[Questa è la quinta parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. Recupera qui le parti precedenti: 1 – 2– 3 –4]
CONTINUA…
F: Possiamo aprire una una piccolissima parentesi sulle poesie?
D: Prego.
F: Perché lui – adesso dirò una cosa che… – non è un grande poeta. Ne ha scritte molte. Adesso, proprio recentemente, è uscito un volumone con tutte le sue poesie, che saranno 800 pagine. Questo non fa di te un grande poeta. Erano funzionali a quello che scriveva, nel senso che quelle degli elfi erano auliche, quelle degli Hobbit erano scherzose, giocose… Aveva una certa rigidezza che aveva ereditato da certi poeti dell’800, tipo William Morris, questa roba così…
Io ho cercato di fare con tutte le rimettine, con tutte queste cose così… Tutti quanti si sono arrabbiati, sono diventati dei critici, nemmeno che lui fosse Petrarca o Mallarmé, capisci? non è quella roba lì, lui. È poesia facile, ma senza offenderlo, è poesia facile; ma nel senso che è adatta alla cosa, quindi va bene per quello che è.
Eccoci giunti ad un momento veramente duro da mandare giù…
Non tanto per l’opinione di per sé (legittima, anzi giustificabilissima) secondo cui Tolkien possa essere considerato un “poeta minore”, specie se pretestuosamente accostato a giganti immortali dell’espressione poetica con i quali il nostro buon Professore Oxoniense non ha mai inteso competere, quanto piuttosto per la quantità di inesattezze in cui Fatica si profonde in questo passaggio.
Ancora una volta, cerca di replicare alle critiche rivolte alla sua traduzione tirando in ballo l’autore (con le sue “rimettine”), cercando di sminuirlo – e adottando un altro tremendo straw man argument: nessuno ha mai affermato che Tolkien fosse poeta all’altezza di Petrarca o Mallarmè, nessuno ha mai sostenuto che la sua poesia sia sublime come quella di Dante o di Coleridge o di Eliot.
Cionondimeno, sarebbe carino di quando in quando contestualizzare l’oggetto di quella che ormai è diventata una vera e propria analisi (dato che Fatica intende imbarcarsi in giudizi di valore sull’opera, assumendo le vesti di critico letterario, anziché spiegarne le caratteristiche attraverso i giudizi di fatto che ci aspetteremmo da un traduttore), quantunque un’analisi incredibilmente superficiale e vuota.
Senza contestualizzazione, si finisce infatti per inscrivere qualsiasi cosa all’interno di un discorso unico senza capo né coda, e dunque diventa impossibile non ingigantire le proprie affermazioni, senza che questo aggiunga alcun contributo utile al dibattito, e riuscendo a non dire nulla nel merito. Fatica in questo passaggio sta soltanto ribadendo i propri gusti, ma non sta aiutando a comprendere di cosa si parla quando parliamo di poesia in merito al Signore degli Anelli. Oltretutto, compie un altro errore di generalizzazione: le poesie scritte per il romanzo costituiscono un’esigua minoranza rispetto alla produzione poetica complessiva di Tolkien (che lui non ha mai letto, come è evidente dal goffo riferimento ai volumi delle Collected).

Si dà il caso che le poesie presenti all’interno del Signore degli Anelli (si vedano ad esempio la Canzone di Beren e Lúthien da “Un coltello nel buio”; l’Inno a Elbereth e l’Eärendillinwë in “Molti incontri”; il Lai di Nimrodel in “Lothlórien”; Olifante in “Il Cancello Nero è chiuso”) hanno uno statuto letterario ben preciso (per cui si confrontino, e.g., gli inserti poetici e folkloristici tipici del roman medievale), e in virtù di questo statuto sono state concepite per rispondere a determinati stilemi, che evidentemente Fatica percepisce come “rigidezza” e che, in maniera molto poco opportuna, raffronta con generi poetici diversissimi, con tutt’altre funzionalità e con tutt’altri motivi letterari.
Vale ciò che ho detto prima riguardo alla produzione narrativa in senso stretto: Tolkien non era un poeta, semmai era uno studioso di poesia antica. Si dilettava nella scrittura di poesia, e tuttavia se uno andasse a spulciare la sua produzione senza pregiudizi di sorta scoprirebbe forse che Tolkien era ben più che un dilettante: grande sperimentatore, ha spaziato in una vasta gamma di tecniche poetiche; era attentissimo all’aspetto metrico, alla scansione ritmica del verso, alla ricercatezza del simbolo, alla complessità della costruzione formale e semantica… Per ogni sua poesia si spendeva in un’instancabile labor limae (alcune poesie, come evidenziato dalla ricerca di Hammond e Scull per la loro formidabile antologia, constano anche di 12, 15 o più versioni, a volte composte nell’arco di molti anni, con ripensamenti strutturali, ricerca del vocabolo ideale per esprimere determinati concetti o suggestioni…)
Insomma, il corpus poetico di Tolkien non sarà certamente né Il Canzoniere di Petrarca né la Waste Land di T. S. Eliot, ma definirlo “facile perché funzionale alla narrazione” è davvero ingeneroso, specialmente se si considera la complessità di certe soluzioni adottate. Non è affatto “facile” neanche in quei casi in cui risulta effettivamente funzionale alla narrazione, e dunque provvisto, come dicevamo, di uno statuto che motiva a livello profondo l’apparente ricorsività di certe scelte stilistiche e quella che Fatica definisce “rigidezza”.
Nella maggior parte dei casi, ci troviamo comunque di fronte a esercizi lirici “autosufficienti” incredibilmente sagaci, tutt’altro che rigidi o amatoriali, anzi estremamente dotti e sofisticati.
Al netto di tutti i discorsi soggettivi e di tutti i giudizi, più o meno fondati o superficiali, secondo me non si può comprendere il valore della poesia di Tolkien se non si comprende il tipo di operazione mimetica che egli ha condotto con la sua poesia nel corso di tutta la vita e attraverso varie fasi di sperimentazione, quanto meno quella tematicamente legata al suo Legendarium: creare una poesia di respiro epico nella modernità.
Non è un caso, ad esempio, che Tolkien utilizzi estesamente il metro allitterativo anglosassone, come nel Lai dei figli di Húrin o ne La Fuga dei Noldoli (due dei Lai del Beleriand).
Non è un caso che utilizzi forme antiche, rivisitate attraverso la sua sensibilità di moderno, ad esempio applichi un linguaggio letterario moderno (localizzabile intorno all’inglese alto del secondo ‘800) agli schemi della poesia alto-medievale.
Non è un caso che crei degli schemi metrici (con ampio uso di figure retoriche dell’iterazione e del ritmo, quali allitterazioni, rime inclusive, omoteleuti, chiasmi) che hanno lo specifico intento di riprodurre la musicalità della poesia orale cantata, a simulare la tradizione dell’epica classica e/o nordica fin dalla forma.
Tornando all’accusa di essere “poesia facile”: se pure ci attenessimo alla sola poesia strettamente parte del Legendarium (la quale, ribadisco, non è che una frazione) non sarebbe comunque corretto limitarsi a dire che questa sia “funzionale alla narrazione” (come se questo la screditasse a prescindere sul piano formale), dal momento che in molti casi la poesia È narrazione essa stessa. Ciò avviene, ad esempio, nei poemi summenzionati noti come Lai del Beleriand, che avrebbero dovuto far parte di un “Silmarillion ideale” e che richiesero quasi un decennio di lavoro (prima di essere abbandonati, incompiuti, alla fine degli anni ’20).
Inoltre non dimentichiamo (ma avverto che sottolineare quanto segue rischia pericolosamente di farci catalogare da Fatica come nerd impenitenti) che oltre alle poesie in inglese nella produzione di Tolkien troviamo molta poesia “in lingua”, anzi “in lingue”, e intendo anche lingue secondarie: poesie in Quenya, in Sindarin (e anche nelle versioni concettualmente precedenti di questi idiomi, il Qenya, lo Gnomish, il Noldorin): si vedano ad esempio il Namárië, il poema Markirya, Narqelion, Nieninqe, Earendel, il summenzionato Aerlinn in Edhil o Imladris (“A Elbereth Gilthoniel”), il “frammento Nebrachar”…
Esistono perfino delle composizioni in anglosassone che sono poeticamente e filologicamente degne di nota, ad esempio alcune alterazioni/espansioni del poema anglosassone The Seafarer (mi riferisco alla poesia che comincia con “Monað módes lust mid mereflóde” etc: una versione in Old Mercian si trova in The Lost Road, mentre una in West Saxon in The Notion Club Papers).
