SÔVAL PHÂRË – (La“Lingua Comune”) ~ Rubrica sulla Traduzione in Tolkien - [SPECIALE “THE DEBUNKING OF FATICA” ~ PARTE 12]

[Questa è la dodicesima parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. Recupera qui le parti precedenti: 1 – 2– 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 1011]

CONTINUA…

Segue una domanda di un’uditrice di argomento etimologico, che è più che altro una nota di colore:

Legolas in Mirkwood by Donato Giancola

Domanda 3: Mi lascio influenzare molto dai nomi dei vari personaggi nell’immaginarli. Il mio preferito è Legolas. Che significa realmente? Ha un significato?

F: No, in questo momento mi coglie [impreparato] [ride] perché sono passati un bel po’ d’anni e io non mi ricordo più tutte queste cose così. Sì, sicuramente, bisognerebbe andare a vedere in fondo e guardar dei nomi. Io mica mi ricordo più niente. [sfoglia il libro] Nelle Appendici non c’è?

Fatica ovviamente non ha idea di quale possa essere l’etimo di Legolas, non ricorda nemmeno che nelle Appendici del Signore Anelli non è incluso alcun dizionario etimologico dei nomi propri, figuriamoci se può sapere che l’etimo Sindarin del nome del nostro buon “Verdefoglia” si trova nelle Lettere.

Sorvolo sugli sviluppi, un po’ incerti, dello scambio tra l’ammiratrice di Legolas e Fatica, in quanto non riesco a capire di preciso cosa entrambi stiano intendendo. Certo è che hanno frainteso il senso dell’onomastica tolkieniana, al punto da farfugliare strane mezze frasi sulla delusione che i nomi dei personaggi abbiano un senso, o sul rimpianto di non aver potuto tradurre direttamente dal Westron per meglio rendere simili sfumature… Mah!

La domanda successiva ritorna sul tema della traduzione e dello stile del testo:

Domanda 4: Lui ovviamente era un grande costruttore di mondi, ma era anche un grande costruttore di lingue, da filologo, da studioso, e nel solo inglese ci sono dei passaggi notevoli di registro, di stile, di tipo di inglese a seconda dei personaggi, eccetera. Questo nella sua traduzione si sente, cosa che non c’era nella precedente. Non è per parlar male, ma per dire l’importanza di una nuova traduzione.

F: Ma sì, ma le traduzioni vanno fatte, vengono fatte, se ne fanno, se ne faranno su di lui in un futuro. La cosa più forte di lui però non è la lingua. La cosa più forte di lui è questo fatto di far quest’altro mondo così completo. Cioè lui vuole far coincidere… […] una mappa, quando camminano, le foreste, queste cose… La fa così dettagliata e così bene che per lui la mappa dovrebbe quasi arrivare a coincidere col territorio.

Questa è una cosa che Fatica scrive anche in apertura al suo intervento nei Quaderni di Arda:

Col Signore degli Anelli lo scrittore tenterà di stendere una mappa così particolareggiata da coincidere con il territorio. Spiegarla nella sua totalità comporterebbe coprire la campagna e offuscare la luce del sole – e avrebbe incontrato l’opposizione degli hobbit.
A questo c’è rimedio, basta usare la campagna come mappa di se stessa. Ha sempre funzionato.
D’altro canto però copiare un testo, la fisicità di un testo, uno a caso, il Don Chisciotte, darà comunque qualcosa di diverso, è risaputo.
Tra i due paradossi, due specchi a fronte che tutto vorrebbero comprendere, che tutto rischiano di escludere, sta l’opera di Tolkien.

Al di là delle immagini figurative adoperate, di dubbia efficacia, mi sembra uno strano modo di interpretare il worldbuilding di Tolkien. Cosa vorrebbe dire “usare la campagna come mappa di se stessa”? Si dà appunto il caso che la Terra di Mezzo, come abbiamo già sviscerato, sia uno stadio di immaginazione differente del nostro mondo, se questo è ciò che intende Fatica. Questo non comporta alcun paradosso, è parte del gioco sub-creativo, e contribuisce alla potenza evocativa dell’ambientazione.

L’appunto sul Don Chisciotte, e sull’opportunità o meno di “copiare un testo” (intende, facendone la traduzione?) si riferisce ad una delle Finzioni di Borges. Prosegue infatti Fatica:

Questo è impossibile ovviamente no? Nel senso che anche in traduzione – questo lo chiudiamo sulla traduzione…

Qualcuno aveva detto “dire quasi la stessa cosa”, no? Borges, che era un farabutto e pensava a queste cose, aveva fatto un esempio, aveva preso un signore e gli aveva fatto riscrivere pari pari il don Chisciotte, questo Pierre Menard. Non era la stessa cosa, perché se lo scrivo io lo riscrivo pari pari, lo ricopio in un’altra epoca, in un altro posto, è un’altra realtà, è un’altra cosa. Non c’è mai la stessa cosa in nessuno, figuriamo una traduzione, non può andare assolutamente… Lui voleva, diciamo così, tradurre il suo mondo, esattamente… Non ci riesce nemmeno lui, perché sarebbe una cosa, in un certo senso, Borges direbbe “abominevole” perché la vivresti, staresti lì dentro, come tu la vivi con l’immaginazione per quelle quelle ore che dedichi a questa cosa così, e la traduzione tenta questa cosa impossibile e per fortuna non riesce.

Umberto Eco

Siamo in chiusura, bisogna sparare le ultime cartucce… e dunque Fatica ritiene di dover contestare radicalmente la teoria di Umberto Eco sulla traduzione, tirando in ballo come argomento il Pierre Menard di Borges. L’argomentazione è così paradossale (questa sì!) che non riuscirei mai a sviscerarla degnamente, ma mi limito a osservare che Fatica ignora totalmente il quasi in tutto il discorso di Eco (che poi è la ragion d’essere principale del saggio, e fulcro del ragionamento sulla natura negoziale del processo di traduzione).

È davvero strano ascoltare un’argomentazione così manchevole nella comprensione del testo che pretende di criticare. Tant’è che perfino l’accondiscendente ospite ritiene di dover intervenire per chiarire le tesi di Eco.

Scrive infatti Eco all’inizio di Dire quasi la stessa cosa, a proposito dell’obiettivo della sua trattazione:

Ecco il senso dei capitoli che seguono: cercare di capire come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. A questo punto ciò che fa problema non è più tanto l’idea della stessa cosa, né quella della stessa cosa, bensì l’idea di quel quasi. Quanto deve essere elastico quel quasi? […] Stabilire la flessibilità, l’estensione del quasi dipende da alcuni criteri che vanno negoziati preliminarmente. Dire quasi la stessa cosa è un procedimento che si pone, come vedremo, all’insegna della negoziazione. [enfasi mie]

Come mai Fatica contesta a Eco qualcosa da cui Eco si preoccupa di sgombrare il campo fin da pagina 1?

Jorge Luis Borges

Cosa c’entra il Pierre Menard in questo discorso? [1]Non solo ricopiare il Don Chisciotte è abominevole. Il discorso di Fatica sembra sottintendere che anche solo l’idea di indugiare in quel mondo in cui ci catapulta la letteratura, specialmente quando riesce a far scattare il meccanismo dell’immersione, sia “abominevole”, ovvero, letteralmente, paragonabile ad un cattivo presagio da scagionare. Perché? Perché costituisce un’illusione che pretende di sostituirsi alla realtà. Ed è qui, se mi permettete, che casca l’asino, e che scatta l’argomento fantoccio: la sub-creazione, ovvero il Mondo Secondario, NON è una realtà illusoria in cui rifugiarsi, NON è un porto sicuro dai mali della vita, NON è una strategia di “diserzione del soldato”. È, come abbiamo detto, Ristoro, Consolazione, Evasione del prigioniero. È tentativo di cogliere la bellezza di QUESTO mondo attraverso un contatto con la Fantasia.
È incredibile che io debba “difendere” un punto di vista simile dall’illazione che Fatica mette in bocca a Borges, un autore incredibilmente similare a Tolkien sotto moltissimi aspetti – e che, soprattutto, con la satira di Pierre Menard intendeva tutt’altro.
 e soprattutto, se per Fatica si dà un’impossibilità ontologica di “dire la stessa cosa” traducendo un’opera, il che darebbe luogo ad un risultato abominevole, e nel concreto risulterebbe un’impossibilità (come per Eco!), allora quale visione alternativa si propone del concetto di traduzione? Altrove nella conferenza Fatica ha parlato del ruolo del traduttore come sherpa, e mi sta bene, ma in sostanza cosa differenza il suo approccio da quello di Eco?

Vorrei tranquillizzare Fatica: nessuno lo sta costringendo a “dire la stessa cosa” traducendo Tolkien o chiunque altro. Ammesso che fosse possibile, sarebbe indesiderabile, su questo siamo tutti d’accordo, ma non certo per chissà quale orrore metafisico sull’irriproducibilità dell’arte al di fuori del suo contesto d’origine. Il motivo è semmai che la traduzione deve tener conto della differenza d’impatto tra la lingua originale e la lingua di destinazione.

La traduzione è un’operazione filologica, non filosofica. E Tolkien infatti era un filologo.

Il punto, a ben guardare, è uno solo e sempre lo stesso: l’immersione data dalla Credenza Secondaria.

L’autore del Signore degli Anelli (o di qualunque opera si prefigga un obiettivo simile) costruisce un mondo in cui potersi immergere non per rifugiarsi al suo interno, ma per poterne riemergere.

Se prima non ci si immerge, non si può neanche riemergere, ed è durante questo periplo che si attinge a delle energie nascoste che risiedono nella facoltà della Fantasia.

Questo cercava di fare Tolkien, e questo dovrebbe cercare di fare il suo traduttore, provando a dire quasi la stessa cosa che ha detto l’autore. Più semplice di così…

 

 

TO BE CONTINUED

Risorse multimediali:
Di seguito il quinto video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza, al timestamp corrispondente:

Note
  1. Non solo ricopiare il Don Chisciotte è abominevole. Il discorso di Fatica sembra sottintendere che anche solo l’idea di indugiare in quel mondo in cui ci catapulta la letteratura, specialmente quando riesce a far scattare il meccanismo dell’immersione, sia “abominevole”, ovvero, letteralmente, paragonabile ad un cattivo presagio da scagionare. Perché? Perché costituisce un’illusione che pretende di sostituirsi alla realtà. Ed è qui, se mi permettete, che casca l’asino, e che scatta l’argomento fantoccio: la sub-creazione, ovvero il Mondo Secondario, NON è una realtà illusoria in cui rifugiarsi, NON è un porto sicuro dai mali della vita, NON è una strategia di “diserzione del soldato”. È, come abbiamo detto, Ristoro, Consolazione, Evasione del prigioniero. È tentativo di cogliere la bellezza di QUESTO mondo attraverso un contatto con la Fantasia.
    È incredibile che io debba “difendere” un punto di vista simile dall’illazione che Fatica mette in bocca a Borges, un autore incredibilmente similare a Tolkien sotto moltissimi aspetti – e che, soprattutto, con la satira di Pierre Menard intendeva tutt’altro.

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