[Questa è la decima parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. Recupera qui le parti precedenti: 1 – 2– 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9]
CONTINUA…
Cominciano a questo punto le domande dal pubblico.
Disclaimer: nelle risposte di Fatica curiosamente si concentra la maggior parte delle idiozie dette nel corso di tutta la conferenza. È come se Fatica in queste ultime battute volesse togliersi dei sassolini dalla scarpa, sfogando infine tutta la propria antipatia personale nei confronti di Tolkien. Se questa ipotesi vi sembra esagerata vi invito a recuperare il video della conferenza, o a proseguire nella lettura:
Domanda 1: Il fatto che Tolkien avesse studiato anche l’esperanto può aver influito in qualche modo su questi giochi di parole, su queste invenzioni letterali, lessicali?
F: Senz’altro. Però lui è contraddittorio in questo, perché lui dice che ci vuole una lingua, non intesa solo come linguaggio, una lingua di carne, una tongue, no? Una lingua e una persona fisica e uno spirito, e un racconto. Queste cose sono coeve e si fondono. Con l’esperanto questo non succede, sarà uno dei motivi per cui non ha avuto successo nel mondo; e le sue lingue, secondo me, queste che lui si inventa, difettano di tutto il resto. Cioè, l’italiano tu lo parli e dici “questa parola che sto dicendo l’hanno influenzata dei pescatori calabresi perché erano stati in Algeria, l’hanno portato…” quello che vuoi tu, storici o geografici. Nella lingua [di Tolkien] questo non succede. Sono anche carine, si capisce… Ma però è un gioco, non so, come quelli dei cruciverba, non so come dire, ci manca la realtà dietro, i sentimenti, i rimpianti, le cose, gli errori umani, le interpretazioni assurde che diamo di certe parole… e lui fa come la lingua artificiale, dell’intelligenza artificiale, fa un po’ la stessa cosa involontariamente, cioè noi la sappiamo fare a modo nostro. Lui era molto abile con le lingue, con ste cose così. Però è un altro conto dir delle cose nella tua lingua o anche un’altra lingua che conosci, ma è vera, e cioè è il francese che hanno vissuto delle altre persone. È un’altra cosa. Alcuni si divertono molto, io non tantissimo sinceramente, però era molto bravo e però sicuramente aveva lo stesso difetto dell’esperanto.
Ai! Ai! direbbe Legolas. Qui siamo veramente alle dolenti note…
Fatica, su stimolo della domanda di un’uditrice, tocca infine direttamente (dopo averci girato intorno per tutto il tempo) il discorso sulle lingue.
E quale sarebbe la sua visione? Che le lingue tolkieniane avrebbero esattamente lo stesso difetto dell’esperanto, anzi forse sono perfino peggiori, in quanto risultato di un “gioco, come quelli del cruciverba”. Una “lingua artificiale” è da lui intesa nell’accezione più deteriore possibile, ovvero come “lingua dell’intelligenza artificiale”, puro esercizio ricombinatorio senza sentimento e senza una realtà sottostante.
A proposito della visione di Tolkien riguardo l’esperanto, trovo utile rivolgerci ancora una volta alle parole dello stesso Professore, nella lettera 180:
[…] le «leggende» dipendono dalla lingua a cui appartengono; ma un linguaggio vivo dipende in egual misura dalle «leggende» che la tradizione ha conservato. (Per esempio, la gente non riesce a realizzare che la mitologia greca dipende molto più dalla meravigliosa estetica della sua lingua e dai nomi di persone e posti che dal suo contenuto, benché naturalmente dipenda da entrambi. E viceversa. Volapuek, esperanto, ido, novial, etc etc, sono morti, molto più morti di altre antiche lingue non più usate, perché i loro autori non hanno mai inventato delle leggende in esperanto.)

Tolkien ammirava l’esperanto in quanto costrutto linguistico puro, come sostiene in apertura a A Secret Vice, ma vi deprecava la mancanza di, come dice giustamente Fatica, una “lingua di carne”, e soprattutto di un corpus di storie e leggende che ne accompagnassero l’uso e l’evoluzione, ed è proprio a questa carenza che attribuisce il suo fallimento storico: non vi può essere lingua senza storia o viceversa, si tratta di due elementi di un binomio, un connubio inscindibile. Per far sì che quella lingua non diventi lettera morta, essa deve godere di un retroterra di miti, di storie, di emozioni, di sentimenti, di vissuto insomma.
Tolkien, dunque, arriva già a questa conclusione. L’attività di glossopoieta, di coniazione di con-lang (“constructed languages”) che lo impegnò per tutta la vita parte proprio da questo assunto, che costituisce la premessa fondamentale anche dell’impianto mitologico, oltre che linguistico.
Fatica qui sostiene una tesi simile, ma lo fa con l’atteggiamento di chi vorrebbe impartire all’autore un insegnamento, rimproverarlo di un’inadempienza, non concordare con la sua teoria.
È evidente che Fatica ritenga le lingue di Tolkien incapaci di aspirare ad un destino migliore dell’esperanto, dal momento che nega perfino questa premessa (anzi la ribalta, rivolgendo alle lingue di Tolkien il rimbrotto da questi rivolto ad altre lingue “artificiali”), né riconosce a Quenya e Sindarin alcun merito specifico.
È fattuale che i costrutti linguistici di Tolkien non siano lingue con un vissuto pari alle lingue del Mondo Primario, mi pare ovvio. Ma il punto di Tolkien non era quello di creare una lingua che le persone potessero parlare (cosa che invece si prefiggeva l’esperanto, appunto). L’obiettivo di Tolkien era creare una lingua che i suoi personaggi potessero parlare, una lingua artistica. Per Fatica tutto ciò è ozioso e ininfluente: le lingue di Tolkien non sono parlate da alcun popolo, se non dagli elfi dei suoi racconti (che però non esistono, essendo personaggi letterari), ergo possono essere considerate tutt’al più come simpatici giochini di parole crociate, divertissement di un professorino un po’ folle e pieno di sé, realizzati per intrattenersi, senza un reale rigore filologico, ma con regolette arbitrarie ideate solo per sparigliare e rimescolare le carte, per sorprendere il lettore più sprovveduto e generare spaesamento; perché in fondo sono lingue fittizie e inette di un mondo fantasy: si può tranquillamente sparare nel mucchio e sperare che qualcuno abbocchi.
Questa visione svilisce completamente il nucleo di tutta l’opera tolkieniana; è infatti nella lingua che risiede l’ἔθος di questo universo letterario. Ammetto che mi dispiace davvero tanto per Fatica, se la pensa effettivamente così: qui non si tratta di un’idea concretamente confutabile, ma di un’opinione che semplicemente non aggiunge nulla al discorso.
Il sogno di Tolkien era che, prima o poi, le sue lingue potessero acquisire esattamente quella portata emotiva, estetica, quella coscienza, quel carattere vivo e vibrante che possiedono le lingue che tutti noi parliamo.
Negare che questa cosa sia possibile significa rifiutarsi ancora una volta di aderire alla credenza secondaria, oltre a non riconoscere l’estrema complessità, perizia e verosimiglianza del costrutto linguistico fittizio.
Significa non avere fiducia nelle capacità artistiche dell’Uomo, nella sua vocazione al linguaggio.
Eppure il linguaggio è, in un certo senso, tutto ciò che abbiamo (Nomina nuda tenemus, direbbe qualcuno).
È chiaramente un discorso delicato, poiché estremamente dipendente dalla sensibilità soggettiva di ciascuno.
Né potrebbe essere altro che soggettivo: si veda ad esempio quanto Tolkien sostiene in English and Welsh (1955), quando si pregia di distinguere la “lingua natìa” [native language] dalla lingua che si apprende per prima [cradle-tongue], ovvero quella che uno apprende dai propri genitori.

La “lingua natìa” è quasi un concetto dell’animo, dello spirito, una lingua di elezione anziché di nascita – la lingua ideale per me, la lingua che io vorrei parlare a prescindere dalla mia origine:
Se dovessi dire che “la lingua è in relazione con la nostra composizione psicofisica complessiva” potrebbe sembrare l’annuncio di un’ovvietà espressa in un gergo moderno da saccenti.
In ogni modo dirò che la lingua – a maggior ragione come espressione che come comunicazione – è un prodotto naturale della nostra umanità. Quindi è anche un prodotto delle nostre individualità.
Ognuno di noi ha il suo potenziale linguistico personale; ognuno di noi ha una lingua natìa [“native language”]. Ma non è la lingua che parliamo, la nostra lingua materna [“cradle-tongue”], quella imparata per prima. Da un punto di vista linguistico tutti indossiamo dei vestiti preconfezionati, e la nostra lingua natìa giunge raramente all’espressione, tranne forse stiracchiando il vestito perché si adatti un po’ meglio. Ma per quanto possa restare sepolta, non è mai estinta, e il contatto con altre lingue può smuoverla in profondità. Il mio intento principale è di sottolineare la differenza tra la lingua imparata per prima, la lingua degli usi e costumi, e la lingua natìa dell’individuo, le sue predilezioni linguistiche innate: non per negare che ne condividerà molte con gli altri della sua comunità. Le condividerà, nella misura in cui condivide altri elementi della sua costituzione.
In questa stessa conferenza sono contenuti molti spunti interessanti, per chi volesse parlare seriamente di lingua e di traduzione in Tolkien. La sua riflessione arriva ad implicare che tutte le lingue “storiche” (ovvero sia quelle tradizionali sia quelle artificiali) siano in un certo senso creazioni artistiche, coniate da innumerevoli ignoti contributori. In quest’ottica, la differenza tra l’inglese e il Quenya in fondo si ridurrebbe al fatto che quest’ultima è stata concepita in un tempo molto più concentrato e da un uomo solo.
Mentre le lingue “storiche” non sono costrutti a tavolino, l’esperanto (che potremmo considerare, in questo senso, una “lingua artificiale ideale”) sì: ha una grammatica e un lessico pronti, già “confezionati”, costituiti dall’individuo che lo ha ideato e consegnati ad una potenziale comunità di parlanti. Ma appunto l’esperanto non è una lingua storica: difetta di storia, tanto a livello primario quanto a livello secondario. È un costrutto calato dall’alto, la cui ragion d’essere è puramente ideologica, ovvero spinta dall’intento (senz’altro nobile) di creare una lingua comune (dunque ancora più “condivisa” rispetto ad una semplice “lingua franca”), che abbia al suo interno dei tratti riconoscibilmente tratti da ciascuna delle lingue dei parlanti.
La lingua che ognuno di noi parla è stata invece ideata da numerosi anonimi artisti, dice appunto Tolkien, un pezzettino alla volta, andando avanti per tentativi, tornando sui propri passi, modificando il senso di alcune parole, arricchendola con prestiti da altre lingue, contemplando una quantità di eccezioni, anomalie, irregolarità, costrutti che cambiano nel tempo, fenomeni grammaticali che si modificano con l’evoluzione dell’uso, fonologia che modifica l’aspetto delle parole…
Ciò che Tolkien ha cercato di fare (direi con un certo successo!) è stato simulare tutto ciò, cesellando piano piano queste creazioni per tutto il corso della sua vita, provando a immaginare l’evoluzione linguistica delle creature di cui scriveva; ispirandosi, in questa proiezione, a fenomeni realmente osservati nella linguistica del Mondo Primario, e inserendo infine queste creazioni all’interno di un quadro mitico (la storia secondaria di cui una lingua abbisogna per funzionare come una lingua viva).
Spero che questa argomentazione possa aiutare a sostenere che le lingue di Tolkien non sono affatto come l’esperanto. Forse non possiederanno compiutamente quel vissuto di cui parla Fatica perché non sono mai state realmente parlate da un’intera comunità, ma questo è ovvio – eppure, a ben guardare, neanche del tutto vero! Le lingue di Tolkien vengono studiate ed espanse da 50 anni, vengono parlate da un certo numero di persone, quotidianamente arricchite da nuovo lessico; si continua a farle vivere, le si studia, le si prova ad utilizzare per tradurre la Bibbia, le stesse opere di Tolkien…
Questi costrutti sono molto più vivi di quanto non si sia disposti ad ammettere, e presumo che tutto ciò Ottavio Fatica non lo sappia (o, se lo sapesse, la cosa non lo entusiasmerebbe, anzi potrebbe disprezzare questo genere di fenomeni, considerandoli passatempi nerd abbastanza patetici).
L’idea dell’autore di queste lingue era proprio che potessero pulsare di vita, in virtù delle storie che le accompagnavano e che costituivano la base del loro immaginario poetico e mitico, che potessero simulare ciò che avviene nelle lingue del mondo primario, alle quali è associata la storia dei popoli che le hanno parlate, le storie che in quelle lingue sono state ideate, scritte o trasmesse per via orale.
In tutto questo risiede un concetto, niente affatto peregrino. Questo concetto Fatica vorrebbe negarlo recisamente, far finta che non esista, e dunque liquidare la questione con sufficienza, dimostrando così di aver capito ben poco. Tra l’altro, trovo curioso che in un intervento precedente Fatica abbia sostenuto che “le cose che [Tolkien] fa sono solo di lingua”, e il worldbuilding “fa acqua da tutte le parti”, mentre adesso sembra sostenere l’esatto opposto. Certo, so bene che per “lingua” in quel frangente intendesse soprattutto “significante, parola”, ovvero: Tolkien può manipolare quanto gli aggrada il suo mondo di parole, ma non può aspirare a costruire qualcosa di concreto e credibile tanto quanto il mondo “vero”. In fin dei conti, tanto per il worldbuilding quanto per i costrutti linguistici vale lo stesso discorso di prima: la Credenza Secondaria è “vera” a livello secondario, e per essere tale basta che sia “verosimile” nel suo contesto. Se ci si rifiuta di assecondare questa premessa tutte le implicazioni successive cadono giocoforza.
TO BE CONTINUED…
Risorse multimediali:
Di seguito il quarto video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza, al timestamp corrispondente:
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