Il punto vero è che valutare queste composizioni con lo stesso metro di giudizio con cui valuteremmo poesia affatto diversa sotto il profilo dell’estrazione culturale significa non aver compreso granché dell’operazione, ribadisco. Sarebbe completamente folle guardare a questi esperimenti con la medesima aspettativa che si riserva alla poesia di estrazione contemporanea: non ha senso mettere sullo stesso piano cose così disparate come la poesia anglosassone dell’VIII secolo e la poesia simbolista di inizio ‘900, tanto per fare un esempio.
A questo proposito, se dovessi formulare un’ipotesi riguardo a ciò che infastidisce Fatica direi che è proprio questa apparente inattualità della poesia tolkieniana (e sottolineo apparente: Tolkien attinge a un patrimonio indubbiamente arcaico e nondimeno universale), è il suo inesorabile legame con un retroterra culturale ben preciso, localizzabile nella cultura nordica: probabilmente Fatica considera ciascuno di questi riferimenti, di questi richiami dotti, altrettanti ostacoli alla qualità poetica intrinseca. Con la sua poesia, Tolkien riesce a risvegliare in Fatica (e in tanti altri intellettuali italiani, scommetto) quell’horror borealis che ritroviamo anche (autoironia tolkieniana!) nel personaggio di Philip Frankley di The Notion Club Papers.
Ma forse presumo troppo: forse la realtà è molto più semplice, e banalmente Fatica non ha approfondito a sufficienza la materia da esprimere un giudizio informato.

Come dicevo, ciò è abbastanza evidente dalla menzione del “volumone di 800 pagine”. L’ovvio riferimento è alla recente uscita della straordinaria antologia The Collected Poems of J. R. R. Tolkien curata da Wayne G. Hammond e Christina Scull (per essere precisi, sono 3 volumi per un totale di 1500 pagine…), che Fatica conosce evidentemente per sentito dire, e tuttavia si concede il lusso di “recensirne” il contenuto all’impronta.
È a dir poco avvilente e amaro veder ridurre tutto questo a bagatelle, soprattutto da parte di qualcuno che palesemente non conosce ciò di cui parla. È evidente che siamo di fronte al giudizio frettoloso, superficiale e spocchioso di una persona che ignora totalmente la materia, ma è convinta che la sua limitata “cassetta degli attrezzi da intellettuale”, se mi consentite l’immagine, sia sufficiente per esprimersi in maniera autorevole su quasiasi campo dello scibile umano.
Insisto: se solo si valutasse senza pregiudizi quello che Tolkien ha conseguito attraverso certe sue poesie, non lo si troverebbe inferiore rispetto ad altri poeti suoi coevi, per audacia sperimentativa, tecnica, polishment, e, lo dico, bellezza, sia pur un tipo di bellezza che in quanto moderni abbiamo in parte dimenticato.
Fatica a quanto pare non ha scorto questa bellezza, ed è pronto a bocciare un intero filone di roba pur di non durare la fatica (pun intended) di andare dentro alle cose, con pazienza, di approfondire punto per punto.
Ha un vizio molto spiacevole: quello di esprimere un giudizio “a vol d’uccello”, come se – tra l’altro! – non fosse stato lui a prendersi la briga di passare il testo parola per parola e tradurlo.
Certo, se l’ha fatto con frustrazione e desiderio di passare oltre, magari non vi si è dedicato con la giusta attenzione, e questo quanto meno spiegherebbe da dove abbia tratto un giudizio simile, tuttavia avere contezza delle caratteristiche salienti dell’autore che si sta traducendo dovrebbe essere il prerequisito minimo, mi sembra.
All’inizio della conferenza sostiene di aver letto Albero e foglia, pertanto si sarà senz’altro imbattuto nel saggio On Fairy-stories, e tuttavia, ascoltando le sue considerazioni, non si direbbe una persona che abbia assimilato il concetto di sub-creazione, né che abbia compreso l’originale visione di Tolkien sulla letteratura e il suo ruolo sociale, la sua poetica, le sue fonti, le sue ispirazioni, la sua ironia.
Fatica sostiene di conoscere anche il resto della produzione saggistica di Tolkien (dove è espressa la “teoria” di quanto è “messo in pratica” all’interno del Signore degli Anelli, in un certo senso), e tuttavia sembra non aver carpito veramente nulla di quanto questi scrive – ad esempio – nel saggio sul Beowulf, nel saggio su Inglese e Gallese; al contrario, il nostro Ottavio sembra quasi il destinatario ideale della poesia Mythopoeia (one who said that myths were lies and therefore worthless, even though ‘breathed through silver’).
Tutti questi spunti sono stati saltati a piè pari, sebbene Fatica si pregi di essere molto colto, e venga riconosciuto come tale e giustamente chiamato per cimentarsi su operazioni di traduzione letteraria molto complesse. In effetti Moby Dick e Il Signore degli Anelli, uscite a circa un secolo di distanza l’una dall’altra, sono tra le opere più complesse della letteratura contemporanea, almeno se consideriamo uno specifico parametro che, come Fatica stesso ha intuito, le accomuna, pur nelle differenze: la complessità del rapporto tra lingua e narrazione.
Averle affidate entrambe a lui, vista la superficialità con cui ha dimostrato di affrontare certi temi, mi sembra quasi un azzardo, se posso osare un tale giudizio. La patina fatichiana che intride i suoi lavori rende tutto fuorché invisibile il lavoro del traduttore, che diventa anzi proprietario di una cifra stilistica che si sovrappone al carattere identitario del testo originale in misura più netta rispetto a quanto non avviene con altri traduttori professionisti. Più avanti Fatica dirà delle cose eloquenti da questo punto di vista, ma sta di fatto che nei casi in cui gli sono state avanzate, da parte del “comitato scientifico” dell’AIST, perplessità su determinate scelte lessicali, lui ha sempre sminuito e svilito, per non dire sbolognato con fare superficiale, qualsiasi feedback in tal senso, tenendo una linea impermeabile e chiusa ai tentativi di essere smussata.
Non voglio certo assumere qui il ruolo non richiesto di difensore nei confronti di Giampaolo Canzonieri, Barbara Sanguineti, Norbert Spina e Roberto Arduini. Vorrei solo evidenziare che la loro difesa imperterrita del lavoro di Fatica non è mai stata controbilanciata da un riconoscimento sostanziale del loro contributo, e questo non può che dispiacermi.
Dubito che l’amore indiscusso di questi studiosi e appassionati nei confronti della letteratura tolkieniana sia stato capace di “contagiare” Ottavio Fatica, se queste considerazioni sulla sua poesia e sul suo stile hanno pertinacemente resistito fino ad oggi, anzi si sono acuite in un rifiuto ancora più altezzoso nei confronti della letteratura di genere in generale. Ancora un po’, e Fatica “declasserà” Tolkien anche dalla neutralissima categoria di “autore”… Sta troppo in basso perché uno come lui abbia ancora voglia di “sporcarsi le mani” con queste robette désengagé.
Ma insomma, le chiacchiere stanno a zero: se volete sentire un traduttore parlare in maniera DAVVERO informata del “Tolkien poeta” il mio invito è quello di ascoltare le parole di Luca Manini, traduttore dei Lai del Beleriand, della traduzione in prosa del Beowulf, di Beren e Lúthien, della Caduta di Gondolin, della Storia di Kullervo, della nuova traduzione di Sir Gawain, Pearl e Sir Orfeo. Vi pare poco?
TO BE CONTINUED…
Risorse multimediali:
Di seguito il secondo video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza, al timestamp corrispondente:




