SÔVAL PHÂRË – (La“Lingua Comune”) ~ Rubrica sulla Traduzione in Tolkien - [SPECIALE “THE DEBUNKING OF FATICA” ~ PARTE 6]

[Questa è la sesta parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. Recupera qui le parti precedenti: 1 – 2– 3 –45]

CONTINUA…

Proseguiamo. Fatica qui introduce finalmente il tema degli “anacronismi”, su cui abbiamo in parte già detto:

In ogni caso, vi dico altri problemi che però fanno ridere, tipo gli anacronismi. Io mi ricordo che Umberto Eco quando aveva scritto Baudolino aveva detto che non aveva utilizzato un termine che fosse dopo il ‘600, ad esempio. Ora, ho già detto che ha avuto molti ripensamenti. Tolkien all’inizio era molto più libero, però io ad esempio me ne sono segnati alcuni che io non ho messo ma erano nella vecchia traduzione e li ho notati. Ad esempio c’era “in fila indiana”, “in picchiata”, cioè voglio dire, non non esistono… “Fuoco di fila”, “panorama”. Tu dici “panorama” perché? “Panorama” è una parola che è nata nell’800, cioè per dirvi tutte queste cose così, ce ne sono 10.000. “Battezzare”, “inconsciamente”… però lui stesso sbaglia, perché a un certo punto dice “non aveva incontrato un’anima in giro”. Ora un’anima presuppone una persona che abbia un’anima. Nel mondo degli Hobbit non c’era una cosa religiosa così. Io pure l’ho messo tre quattro volte dentro al testo senza accorgermene. Ho ricorretto, nella ristampa ho tolto, ad esempio, “c’era un po’ di maretta”. Gli Hobbit non avevo mai visto il mare, non potevano dire una cosa simile. No, non finisci mai. Cioè veramente una cosa un po’ folle, ti muovi dentro…

Baudolino (2000) di Umberto Eco

Il nostro buon traduttore, come detto in apertura, non ha minimamente compreso lo statuto del narratore del Signore degli Anelli, e questo è ancora più evidente dal raffronto che istituisce con Baudolino di Umberto Eco.

L’operazione di Eco è lessicale e narratologica al tempo stesso: fa uso dell’invenzione di una lingua, un immaginario dialetto “frasketiano” (ovvero della Frascheta Marincana, nel Piemonte del XII-XIII secolo) parlato (e scritto, in prima persona) dal protagonista Baudolino.

Il dottissimo e geniale Eco (che Fatica qui tira in ballo solo come exemplum ex contrario per poter punzecchiare Tolkien, ma che più avanti non si farà problemi a ripescare, quando scomoderà l’Eco-traduttore solo per svalutarne le idee e il lavoro…) ha messo su un vero e proprio esperimento letterario, dai tratti tipici del romanzo picaresco e popolaresco, in cui si propone di mimare il volgare italiano dell’epoca in cui è ambientata la storia, con ovvi intenti ironici e “didattici” al tempo stesso, come suo solito.

Da ciò è evidente che Eco ha in testa un ben preciso terminus ante quem per forgiare il linguaggio dei suoi personaggi, e potrà di conseguenza aderire (sia per il lessico che per tutto il resto) all’intervallo storico di riferimento con il rigore filologico che meglio crede, attingendo ad una nutrita serie di fonti.

(Tra l’altro, per essere precisi, questo intervallo dovrebbe essere entro il ‘200, vista l’ambientazione del romanzo, e non il ‘600 come dice Fatica, ma lasciamo andare.)

Nel caso di Tolkien, mi chiedo, quale dovrebbe essere il terminus ante quem? E quali sarebbero le sue fonti storiche? Fatica ritiene per caso, seguendo un luogo comune indegno del suo traduttore, che Il Signore degli Anelli sia ambientato in un “medioevo fantasy”? Che debba attenersi ad un linguaggio, tanto dei personaggi quanto del narratore, rigidamente legato ad una precisa epoca storica del nostro mondo?

Non sono illazioni, le mie, ma domande retoriche per mostrare l’assurdità dell’accusa di “anacronismi”.

Il Signore degli Anelli non ha e non può avere una collocazione temporale precisa, essendo ambientato in un “tempo immaginario” (secondo quanto dice Tolkien nella lettera 211 a Rhona Beare), sebbene ovviamente lui abbia ipotizzato un intervallo tra questa pre-istoria “ad un diverso stadio di immaginazione” (cfr. intervista BBC, 1964) ed il nostro tempo di circa 6000 anni, ovvero “lungo ma indefinito”, perché sia “sufficiente per la «credibilità letteraria»” della sua storia, appositamente scelto per non poter fare riferimento ad alcuna fonte scritta che si dà nel “Mondo Primario”, e poter “ricamare” a piacere inventando le proprie.

Come può dunque la nostra lingua (in inglese come in traduzione, poco importa) auto-limitarsi nel lessico pur di inseguire la “preistoricità” delle lingue immaginarie parlate nella Terra di Mezzo di fine Terza Era?

Come può il “redattore finale del testo”, dalla posizione di “posterità” della sua “Settima Era”, accontentarsi di riferire le parole, arcane e in lingue sconosciute, del “racconto originale” senza fornirne una versione più digeribile per il suo pubblico di lettori?

La consapevolezza dell’impossibilità di riferire un testo in maniera congruente al 100% a meno che non ci si esprima a nostra volta nella lingua d’origine di quel testo è, forse, un insegnamento implicito di Tolkien, che però evidentemente ritiene con fiducia che la traduzione abbia il potere, compiendo un adattamento culturale, di comunicare quanto meno il concetto. All’interno di quel testo vi sono cose che meritano di essere tramandate senza filtri (le lingue elfiche, come Quenya e Sindarin, che infatti non sono tradotte) e vi sono altre cose che invece richiedono di trovare una lingua di destinazione per la loro resa ottimale (le lingue umaniche, come Sôval Phârë, Rohanese e la lingua di Dale, rispettivamente rese da inglese moderno, anglosassone e norreno); è come se esistesse un gradiente linguistico (che, seguendo Verlyn Flieger, potremmo dire che va di pari passo con un gradiente della luce, e dunque etico) dagli idiomi più arcani e “luminosi” agli idiomi più umani e vicini a noi, più familiari ma anche più opachi.

In pratica: se volessimo “fare i filologi” fino in fondo, come Fatica accusa Tolkien di non essere stato in grado di fare quanto invece riesce l’Umberto Eco di Baudolino (dimenticandosi che ovviamente anche quella è un’operazione che “gioca” tra filologia e invenzione, tra ricerca delle fonti e rielaborazione, tra verosimiglianza e fantasmagoria), non avremmo altra maniera che scrivere un Signore degli Anelli in “lingua originale” (ovvero in Sôval Phârë, appunto!), dal momento che seimila anni fa né l’italiano né l’inglese esistevano ancora – e questo è frutto di una precisa “scelta di campo” da parte di Tolkien, beninteso.

Peccato che questa non sia l’operazione intesa da Tolkien: l’argomento di Fatica è un ennesimo straw man.

Spacciata questa prima accusa, passerei al resto, ed entrerei ancora più a fondo nella questione dei presunti “anacronismi” presenti nel testo, non solo quelli che Fatica ha rintracciato nella traduzione di Vittoria Alliata (tra quelli che cita: “in fila indiana”, “fuoco di fila”, “in picchiata”, “panorama”, “battezzare”, “inconsciamente”), ma anche quelli di cui sarebbe “reo” l’autore stesso (come in “jovial”, “dryad”, “pencil”, “express train”, “they had not met a soul on the road”, et cetera). Io posso capire che Fatica additi l’innecessarietà di tradurre “a string of questions” (Libro I, cap. IV) con “un fuoco di fila di domande” (lui ha tradotto “una sfilza di domande”), o “they filed out” (Libro I, cap. VI) con “uscirono dal burrone in fila indiana” (lui ha tradotto “mettersi in fila e uscire dalla forra”), ma ciascuna di queste immagini ed espressioni utilizzate nel linguaggio parlato è pienamente lecita (poiché “sdoganata” dall’uso di immagini simili nell’originale). Queste variano da una lingua all’altra, e soprattutto non sono fuori posto in bocca al narratore del Signore degli Anelli, il quale, lo ricordiamo per l’ennesima volta, non è diegetico.

A maggior ragione ciò vale per quei casi in cui è l’autore stesso, secondo Fatica, a “cadere in errore”.

Non vi è nessun errore, ovviamente: Tolkien non si è confuso scrivendo “jovial” o “soul” (lasciando per un attimo da parte l’idea che il concetto di “anima” esiste eccome nell’universo narrativo del SdA, sebbene sotto un altro nome – fëa – e sue specifiche peculiarità); non ha dimostrato scarso rigore o mancanza di attitudine filologica. Tolkien sta scrivendo in quanto Tolkien, in quanto autore del ‘900 che si rivolge ad un pubblico del ‘900. I riferimenti culturali eventualmente presenti nelle figure del discorso a cui decide di ricorrere non sono affatto fuori opera, almeno tanto quanto non lo è il “miei piccoli lettori” di Carlo Collodi, o gli a parte di un’opera teatrale di Bertold Brecht.

Perciò vorrei rassicurare Fatica: “c’era un po’ di maretta” lo può tranquillamente scrivere.

Per citare Nanni Moretti, “continuiamo così, facciamoci del male”: vorrei riportare il brano dell’articolo già citato “Fidarsi del racconto” corrispondente a questo passaggio della conferenza. Tra parentesi quadre alcune mie osservazioni puntuali:

Fino a che punto si riesce a scongiurare l’uso di anacronismi e di parole fuori contesto?

[Segue una sfilza di esempi già affrontati, più qualcuno nuovo: pony, scacco, valige…]

E qualcuno sarà sfuggito anche al sottoscritto. Ma poi le torri sono viste come white pencils, e le matite sono in uso dal nostro Settecento: saranno pennelli? O ancora una licenza del fantomatico traduttore del Libro Rosso? […in realtà sì. È un problema?]

[Seguono poi altri esempi, tra cui night-walkers (nel Libro V, cap. X), che secondo Fatica sarebbe facilmente riconducibile alle “passeggiatrici notturne” di una poesia di Yeats, perciò attribuisce l’uso di questa espressione ad un tentativo, da parte di Tolkien, di riportarla in ambito meno scabroso… che tortuoso modo di fare il citazionista, Fatica! Le “citazioni” di Tolkien si muovono a tutt’altri livelli: sta semplicemente utilizzando night-walkers come kenning per “lupi”, e non intende alludere a nient’altro che a quello che sta dicendo letteralmente. A volte la citazione è solo nell’occhio di chi legge, e la sua interpretazione dice qualcosa più di lui che del testo…]

Al netto dell’espediente della traduzione da una lingua immaginaria, anzi, proprio perché si allude a questo, certe libertà del “traduttore” cozzano con tutto il resto.
Il bis-bisnonno di Pippin è detto «il Vecchio Geronzio», un tripudio di incongruenze; non solo per la ridondanza dell’attributo, visto che Geronzio significa “vecchio”, ma anche perché Geronzio è parola greca, per giunta ripresa nella forma latinizzata.

[Segue altra citazione extratestuale su Geronzio totalmente non pertinente, dev’essere un vizio…]

Fra i nomi delle genealogie ce ne sono di ridicoli in quel contesto, uno per tutti: Sancho. O Tolkien sarebbe arrivato a sostenere con argomenti capziosissimi che non aveva niente di spagnolo ma derivava da una delle tante lingue di sua invenzione?

Ecco, sorvolando sul tono un tantinello arrogante del nostro Fatica, è incredibile osservare l’ostilità con cui i meccanismi della scrittura e della costruzione di Tolkien sono sotto attacco. Se a lui (Fatica) non va bene l’idea della traduzione del Libro Rosso e dello statuto del narratore (con le sue “licenze”) è un problema suo, non so come dire. Contestare l’intera struttura dell’opera non è compito del traduttore, fino a prova contraria.

Per quanto riguarda la questione della nomenclatura hobbit, Fatica sembra dimenticare ciò che ha attaccato e deriso fino al paragrafo precedente: anche quei nomi sono delle traduzioni, in quanto in Westron nel “testo originale”, ed è nelle stesse Appendici che Fatica ha tradotto (leggendole contestualmente, si spera!) che la cosa viene spiegata ed esplicitata.

Ma andiamo con ordine, dato che la faccenda è poco chiara (a quanto pare).

Per partire dalle “basi”, occorrerebbe ricordare un po’ più spesso quanto Tolkien scrive:

  1. nell’introduzione a Lo Hobbit:

    Questa è una storia di tanto tempo fa. A quell’epoca le lingue e le lettere dell’alfabeto erano molto diverse dalle nostre di oggi. Per rendere quelle lingue qui viene usato l’inglese. [traduzione 2024]

  2. nell’introduzione a Il Signore degli Anelli (prima edizione):

    […] in questo racconto mi sono attenuto più da vicino alle effettive parole e narrativa dell’originale in mio possesso rispetto a quanto fatto per la precedente selezione dal Libro Rosso, Lo Hobbit. [traduzione mia]

  3. nell’Appendice F del Signore degli Anelli (dalla seconda edizione in poi):

    Nel presentare la materia del Libro Rosso come una storia da far leggere ai contemporanei, l’intero impianto linguistico è stato tradotto nei limiti del possibile in termini attuali.

    [traduzione 2021, enfasi mia]

Se non si tiene conto di queste affermazioni, e non gli si conferisce la giusta incisività, allora sarà molto difficile entrare in relazione con il testo senza sgranare gli occhi ogni due per tre.

L’iscrizione in Cirth che recita The Hobbit, or There and Back Again, being the record of a year’s journey made by Bilbo Baggins of Hobbiton, compiled from his memoirs by J. R. R. Tolkien and published by George Allen & Unwin L.t.d.”

Eppure Tolkien è chiarissimo. Ciò che conta per determinare il corretto linguaggio da utilizzare (anche in traduzione) è la collocazione del narratore esterno, non del testo: il testo non lo abbiamo, abbiamo piuttosto l’adattamento. Il redattore finale (fin dalla costa della copertina de Lo Hobbit Tolkien si definisce come “traduttore delle memorie di Bilbo Baggins”) ha dunque utilizzato il proprio linguaggio, applicandolo ai contenuti del “Libro Rosso”. Non ha utilizzato il linguaggio degli hobbit, perché per farlo avrebbe dovuto utilizzare la lingua degli Hobbit. È quell‘inevitabilità di cui parlavamo prima: la lingua si porta dietro il concetto e viceversa. La lingua è portatrice di mondo, e perciò la complessità della lingua, con le sue caratteristiche precipue, riflette la complessità del mondo di cui è portatrice.

Secondo Tolkien, io non posso portare nel mio mondo qualcosa senza trasporlo nella mia lingua (credeva nel potere della traduzione più di quanto non faccia Fatica, mi verrebbe da dire…).

Attraverso quest’operazione di “trasposizione” si sblocca la possibilità di trasmettere nozioni e conoscenze, adattandole alla nuova sensibilità del nuovo pubblico.

Aggiungo altri due punti:

  1. sempre nell’Appendice F Tolkien spiega i criteri adottati per la traduzione dei nomi propri:

    Questo modo di tradurre è tutt’altro che insolito, in quanto inevitabile in ogni narrazione che rimanda al passato. E di norma si ferma qui.

    Io, invece, sono andato oltre. Ho tradotto anche tutti i nomi Ovestron a seconda del senso che avevano. Quando in questo libro compaiono nomi o titoli nella nostra lingua, significa che all’epoca quei nomi erano correnti nella Lingua Comune, in aggiunta o al posto di quelli nelle lingue straniere (di solito Elfiche). [enfasi mia]

  2. E dei nomi degli hobbit, nello specifico:

    Nel caso delle persone, tuttavia, i nomi degli Hobbit della Contea e di Bree erano, per quei tempi, singolari, segnatamente nel vezzo invalso, qualche secolo prima, di ereditare i nomi di famiglia. La maggior parte di questi cognomi aveva un significato chiaro […]

    Allo stesso modo ho trattato, per quanto possibile, i nomi di persona degli Hobbit. Alle femmine gli Hobbit erano soliti dare nomi di fiori o di gioielli. Ai maschi invece davano di norma nomi privi di significato nella lingua d’ogni giorno; e tali erano anche certi nomi femminili.

Per rispondere alle rimostranze di Fatica riguardo a Sancho e simili, ed alle sue illazioni riguardo agli “argomenti capziosissimi” di Tolkien, secondo cui questi sarebbe un disonesto prestigiatore di etimologie e trucchetti filologici a buon mercato, che cerca costantemente di intortarci (ma perché dovrebbe farlo, poi??), vorrei citare un post di Gianluca Comastri che chiarisce molto bene la questione:

A chi si occupa professionalmente di narrativa del Regno Unito non dovrebbe essere ignoto il parallelo Marcho/Blanco – Hengist/Horsa, con i due hobbit che condussero nel territorio della Contea Pelopiedi, Paloidi e Sturoi e i due eroi germanici che guidarono Angli, Sassoni e Juti in terra britannica; con un minimo di curiosità intellettuale e visione periferica, per così dire, sarebbe anche semplice scoprire che ‘march’ è un affine germanico dell’anglosassone ‘mearh’, vale a dire il singolare di ‘mearas’ (voce che nell’ambiente tolkieniano dovrebbe essere piuttosto nota) e che del pari ‘blanca’, sempre in anglosassone, sta per “cavallo bianco o grigio”, laddove Hengist e Horsa significano rispettivamente “stallone” e “cavallo” sempre in anglosassone. Né dovrebbe essere una rivelazione per nessuno accorgersi che Sancho e Marcho sono morfologicamente analoghi, quindi (come esige la precisione del filologo Tolkien) con assoluta dignità di comparire nel patrimonio linguistico di un popolo con un minimo di tradizione culturale propria.

Integro la sua riflessione con quanto scrissi in un articolo proprio riguardo alle nomenclature degli hobbit, sempre per ricordare che esiste un “doppio livello” quando parliamo di queste cose, e lo stesso anglosassone (o altre lingue di area germanica, come in Adalgrim, Gundabald, Isengrim) non è che un artificio di traduzione, come abbiamo già detto:

Dobbiamo immaginarci che ciascuno di questi nomi, resi in maniere così eterogenee e creative da Tolkien in virtù della stessa vivacità con cui gli Hobbit della Contea si davano i nomi, abbia un corrispettivo Ovestron, che Tolkien lo abbia inventato o meno. Ovviamente nessuno nella Contea si chiamava realmente Sancho o Marcho, esattamente come il “vero” Frodo non portava un nome di origine anglosassone [cfr. angl. fród = “saggio grazie all’esperienza”]. Siamo di fronte, ancora una volta, a quella linea di demarcazione tra diegesi e traduzione, di cui abbiamo discusso fin dal primo episodio di questa rubrica.

È esattamente la “linea di demarcazione” il problema di Fatica. Il fatto che non riconosca a questa linea sufficiente credibilità lo fa oscillare tra due tendenze apparentemente opposte: il condannare l’impianto narratologico del “Signore degli Anelli come traduzione”, ritenendolo arzigogolato e arbitrario, e il non riconoscere tale impianto quando questo si presenta, accusando allora Tolkien di mancanza di rigore.

Ma proseguiamo con questa accusatio, lungi dalla sua conclusione:

Oppure, lui non voleva che ci fossero parole francesi. Ora, tutto il testo è costellato di parole con le radici francesi. Non voleva le cose latine e poi dice “gioviale”. “Gioviale” è Giove, cioè capisci “jovial” lui dice in inglese, una parola che non usano quasi mai e però allude subito a Giove. Poi ci sono allusioni bibliche. Lui dice “una babele di”. Nel mondo degli Hobbit, che sta in questa Terra di Mezzo, dove sta?

Non riesco a capire l’origine di questa affermazione riportata, sul fatto che Tolkien avesse espresso la richiesta di non utilizzare parole di origine francese. Mi viene il dubbio che Fatica si riferisca a questa dichiarazione, dalla lettera 213 del 1958:

[…] a me non piace il francese, e preferisco lo spagnolo all’italiano, ma per chiarire le relazioni fra questi fatti e il mio gusto linguistico (che ovviamente è un ingrediente importante del Signore degli Anelli) ci vorrebbe molto tempo, e comunque a Lei i nomi e i frammenti di lingue nel mio libro piacerebbero (o no) proprio come prima. [traduzione 2018]

Queste parole non hanno nulla a che vedere con il lessico effettivamente utilizzato nel romanzo, anche perché escludere aprioristicamente qualunque parola di derivazione francese (o latina) sarebbe un paletto assurdo e insensato, un criterio a dir poco folle, che limiterebbe oltre ogni misura la scrittura di qualunque storia.

Tolkien non ha mai fatto discriminazioni linguistiche nelle parole utilizzate (per dire, anche fay e fairy sono parole di origine francese, dal francese antico fae o faie), al massimo ha espresso dei gusti personali, parte di un discorso più ampio sulla sua concezione dell’estetica linguistica, e su quali lingue (antico norreno, anglosassone, finnico, gallese) fossero le più vicine alle sue corde, senza che vi sia mai stata una presunzione di superiorità culturale di alcun tipo rispetto alle lingue romanze o celtiche godeliche o chissà che altro.

Per quanto riguarda l’uso dell’espressione “una babele di” (che ricorre due volte nel testo), come abbiamo già detto, è chiaramente uno di quei problemi che esistono solo nella mente di Fatica.

È ovvio che la città di Babele non esista nell’universo di Arda (in un certo senso non esista ancora! ma ad esempio nei Racconti Perduti viene citato il suo nome elfico “Bablon”, seppur in una fase concettuale del mito in cui questi “interscambi” con il Mondo Primario erano più frequenti). Semplicemente l’adattatore ha utilizzato un’immagine nota (a noi lettori) per descrivere un concetto che stava nel “testo originale”, magari formulato in maniera diversa. Siamo sempre lì: se il meccanismo narratologico della traduzione non ti garba per gusto personale, non puoi convincere il resto del mondo che sia indice di cattiva scrittura.

Allo stesso modo, quando Fatica rimarca (criticandoli in quanto anacronistici, al solito) i riferimenti biblici che secondo lui ha identificato nel testo (a volte diretti, e.g. dal Libro di Daniele; a volte indiretti, attraverso presunte citazioni da Cowper o Blake), non riesco a capire se sia sincero, o se stia accusando Tolkien di far malposto sfoggio di cultura letteraria, unicamente per avere la scusa di fare la stessa cosa a sua volta.

Ammesso e non concesso che Tolkien abbia infarcito di citazioni la propria opera (difettando così nella “filologia”), Fatica si sta comportando esattamente come gli “investigators” di cui Tolkien si lamenta nella lettera 297: quelli che vogliono vivisezionare l’opera per rintracciare l’origine di tutto, frugando nella cultura, ma che dico? nella psicologia dell’autore, per risalire ad ogni minimo scampolo di fonte extratestuale.

Prima di passare oltre, vorrei dire una cosa: si dovrebbe riflettere sul fatto che questa “cosa” è viva se noi vogliamo che lo sia. Il Mondo Secondario vive se noi vogliamo che lo faccia, siamo noi a “ricostruirlo” nella nostra mente. Il Legendarium è prima di tutto una sub-creazione, esiste ad un livello di credenza secondaria.

Fatica, non avendo capito questo, non essendo riuscito a entrare in relazione con il livello più profondo dell’opera e sulle strategie che questa utilizza per parlare alla sensibilità dei lettori, non può che criticare il concetto stesso di worldbuilding, la costruzione linguistica, l’impalcatura narratologica, radicalmente.

Gli sembra che tutte queste cose facciano acqua da tutte le parti (come dirà letteralmente, tra poco), perché non ha capito che quelle che lui giudica come parole “anacronistiche” lo sono forse rispetto al mondo raccontato, ma non rispetto a chi ce lo sta raccontando e a come decide di raccontarcelo. Il livello al quale il testo è “sintonizzato” non è solo interno ma anche esterno, comprende quell’intercapedine di cui parlavo.

Ritengo che un traduttore dovrebbe rispettare il modo in cui l’autore decide di gestire il rapporto autore-opera-pubblico. Fatica sottovaluta Tolkien al punto da ritenere che questo rapporto sia sballato in conseguenza di errori e leggerezze; non si sofferma mai a valutare l’ipotesi che, forse, è lui che non ha capito.

TO BE CONTINUED

 

Risorse multimediali:
Di seguito il terzo video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza:

 

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