari, adesso non vorrei insistere su questo aspetto…
A volte è ripetitivo, ma non con le parole, è ripetitivo nella concezione degli episodi, no? Cioè, gliene viene uno bene, poi dopo, il libro dopo magari, lo rifà altre volte, gli era venuto così bene quello del bosco che lo rifà nel libro dopo… Non so proprio… un difetto in modo particolare… Questo suo divertimento, vabbè, non lo trovo quasi mai così divertente, ad esempio, e non so perché. Io trovo invece gli scrittori divertenti, cioè quelli mi piacciono, quelli che mi divertono molto. Lui non ti fa ridere, lui ghigna un pochino dietro le cosettine così. Non lo trovo tanto simpatico. Gli Hobbit sono un pochettino così, più alla mano, qualche momento, più scherzosi, ma non con le parole, gli altri, quelli che lui ama tantissimo…
La critica sulla ripetitività strutturale del Signore degli Anelli rientra in quel genere di osservazioni che abbiamo visto anche in precedenza: ignora completamente l’impostazione stilistica e le fonti letterarie cui Tolkien si riferisce. Ma oltre a questo mi sento di dire che sia un’accusa facilmente smentibile: gli episodi della Vecchia Foresta e di Fangorn, se intuisco a cosa Fatica si riferisca, non costituiscono un riciclo di situazioni, ma portano avanti un discorso organico sulla natura, e mettono in campo riflessioni complementari. Credo che la varietà presente all’interno del romanzo compensi abbondantemente qualunque eventuale “appesantimento” nella concezione di episodi apparentemente simili.
Riguardo all’ironia di Tolkien vi è ben poco che si possa dire senza scomodare i gusti personali. Secondo Fatica Tolkien si parla e si ride addosso, né è un simpatico di natura (come invece lo sono Kafka e Musil, scommetto…). Tolkien ghigna perché è cattivo, ricordiamolo: lui vuole metterla in saccoccia al lettore con i suoi scherzi e i suoi giochi linguistici. Se tu soffri, lui gode, quindi anche le situazioni che mette in scena sono tutte finalizzate al suo godimento cattivo. Fatica prosegue imperterrito in questo ritratto impietoso:
Un difetto enorme: come parla delle cose amorose con le donne, veramente imbarazzante. Questo qui che diventa rosso, capito? Non so, perché l’ha vista leggermente soltanto passar laggiù così, è un po’ esagerato, è un po’ da inglese… Lui credo che in una delle donne avesse messo la donna che amava, un personaggio di queste donne elfiche, credo, da quello che ho letto… Io non sono nemmeno un gran lettore di cose sue nella vita, il minimo, quello indispensabile, ma non è che sono… Certi sono curiosi, quanti giubotti scozzesi c’aveva… queste cose così, no? come lui si vestiva, in questo modo un po’ un po’ ridicolo, no? Con la pipa, il panciottino, no? Però dietro c’era un demiurgo, che costruiva un mondo. Lui faceva finta di essere un professorino, così… ma dietro… c’era una grande presunzione. [Siamo arrivati all’odio e al dileggio puri].
D: A differenza, l’altro giorno si parlava di Gadda in questa sala. Il tema di Gadda è che non riesce a chiudere i romanzi perché vuole inserire un universo e gli scappa da tutte le parti e quindi non riesce a concludere. A Tolkien è riuscito…
F: Oddio, lui ha lasciato abbastanza… Se partiamo dal Silmarillion all’inizio, andando dopo…
Insomma, in fondo ha lasciato incompiuta la cosa, se vogliamo. Poi c’è sto figlio, tutti gli altri inediti che che secondo lui li ha messi a posto… Secondo me se li è scritti lui, per i soldi. Sì, diciamola così, ma non posso dirlo perché io non li ho letti quelli, ho letto solo quelli di Tolkien, quelli fatti veramente da lui.

Beh! Come commentare tutto ciò?
Punto primo: secondo Fatica, Tolkien è assolutamente incapace di interfacciarsi con il femminile, di descrivere la relazione con esso senza scadere in svenevolezze, in atteggiamenti talmente morigerati da risultare ridicoli e imbarazzanti. In questa visione* risuonano quasi le parole di Edwin Muir, dalla sua recensione del Ritorno del Re uscita nel 1955 sull’Observer, in cui sosteneva: “all the characters are boys masquerading as adult heroes […] and will never come to puberty […]. Hardly one of them knows anything about women”. Poiché le illazioni di Muir non si limitavano ai personaggi, ma proiettavano questa presunta immaturità sessuale anche sul loro creatore, in un’intervista a Denis Gueroult della BBC di circa 10 anni dopo, Tolkien, che sapeva essere molto ironico e nondimeno “blastatore”, risponde con una risata: “I thought it was very rude from a man – as far as I know he is childish – writing about a man surrounded with children, wife, daughter, grandchildren…”
L’arruffata osservazione di Fatica, oltre a non cogliere il contesto letterario e culturale e, come dicevamo prima, l’impostazione stilistica dell’operazione di Tolkien, dice molto più di Fatica stesso che dell’autore.
Per dire così, sembrerebbe non aver mai letto letteratura romantica in vita sua, non aver idea degli stilemi della letteratura d’amore bassomedievale, ad esempio i temi dell’amor cortese, l’immagine della donna angelicata, la totale astrazione del rapporto amoroso subordinato all’idealizzazione e alla virtù.
O, più probabilmente, un’idea ce l’ha eccome, ma inconsciamente non ritiene che Tolkien abbia il “diritto” di richiamarsi ad una tradizione letteraria diversa da quella di riferimento del suo tempo.
Infine, devo dire che il goffo accenno a Lúthien, nella cui figura Tolkien avrebbe riversato l’immagine della “donna che amava” (veramente sarebbe la moglie, ma lasciamo andare), fa veramente male al cuore: uno dei cardini poetici e tematici del Legendarium ridotti a macchietta…
Eppure, per quanto incommentabile, peggio ancora è ciò che segue.
Tanto per cominciare Fatica, in questo sfogo finale, fornisce di Tolkien un’immagine stereotipa, avvilente e sgradevole. Questo pover’uomo, la cui più grande colpa sarebbe quella di non essere Dostoevskij o Eliot ma solo un vile conta-favole, viene criticato in ogni aspetto, finanche personale: dalla sua vita privata al suo ruolo accademico, dal suo look compassato al suo atteggiamento – presunto – di arroganza, che si celerebbe dietro all’apparenza di beneducato professore di Oxford.
Va da sé che il rispetto ciascuno è libero di concederlo o meno, tuttavia è impossibile non vedere in queste parole di dileggio altro che un’invettiva completamente gratuita.
Se non fossi io stesso contrario all’idea di trasformare Tolkien in un “santino”, come purtroppo sono adusi molti suoi lettori, mi azzarderei a dire che le parole di Fatica hanno intenti addirittura dissacranti: in un intervento precedente ha suggerito di voler sfatare o ridimensionare quella che lui definisce l’aura di intoccabilità di Tolkien. Nobile proposito, ma in che modo lo fa? Dandogli del “ridicolo” e del “professorino”?

Per quanto non dovrebbe più sorprenderci, arrivati a questo punto, che uno come Ottavio Fatica abbia difficoltà ad emettere giudizi che vadano oltre le apparenze, questa considerazione di Tolkien alla stregua di un personaggio costruito a tavolino, di un guru rimbecillito o furbetto a seconda dei casi, che addirittura fa la parte del bonario professore inglese, vestito con questi “panciottini”, mi suscita, lo ammetto, un certo senso di fastidio. Più che altro perché la trovo ingiusta riferita proprio a Tolkien, che nella sua vita sarà stato anche severo o scostante, ma mai ipocrita.
Critiche da muovergli ve ne sarebbero eccome, ma qui Fatica salta direttamente alle offese personali e alla ridicolizzazione dell’uomo, prima ancora che delle sue idee.
Tuttavia, se pure decidessimo di sorvolare su questo aspetto, la cosa che a me veramente dispiace è la boutade finale su Christopher Tolkien, e la messa in dubbio (per quanto sardonica, almeno mi auguro!) dell’autenticità delle opere postume del padre.
Per salutare il suo pubblico condiscendente, Fatica decide di (provare a) smontare qualunque credibilità letteraria del Legendarium, qualunque sua legittimità o genuinità, e decide di farlo pur ammettendo che quei libri “lui non li ha letti”, in quanto lui ha letto solo il “vero Tolkien”. Ancora una volta ci si richiama a questa inesplicabile nozione, e si cerca, non dialetticamente ma apoditticamente, di tracciare una distinzione tra il “vero Tolkien” e il “falso Tolkien” all’interno della sua stessa opera.
La stessa opera, ebbene sì! Con buona pace delle accuse di apocrifia che vengono avanzate continuamente nei confronti della Storia della Terra di Mezzo (Fatica è solamente l’ultimo in ordine cronologico a farlo, se con sincerità o malafede non possiamo saperlo), le opere postume di Tolkien sono autenticamente sue (ovviamente, al netto dei preziosissimi commentari e note esegetiche forniti da CT). Anzi, in un certo senso si potrebbe dire che rispecchiano il suo metodo di scrittura e il suo stile composito perfino più di quanto non facciano le opere pubblicate in vita.
Ciò non dovrebbe sorprendere: il materiale, a dir poco magmatico e instabile, che costituisce il “Silmarillion” è la vera opera alla quale Tolkien lavorò per tutta la sua vita. Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli al suo confronto furono dei fortunatissimi incidenti di percorso.
L’infelice uscita di Fatica, considerando che proviene dal traduttore italiano ufficiale del SdA, ed essendo la contingenza un evento appositamente organizzato per parlare dell’opera di Tolkien e della sua traduzione, mi sembra tra l’altro l’ennesimo scivolone nei riguardi di quella stessa realtà (l’Associazione Italiana di Studi Tolkieniani) che ha collaborato con lui alla traduzione e che sta appunto portando avanti il progetto editoriale della traduzione italiana della Storia della Terra di Mezzo.

Oltre al danno la beffa, Fatica decide di chiosare questa provocazione con un’irritante praeteritio: “non potrei dirlo (ma lo dico lo stesso)”; “non ho letto i libri (ma vi dico che per me sono delle commercialate fatte dal figlio per fare soldi)”. Insomma: non l’esternazione più elegante e pertinente che ci si auspicherebbe, specie se consideriamo il fatto, ampiamente dimostrato in questa sede, che anche le opere che Fatica ha effettivamente letto di Tolkien non sembrano essere state da lui assimilate più di tanto…
Dato che ahimè, come dicevo, il nostro non è certo il primo né l’unico a denigrare e svalutare il lavoro fatto da Christopher Tolkien con il Silmarillion, gli Unfinished Tales e la History of Middle-earth, vogliamo provare a mettere in ordine un paio di concetti per provare a demolire questa illazione a dir poco assurda?
Il fatto che certe opere siano state pubblicate mentre Tolkien era ancora in vita e altre no non è frutto di un piano provvidenziale o di chissà quale insondabile scelta dell’autore, ma, come spesso succede nella storia della produzione letteraria e dell’editoria, perlopiù frutto di una serie di casi e di circostanze contingenti.
Tolkien avrebbe ben volentieri pubblicato il “Silmarillion” e le altre leggende che orbitano intorno ad esso (in questa “galassia” che costituisce appunto un “Legendarium”), ma non ebbe mai la reale opportunità di farlo.
Non si tratta di una speculazione: lo sappiamo dall’epistolario, dagli scambi di Tolkien con le persone che gli erano vicine, come gli stessi editori. Sono ampiamente documentati ciclici tentativi di presentare alla casa editrice George Allen & Unwin il “Silmarillion”, il primo dei quali nel 1937, a Hobbit appena pubblicato.
Si veda a questo proposito la lettera 19 del 16 dicembre 1937 all’editore Stanley Unwin, in seguito al parere di lettura di Edward Crankshow, che aveva lodato la storia ma lamentato i “nomi celtici spaccaocchi”:
La mia gioia deriva dall’apprendere che il Silmarillion non sia stato rifiutato con disprezzo. Da quando ho rivelato questa sciocchezza privata e tanto amata, ho sofferto un senso di paura e perdita; e penso che se a Lei fosse sembrata una sciocchezza, ne sarei stato veramente distrutto. Non mi importa dei versi, che malgrado qualche passaggio virtuosistico hanno grossi difetti, poiché per me sono solamente la materia prima di partenza. Ma ora spero certamente, un giorno, di essere in grado, o di potermi permettere, di pubblicare il Silmarillion! Il commento del Suo lettore mi procura grande gioia. Mi dispiace che i nomi gli spacchino gli occhi: personalmente credo (e su questo credo di essere un buon giudice) che siano buoni, e che contribuiscano in gran parte all’effetto. […]
Non c’è nemmeno bisogno di dire che non sono celtici! Né lo sono i racconti.
Altri momenti in cui Tolkien coltivò l’idea di pubblicarlo sono da far risalire al periodo della stesura del Signore degli Anelli. Ecco cosa scrive ad Unwin nella lettera 98 del marzo 1945:
Quanto a un testo più lungo, naturalmente il mio unico vero desiderio è pubblicare “Il Silmarillion”: cui il Suo lettore, come forse ricorda, riconobbe una certa bellezza, ma di un tipo “celtico”, irritante per gli anglosassoni.
Oppure nella lettera 115 a Katherine Farrer, del giugno 1948:
Mi affliggo (per me stesso) perché non riesco a trovare “Gli anelli del potere”, che insieme alla “Caduta di Numenor” è il legame fra il Silmarillion e il mondo dello Hobbit. Tuttavia i suoi elementi essenziali sono compresi nel cap. II del Signore degli Anelli. Naturalmente, quel libro sarebbe più facile da scrivere, se il Silmarillion venisse pubblicato per primo!
Dalla lettera 124 a Stanley Unwin, del 24 febbraio 1950, parlando del Signore degli Anelli:
Il lavoro mi è sfuggito di mano e ho prodotto un mostro: un romanzo immensamente lungo, complesso, piuttosto amaro e molto terrificante, decisamente inadatto per i bambini (se pure è adatto per qualcuno); e non è realmente un seguito dello Hobbit, ma del Silmarillion. La mia stima è che contenga, anche senza alcune appendici necessarie, circa 600.000 parole. Anche di più, secondo un dattilografo. Vedo fin troppo chiaramente quanto sia irrealizzabile. Ma sono stanco. Mi sono tolto il libro di dosso, e non penso di poterci fare altro, se non una leggera revisione delle inesattezze. Peggio ancora: sento che è legato al Silmarillion.
Dalla lettera 125 del 10 marzo dello stesso anno, sull’idea di un progetto unitario di pubblicazione:
[…] l’intera Saga dei Tre Gioielli e degli Anelli del Potere ha solo una divisione naturale in due parti (ognuna di circa 600.000 parole): Il Silmarillion e altre leggende; e Il Signore degli Anelli. Il secondo è tanto indivisibile e unificato quanto è stato possibile scriverlo.
Si veda anche la celebre corrispondenza (1950) con Milton Waldman della casa editrice Collins, nel periodo in cui Tolkien cercava alternative alla George Allen & Unwin per provare a pubblicare in blocco Il Silmarillion con Il Signore degli Anelli, come abbiamo visto. Addirittura arriva a scrivere:
Ritengo di non avere obblighi legali nei confronti della Allen & Unwin, poiché la clausola nel contratto dello Hobbit riguardo l’opzione per il mio libro successivo dovrebbe essere stata soddisfatta (a) dal loro rifiuto del Silmarillion o (b) dalla loro conseguente accettazione di pubblicare Il cacciatore di draghi.
Nella lettera 131 a Waldman, Tolkien ci regala uno dei resoconti più suggestivi e completi del Legendarium, e contemporaneamente ribadisce l’importanza che quei miti rivestono per lui. Tuttavia, nel corso dell’anno successivo la Collins, spaventata dalla mole del Signore degli Anelli, non riesce a chiudere un accordo e rimanda costantemente una risposta chiara sulle chance di pubblicazione, al punto che Tolkien si spazientisce e nel 1952 torna da Rayner Unwin (figlio di Stanley), intenzionato a pubblicare quanto meno il SdA.
Perfino queste angosciose vicissitudini non scoraggiano Tolkien dall’idea di proseguire nella stesura del “Silmarillion”, cui proprio in questo periodo dà nuova forma, riprendendo appunti e vecchie stesure lasciate ad “ammuffire” (come dice lui stesso) per 15 anni.
Per inciso: quando riporto “Silmarillion” in questa forma tra virgolette, mi riferisco – come Christopher – al “Silmarillion” lato sensu, dunque non nella forma edita nel ’77 (Il Silmarillion), ma considerato in tutte le sue varie stesure e formulazioni, alcune delle quali oggi considereremmo senza dubbio “obsolete” rispetto a come il piano dell’opera si era andato configurando negli ultimi anni di vita di Tolkien, avendo egli lavorato a questo magnum opus fino alla vecchiaia.
Ad esempio, la Gest of Beren and Lúthien o il Lai del Leithian – entrambi risalenti agli anni ’20 e inclusi da Christopher nel percorso cronologico della History – difficilmente avrebbero fatto parte della versione finale della storia dei due amanti più famosi della Terra di Mezzo, se non in seguito ad una cospicua revisione (che infatti, nel caso del Lai, era cominciata subito dopo il completamento del Signore degli Anelli, all’inizio degli anni ’50, e si era inoltrata nella riscrittura dei primi canti, con poche modifiche sui successivi).
Vi è poi il Quenta Silmarillion degli anni ’30, composto parallelamente alle Etimologie e allo Hobbit.
Come lo Sketch of Mythology (1927) e il Qenta Noldorinwa (1930), esso non rispecchia “l’ultima parola di Tolkien” su molte delle storie ivi riportate, oppure lo fa solo nella struttura ma non nei dettagli, dal momento che il Later Quenta (1951-58) e gli Annali Grigi (1958) sono molto più vicini alla forma maggiormente “codificata” di queste storie. Il motivo è molto semplice: Tolkien non completò mai l’operazione di riscrittura e revisione, non riuscì a comporre la versione definitiva di alcune tra le storie più importanti del ciclo, come la Caduta di Gondolin e il viaggio di Eärendil, né riuscì a riscrivere la cornice narrativa, che infatti non è mai progredita rispetto alla fase dell’Early Legendarium (ovvero, dei Racconti Perduti).
Dopo la morte di J. R. R., nel predisporre, con l’aiuto di Guy Kay, la pubblicazione del Silmarillion, Christopher Tolkien si è trovato a fronteggiare tutti questi problemi strutturali, e a dover faticosamente e dolorosamente scegliere quali materiali includere nel testo e quali escludere, per non incorrere in problemi di incoerenza narrativa, e non dover sottoporre al lettore una materia di eccessivamente complessa interpretazione. Fu solo il successo degli Unfinished (1980) che lo convinse a ripercorrere l’intero corpus, editando e pubblicando anche i “testi-sorgente”, e allo stesso tempo tentando di dar conto dell’intera storia di composizione, in maniera che fossero chiare tanto le sue proprie scelte di selezione e presentazione dei materiali quanto la natura dell’opera nel suo insieme.
Alla luce di tutto ciò che abbiamo visto, il paradigma di incompletezza dell’opera di Tolkien non deve impedirci di considerare con estrema attenzione gli scritti che si sono conservati, e che Christopher ha mirabilmente offerto ai lettori, corredandoli di fondamentali apparati critici. L’incredibile procedimento creativo di Tolkien, e il fatto che abbia lasciato tracce così cospicue di un’evoluzione concettuale della narrativa e della costruzione dell’ambientazione ad essa legata (compresa la componente squisitamente linguistica), costituisce probabilmente la vera cifra stilistica di questo autore.

Christopher, attraverso la Storia della Terra di Mezzo, ci consente di trovarci all’interno del “laboratorio dello scrittore”, di conoscere una vastissima porzione di materiale narrativo altrimenti inespresso e destinato all’oblio, e perfino di comprendere meglio alcune caratteristiche già contenute nelle parti “edite” dell’opera di J. R. R. Tolkien, ma che assumono una complessità del tutto nuova alla luce delle sfumature e sfaccettature presenti in questa immensa mole di “inediti”.
In conclusione, possiamo ribadire che non esiste alcun “falso Tolkien” postumo. Anzi! Non finiremo mai di essere riconoscenti nei confronti di Christopher Tolkien per il suo lavoro certosino e instancabile, per la formidabile acribia, filologicamente maniacale a dir poco, con cui ha ricostruito la storia testuale del Legendarium, arrivando ad azzardare inferenze sull’evoluzione più recondita del pensiero del padre.
Un simile sforzo è paragonabile ai più eclatanti casi di curatela postuma delle opere di grandi artisti della storia della letteratura, come quello profuso ad esempio da Antonio Ranieri per quanto riguarda gli scritti lasciati inediti alla morte di Giacomo Leopardi. Se anche non fosse dimostrabile (Tolkien’s Last Will & Testament alla mano, vd. oltre) che Christopher avesse ricevuto dal padre assoluta carta bianca nella gestione del suo patrimonio letterario, finanche la possibilità di riscriverlo da capo o di distruggerlo interamente, vorrei ricordare alcuni casi di “contravvenzione” alla volontà dell’artista che hanno però così donato all’umanità grandissime opere altrimenti destinate alla distruzione e all’oblio.
Sono celebri quelli di Publio Virgilio Marone, che aveva lasciato istruzioni di bruciare l’Eneide in quanto incompiuta, ma fu fortunatamente NON obbedito dagli editori e amici Vario Rufo e Plozio Tucca; di Frank Kafka, che parimenti aveva affidato al suo esecutore letterario Max Brod l’ultima volontà di bruciare tutti i suoi manoscritti ancora inediti. Quest’ultimo caso è particolarmente degno di nota, specie se comparato con la vicenda di Tolkien: sebbene Brod, avendo riconosciuto nell’amico un genio artistico di somma caratura, abbia preservato dalla distruzione circa il 90% dell’opera kafkiana, rendendo un indubbio servizio alla letteratura, è altresì vero che la sua curatela non fu affatto filologica o rigorosa, né priva di controversie. Il mio sospetto è che Fatica, avendo forse in mente questi precedenti stra-noti, non riconosca a Christopher il rigore e l’abnegazione che invece hanno caratterizzato il suo lavoro pluridecennale.
Ad ogni modo, Tolkien è stato decisamente più “generoso” e aperto all’eventualità di modifiche apportate da altri alla propria opera, rispetto a Virgilio o a Kafka (o a George Martin, si parva licet…).
Si legge infatti nel Tolkien’s last will & testament:
5. I GIVE my library and all my manuscripts typescripts notes and all other articles connected with my work as an author (hereinafter together referred to as “my literary assets”) to my Trustees upon the following trusts that is to say:
(a) Upon trust to allow my son Christopher full access to the same in order that he may act as my Literary Executor with full power to publish edit alter rewrite or complete any work of mine which may be unpublished at my death or to destroy the whole or any part or parts of any such unpublished works as he in his absolute discretion may think fit and subject thereto.
***
“[…] in fede, concedo a mio figlio Christopher pieno accesso [ai miei manoscritti, dattiloscritti, note e a tutti gli articoli correlati con la mia attività di autore, di seguito indicati come “il mio patrimonio letterario”], di modo che possa agire in quanto mio Esecutore Letterario, con piena facoltà di pubblicare, editare, alterare, riscrivere o completare qualsiasi mia opera rimasta inedita alla mia morte, o di distruggere interamente o parzialmente suddetta opera inedita, nella maniera che lui, a sua assoluta discrezione, ritenga consona”. [enfasi mia]

Che dire? Oltre alla ammirevole abnegazione di Tolkien padre, come dicevo, ci sarebbe anche da considerare un fatto, generalmente ignorato da tutti coloro che accusano C. Tolkien di aver voluto “spremere come un limone” l’eredità paterna, potendo “campare di rendita” continuando a far uscire irrilevanti opere-fotocopia: ritengo che nella storia del cosiddetto fantasy esistano molti, moltissimi autori che hanno affrontato molte meno fatiche di quante non ne abbia sostenute Christopher, il quale ha scartabellato, decifrato, trascritto e analizzato una quantità di materiale che riempiva, secondo quanto dichiarato in un’intervista del 2012 a Le Monde, circa settanta scatoloni di archivi, ciascuno pieno di migliaia di pagine inedite, tra manoscritti e dattiloscritti (oggi in gran parte conservati tra Bodleian Library, Marquette University e Tolkien Trust).
E tutto questo non volendo mai assurgere al ruolo di autore, ma accontentandosi di essere un curatore, un mero editor degli scritti del padre: Christopher, infatti, nonostante fosse libero di scegliere di completare l’opera, non ha mai scritto una virgola di suo, se non delle congiunzioni o integrazioni editoriali, come è successo ad esempio per Il Simarillon del 1977 (specialmente le parti più lacunose dei capitoli finali) e per I Figli di Húrin (che ha strutturato come un romanzo, pur essendo a sua volta composto da una collazione di testi, sostanzialmente).
Con una condotta diversa, Christopher Tolkien avrebbe potuto nuotare nell’oro profondendo uno sforzo infinitamente inferiore a quello effettivamente elargito: gli sarebbe bastato, ad esempio, mettere tutta quella roba all’asta – pensiamo a quanto sarebbe stato più semplice e remunerativo! Un minimo sforzo per un massimo risultato (monetario). E invece si è sobbarcato circa 25 anni di paziente lavoro filologico, sottraendo all’oblio e alla dispersione tutto ciò che abbiamo avuto il piacere di leggere dagli anni ’70 a oggi.
Ho approfondito in altra sede il “percorso” che condusse Christopher Tolkien al “pentimento” rispetto alla sua scelta iniziale e alla conseguente decisione di intraprendere il colossale progetto antologico della HoME; di come il “taglio trasversale” rappresentato dal Silmarillion “cristallizzatosi” con la pubblicazione del 1977 sia stato trasformato in una “ricostruzione longitudinale”, in cui lo scopo non era più quello di fornire una narrazione coesa e coerente (missione impossibile, data la natura dei materiali), bensì restituire la complessità e la stratificazione del corpus mitografico in essere.
Questo corpus esiste, è concreto, è consultabile. Come si può dunque “far passare” a Fatica una battuta del genere? E Christopher? L’ha fatto per i soldi? Beh, anche se fosse? Ho appena dimostrato che, tra tutte le alternative possibili, non ha certo scelto quella che pagava di più! Ma facciamo pure finta che l’illazione abbia senso: non vedo quale sia il problema. Il buon lavoro merita di essere ripagato. Oppure siamo ancora all’idea un po’ retrograda che il denaro sia sempre e comunque sterco del diavolo? Penitenziagite!
* Si vedano anche le parole di Anthony Burgess (autore di A Clockwork Orange, ad esempio), che nel dicembre del 1991 dedicò a Tolkien un articolo (tradotto in italiano Tre amici e un’idea: niente sesso siamo inglesi), in cui affrontava l’interesse di Tolkien per le lingue (ricordiamo che Burgess, in un certo senso, era un “conlanger” a sua volta, avendo inventato il Nadsat, ovvero il gergo giovanile parlato dai protagonisti di A Clockwork Orange) e la mancanza di erotismo nella maggior parte dell’opera del Professore di Oxford. Scrive Burgess in un passaggio:
Chiaramente è l’opera di un autore erudito e raffinato, ma ha in sé qualcosa di infantile, e questo senso d’infanzia è lampante nell’assoluta mancanza di aspetti erotici. In un periodo come quello degli anni ’60, quando il sesso esplodeva da ogni parte tra i giovani, fu ben strana la passione che scoppiò per questo libro dove gli hobbit sembra non si accoppino mai e mai abbiano contatti di tipo sessuale. […] [Tolkien era] pulitissimo, come i suoi colleghi Inklings Williams e Lewis, e in quella pulizia c’è un non so che di sporco. Della vita matrimoniale di Tolkien sappiamo poco. Come i suoi amici, lo scrittore preferiva stare tra maschi e passare le serate a discettar di testi e bere birra. Avevano, tutti e tre, qualcosa di immaturo che suscita una certa ripugnanza in molti lettori.
TO BE CONTINUED…
Risorse multimediali:
Di seguito il quinto video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza, al timestamp corrispondente:
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