[Questa è la quarta parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. Recupera qui la PRIMA, la SECONDA e la TERZA PARTE]
CONTINUA…
Ci sono delle opere di Kipling meno note in Italia che sono il ciclo di Puck e il ritorno di Puck che sono un po’ di ispirazione per Tolkien, per la sua… adesso la chiamiamo trilogia, ma trilogia non era, voglio dire. […] Questo dei nomi ve l’avevo detto, ma ce ne sono 10.000 altre cose di questo tipo. Tu leggi “Hamfast”, cioè un inglese legge questo, quindi o legge “prosciutto” oppure legge “guitto”, e invece significa “pantofolaio”. Cioè soltanto lui! Devi farti dei giri diabolici. Tu leggi “Sharku”, dice questo è “sharky” [“squaletto, sciacallo”]. No, niente da fare, non è vero. Significa “vecchio”. Se tu leggi “Minyatur”, dice “Ma che ma stai scherzando?” No, è composto da minya– “primo” e tur “signore”, quindi significa un’altra cosa. Tutti questi scherzi, mentre tu leggi, lui ne fa 10.000.
Fatica li chiama “scherzi”… Mi può stare bene il fatto che che vengano definiti tali, ma quello che sta descrivendo è semplicemente quanto succede quotidianamente con i false friends. Né più né meno.
I false friends sono quel fenomeno che si verifica quando in una lingua straniera vengono rintracciate delle parole somiglianti a lemmi della propria lingua, ma che significano tutt’altro. Non vi sembra ridicolo che un traduttore dell’esperienza di Ottavio Fatica si scandalizzi perché una parola Quenya (ovvero una lingua elfica inventata) come minyatur NON significa “miniatura”? O perché una parola in lingua orchesca come sharkû NON significa “squaletto”?
[Non importa, apparentemente, che queste associazioni istintive siano completamente prive di significato, se guardiamo al contesto: per Fatica sono più importanti del significato reale che l’autore vi attribuisce.]
Tolkien, banalmente, non ha neanche tentato di non far succedere questa cosa con i suoi costrutti linguistici (altrimenti sì che sarebbe stato un modus operandi inverosimile ed artefatto), ma ha costruito le proprie lingue su criteri di armonia e bel suono, di language aesthetics, senza però disdegnare il normale funzionamento di evoluzione linguistica che agisce in tutti gli idiomi esistenti e mai esistiti al mondo.
Ovviamente, per chi conosce sufficientemente Tolkien e le sue creazioni linguistiche, non vi è solo questo, ma molto di più: nella costruzione immaginifica di Tolkien, essendo le lingue di Arda delle sorte di lingue antenate del proto-indoeuropeo, esistono punti di contatto “reali” (ovvero costruiti perché sembrino tali) a livello strettamente etimologico e filologico.

Sarebbe complesso portare qui degli esempi concreti senza imbastire un’intera dissertazione filologica, perciò menzionerò soltanto un dato: a partire dal n° 17 della rivista specializzata Vinyar Tengwar (maggio 1991) i redattori Carl F. Hostetter e Patrick Wynne avevano istituito una column della loro rivista (di argomento linguistico ma non solo) proprio riguardo a questi legami presunti (cioè: che loro presumevano trovarsi nell’intenzione di Tolkien) tra lingue Secondarie e lingue Primarie, una rubrica dal titolo Words and Devices, nella quale analizzavano radici, termini, nozioni morfologiche e fonologiche, tracciavano comparazioni e proiezioni ipotetiche su possibili parentele e discendenze linguistiche, in cui il goal era proprio arrivare, attraverso il passaggio tramite lingue umaniche come il Taliska e l’Adûnaico, a congiungere i costrutti linguistici di Tolkien con le lingue più antiche conosciute nel nostro mondo. Per dimostrare cosa? Che Tolkien, nel costruire questi idiomi, avesse adoperato dei sistemi di “retroingegneria linguistica” non dissimili dai metodi di Franz Bopp per ricostruire il PIE, appunto.
Da allora (sono passati 35 anni, durante i quali gli studi linguistici tolkieniani non sono certo stati con le mani in mano) le conoscenze su come effettivamente Tolkien avesse coniato le sue parole pensandole come remote antenate delle nostre sono incredibilmente più strutturati.

Tornando a noi: il tipo di selezione che fa Fatica in questo segmento è assolutamente asistematico e superficiale (dato che non ha idea, probabilmente, dello studio che c’è dietro), perciò lui si imbatte in certe parole, tenta di ricondurle alla prima cosa che gli viene in mente e quindi viene ovviamente frustrato in questo tentativo. D’altronde, è una fatica inutile! dal momento che i nomi in lingue elfiche (come Tar-Minyatur, a cui si sta riferendo) NON sono oggetto di traduzione, ma devono essere lasciati invariati, proprio per questo loro carattere “alieno” rispetto al resto del testo (che è frutto di una “traduzione” dalla Lingua Comune). Non esiste alcuna ragione (se non il desiderio sterile di polemizzare) per prendere questi esempi, e utilizzarli per screditare l’autore, reo di voler “ingannare il lettore”, rompendogli le uova nel paniere e facendolo confondere con questi “scherzi”. Sono discorsi in cui aleggia l’idea – assolutamente gratuita – che l’autore abbia l’abitudine di assumere una posa intellettuale autoindulgente e onanistica, a danno del lettore. Si tratta di un pregiudizio costante nella lettura di Fatica: l’autore è tuo nemico. Se questa è la premessa, è ovvio che non ci può essere alcuna fiducia accordata nei confronti del testo, anzi tutto quello che il testo cercherà di mettere in campo per creare senso di immersione sarà visto come qualcosa di sospetto, da cui guardarsi; e anziché essere immerso e coinvolto, un “lettore à la Fatica” ne resterà frustrato e distaccato.
Io vorrei lasciare a chi legge l’onere di giudicare questo atteggiamento.
Per quanto mi riguarda, è veramente difficile empatizzare con questo tipo di interpretazioni. Mi sembra arrivino da qualcuno che non è riuscito a leggere il libro con lo sguardo giusto, anzi lo ha caricato di talmente tante tare ideologiche e pregiudizio intellettuale da finire per schifarlo a prescindere. Questa, almeno, è l’impressione che traggo dai commenti di Fatica.
Se si parte da queste premesse (sfiducia nei confronti dell’autore; costante giudizio negativo sul presunto cattivo gusto della sua poetica; sedicente superiorità intellettuale del traduttore, che si traduce in una sorta di “patente” autoconferita per addomesticare il testo), si arriva alla conseguenza drammatica che il traduttore si sentirà in dovere di “correggere” le intemperanze dell’opera originale, adottando dei criteri “più severi” nella costruzione di mondo ad esempio, come vedremo più avanti.
A quel punto io, lettore italiano che magari non ho interesse a scoprire l’opera nella lingua originale e che perciò mi devo fidare del traduttore, mi starei fidando di qualcuno che a sua volta non si è fidato dell’opera originale, e quindi me l’ha contraffatta. Questo a proposito del discorso sul vero Tolkien… Ma andiamo avanti.
Vi dico una cosa curiosa. Quando ho messo il nome a Strider “Passolungo”, io chissà perché avevo sotto gli occhi un un bellissimo racconto di Tostoj che Corrado Alvaro aveva tradotto e intitolato Passolungo e in russo si chiamava, non so pronunciarlo bene, ma si chiamava “Cholstomér”. Mi sono detto “se lo chiama “Passolungo”, gli sta bene per cose così”. Dopodiché ho scoperto che la versione inglese del racconto l’avevano chiamato “Strider”. Non lo sapevo, l’ho scoperto dopo. Aspetta, dico di più. Dopo aver fatto questo e dopo aver pubblicato il libro, correggevamo sempre cose, ho detto “Cazzo, ma la cosa giusta per lui è Falcante”, perché la falcata sarebbe stato giusto, era bellissimo. Non gliel’ho detto a loro di Bompiani, perché mi avrebbero sparato dopo che era uscito. Adesso può darsi che se rifacciamo una revisione fra qualche anno ci staranno pure. Alcuni tolkieniani hanno detto “bella, bellissima”…

Al di là della pappardella su Cholstomér di Tolstoj e le sue traduzioni [Passolungo (Corrado Alvaro) e Strider (Aylmer e Louise Maude)], che dimostrerebbero come “Passolungo” sia una buona traduzione per lo “Strider” di Tolkien, per cui Fatica, come al solito, non ci risparmia le sue dietrologie traduttive e i suoi stessi bias di conferma, l’inciso su Falcante è obiettivamente interessante. La “versione ufficiale” è che lui si sia reso conto in autonomia, dopo la pubblicazione, che avrebbe potuto costituire una valida alternativa a “Passolungo”, e che “alcuni tolkieniani” gli abbiano dato feedback positivi di questa sua nuova “pensata”, ma la verità è che “Falcante” è una traduzione che gira nell’ambiente da anni, da ben prima che la sua traduzione fosse rilasciata. Non sapremo mai se la versione di Fatica sia veritiera, o se ha semplicemente recepito il suggerimento da altri, e utilizzi questa storia come argomento di conversazione.
Sono lieto di sapere che a Fatica piaccia, ma dubito che entrerà nel testo del suo Signore degli Anelli in seguito ad una futura revisione (che non si è fatta finora, a seguito di tutte le segnalazioni di errori e incongruenze nella nomenclatura… perché? Cito solo il caso Haysend “Finistrame”, che ha prodotto, per reazione a catena, l’errore/orrore Alto Strame [per High Hay] nella traduzione de Il Ritorno dell’Ombra di Stefano Giorgianni ed Edoardo Rialti). Ciò è improbabile, dal momento che nelle traduzioni dei volumi VI-VII della Storia della Terra di Mezzo il soprannome del precursore di Aragorn nelle stesure precedenti del SdA, “Trotter”, è stato tradotto con “Passolesto”, in ovvia continuità con la prima scelta di Fatica. Dunque è un po’ tardi, ormai, per far entrare “Falcante”, a meno di non disturbare questa nuova linea di “fatichizzazione” delle traduzioni delle opere di Tolkien.
[…] anche “Terra di Mezzo”: se tu entri nella logica di Tolkien, io lo dico per scherzo, ma Terra di Mezzo significa “terra mediana”, “media terra”. Milano significa “terra di mezzo”, terra in mezzo alla pianura, Mediolanum. Ora potremmo chiamarla questa terra “Mediolano”? Tolkien avrebbe scritto una cosa simile.
No, non possiamo chiamarla Mediolano, e no, Tolkien non avrebbe mai scritto una cosa simile, o proposto una simile traduzione al traduttore italiano, e il perché ce lo spiega Tolkien stesso! Middle-earth è un concetto ereditato dalla middan-geard anglosassone, che a sua volta deriva dal Miðgarðr norreno.
Per comodità, cito direttamente dalla fondamentale lettera 211 a Rhona Beare, dato che la spiegazione che dà lui vale più di mille parafrasi che potrei fare io:
It is a modernization or alteration (N[ew] E[nglish] Dictionary] ‘a perversion’) of an old word for the inhabited world of Men, the oikoumenē: middle because thought of vaguely as set amidst the encircling Seas and (in the northern-imagination) between ice of the North and the fire of the South. O. English middan-geard, mediaeval E. midden-erd, middle-erd. Many reviewers seem to assume that Middle-earth is another planet!

Non c’entra nulla con Mediolanum! perché la Terra di Mezzo non sta in mezzo ad alcuna pianura. La Terra di Mezzo è un continente centrale in mezzo a due oceani esterni. Quindi perché mai si dovrebbe tradurla con “Mediolano”, se non per far parlare della scelta e distogliere ancora una volta dal testo? L’invisibilità del traduttore è un concetto che a Fatica sta proprio stretto, e va bene, ma mi chiedo: perché?
Ok, prendiamola più come una boutade che come una vera proposta di traduzione, fatta così, su due piedi.
Tuttavia questo genere di uscite (ed è il motivo per cui mi ci soffermo) è sintomatico di un atteggiamento ricorrente: Fatica si aggancia a delle suggestioni che gli arrivano da chissà dove, ignora totalmente il percorso che l’autore ha fatto per produrre quel nome, e si innamora della sua idea anche quando questa non è corretta. Tradurre Tolkien è veramente un’impresa non da poco, perché tu hai a che fare con una persona che sulle parole ci rifletteva molto. Se Tolkien usa delle parole e non ne usa altre, con pochissimi, rarissimi casi eccezionali, c’è un motivo ben preciso, per cui quella parola è usata in quel modo lì, in quel punto lì.
Farsi guidare da una suggestione completamente aliena ti porta quasi inevitabilmente su una strada erronea. Nel caso di Tolkien bisogna cercare di essere il più aderenti possibili a quello che è stato il percorso filologico dell’autore, perché c’è un ragionamento praticamente dietro ogni parola, dietro ogni virgola, un ragionamento che si spinge fin quasi alla maniacalità ossessiva, come si è visto.
Ma Fatica insiste:
Tolkien avrebbe fatto una cosa del genere, non gliene sarebbe fregato niente che poteva ricordare qualcosa. Quando io ho messo “Forestali”…
Ora forse iniziamo ad intuire il perché di questa insistenza sul “Tolkien non avrebbe avuto nulla da obiettare sull’opportunità del traduttore di prendere spunto da riferimenti del nostro mondo”.
Sembrerebbe quasi una premunitio, una giustificazione per difendere scelte che hanno fatto così discutere in tal senso, come appunto “Forestali”. Fatica si appella a questa sua intuizione, e la attribuisce in origine a Tolkien stesso, che infatti (come ha osservato prima) non tenta in alcun modo di non sviare attraverso l’utilizzo di nomenclature equivoche come minyatur o sharkû.
Sta mischiando mele con pere, ma non sembra rendersene conto.
Quando dice che “non gliene sarebbe importato niente che poteva ricordare qualcosa” cade in una gigantesca fallacia logica (“della generalizzazione indebita”): oltretutto, se è l’autore che, in autonomia, decide di creare dei riferimenti è un conto, ma se lo fa il traduttore in maniera completamente arbitraria, magari in punti in cui quei riferimenti nel testo originale non sono contenuti affatto, beh questo può non essere un’idea brillante.
Fatica in questo applica due pesi e due misure: i riferimenti extra-testuali richiamati da Tolkien a Fatica non vanno mica bene: per lui sono un difetto. I riferimenti extra-testuali richiamati da lui invece vanno bene.
Ma secondo quale criterio? Forse sempre per il discorso secondo cui “il traduttore, in un certo senso, è lo scrittore dello scrittore”? Cioè: il traduttore deve prendere un’opera e sistemarla, aggiustarla. “Questa cosa non mi piace, non l’ha fatta bene, correggiamola. Questa l’ha fatta così così, in maniera poco rigorosa, poi si è aggiustato dopo. Sistemiamola”. È gravissimo pensarla così, ritenere di avere questo compito.
Il traduttore deve aderire al testo, “attaccarsi” a quanto ha fatto l’autore, senza che il giudizio personale sull’opera coinvolga la prassi di traduzione, altrimenti, come dicevo, dovremmo cominciare a dubitare di tutto, e non potremmo più leggere alcunché in traduzione serenamente!
A me sorprende la communis opinio riguardo al Signore degli Anelli di Fatica, ovvero che si tratti della prima traduzione di un’opera di Tolkien che aderisca veramente al testo, e che perciò dà conto dello stile dell’originale meglio di qualunque traduzione avesse fatto in precedenza. Ma come può una traduzione prodotta attraverso un metodo del genere, che sta testimoniando esattamente l’opposto, essere più aderente e fedele rispetto a tutte le altre? Per me è inspiegabile. E lo dico – ci tengo a ribadirlo – a prescindere dal risultato: qui badiamo al metodo dietro al risultato. Fatica non ha prodotto affatto una traduzione orrenda, ha prodotto una traduzione discutibile, che però ha alla base un metodo che la squalifica come operazione, quanto meno da un punto di vista filologico.
Continua:
F: Quando io ho messo “Forestali”, perché prima c’era “Raminghi” per questi guardiani… a me Raminghi non piaceva e non ricordava “Ranger”. Per me “Raminghi” era, non so, un gruppo di frati dediti alla povertà, non so, una cosa del genere.
D: “Eremiti”, anche…
Ma perché? “Eremiti”?? Perché “ramingo” dovrebbe suggerire queste accezioni, totalmente arbitrarie?
Non vorrei sembrare esagerato, per cui riporto di seguito la definizione di “ramingo” secondo Treccani:
ramingo
agg. [der. di ramo] (pl. m. -ghi). – 1. ant. Di uccello che, uscito dal nido e ancora incapace di volare, salta di ramo in ramo. 2. Che va errando senza una meta precisa e senza un luogo dove poter sostare a lungo: se ne andò per il mondo povero e r.; esuli dalla patria e r. in terra straniera; belle cose da fare scrivere a un povero disgraziato, tribolato, r. (Manzoni); anche nave, barca r.; estens.: Unico spirto a mia vita r. (Foscolo).
Non capisco proprio questa accezione che Fatica e il suo interlocutore conferiscono al termine “Raminghi” di “persone dedite alla povertà”, di frati, di monaci, di eremiti, di romiti… Ma son tutte nella loro fantasia! Ma perché si debbono attribuire a parole della lingua italiana dei significati che esse non contengono?
Anche in questo caso, come sopra per “Mediolano”, mi sembra che l’intuito porti il nostro da una parte, e che ad un certo punto egli scelga di seguire l’emozione anziché la ragione. Però, se si fa questo costantemente, per tutto il testo di 1200 pagine, a un certo punto si ottiene un risultato che è mostruoso, non ha più alcun ordine né senso. Volendo tornar seri, il problema di “Raminghi” è, semmai, che copre solo una delle accezioni di “Ranger”, ovvero quella appunto di “persona raminga, nomade, senza fissa dimora”, come appunto i Dúnedain che vagano nelle Terre Selvagge. Non coglie l’altra accezione che è quello di “corpo organizzato, militare o paramilitare con mansioni di pattugliamento e sorveglianza dei territori”. “Ranger” ha entrambe queste accezioni, perché to range significa appunto “vagare, girare”, ma ovviamente i Rangers nel nostro mondo (ad esempio certi corpi di fanteria leggera addestrati per compiere raid o per operare su territori impervi) hanno anche delle funzioni di controllo, sorvegliamento del territorio, pattugliamento, eccetera, esattamente come i Ranger dell’Ithilien e come i Ranger del Regno del Nord. Per finire questa lunga disquisizione su “Ranger”:
Ora però, Ranger m’hanno detto che avrebbe ricordato un serial televisivo che facevano qualche anno fa che adesso già non fanno più. Ma i ragazzini americani o inglesi che lo leggevano “Ranger” pensavano all’orso Yoghi, non so… Voglio dire… Lui sfidava qualsiasi cosa, non c’aveva nessun problema sotto questo aspetto.
“Ecco, vedete? Tolkien era il primo ad utilizzare dei termini equivocabili, che potevano richiamare altro. Anzi, ogni epoca ha il suo immaginario, che può irrompere nella nostra mente quando leggiamo Rangers: Walker Texas Ranger se sei cresciuto negli anni ’90, l’Orso Yoghi se sei cresciuto negli anni ’70.”
Questo è quanto sembra dirci Fatica, implorandolo di fargli passare “Forestali”.
Ma il punto non è questo. “Forestali” potrà anche essere una traduzione non perfetta (c’è di peggio), ma dopo un po’ ci fai l’abitudine, ti immergi nella lettura e tendi a “sovrascrivere” quei significati che la tua mente ancora trascina dal Mondo Primario con il significato contingente utile per la narrazione (una proprietà della lettura che si chiama “immersione” e che tutti applichiamo, se siamo sufficientemente spinti a farlo dall’interesse che proviamo per la storia).
Ciò non toglie che la linea di difesa di Fatica sia debole: Tolkien non era mica incurante del fatto che le sue nomenclature avrebbero potuto ricevere un’interpretazione altra; anzi, come è logico, vi sono casi in cui nella nomenclatura agiscono inevitabilmente anche queste “suggestioni esterne”. Vedasi ad esempio “Mordor”. Difficile che Tolkien non abbia mai dedicato neanche un pensiero alla sua consonanza con “murder”.
Ciò non toglie che “Mor-dor” (“Nera-terra”) risulta perfettamente coerente con il lessico Sindarin (le radici, le regole di coniazione dei nomi) fin da quando è stato coniato, attingendo da un sistema semantico e linguistico che gli preesisteva da decenni al momento della sua invenzione.
TO BE CONTINUED…
Risorse multimediali:
Di seguito il secondo video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza, al timestamp corrispondente:




