[Questa è la nona parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. Recupera qui le parti precedenti: 1 – 2– 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8]
CONTINUA…
Ma Fatica continua, riportando il discorso sulla polarizzazione tra i favorevoli e i contrari:
I due circoli sono tutti e due… non viziosi, sono faziosi. Quindi quelli buttano giù tutto, quelli tirano su tutto… I sostenitori non fanno altro che sostenerlo, non è che sta cadendo perché lo tengono su in piedi? Cioè, mica è un catafalco, voglio dire, non ce n’ha bisogno. Ancora funziona benissimo, magari fra 20 anni, no. Uno che vive adesso forse non si rende conto che può darsi che fra 20 o 30 anni sia in fase discendente. Non so, tutto questo può succedere. Ma Auden conclude dicendo una cosa molto bella, se me lo ricordo, che lui è un membro dell’Enchanted Party, che sarebbe della “squadra incantata”, oppure del gruppo, della partita di persone, della brigata, quello che volete voi. E come tale, lui dice che è perfettamente inutile discutere con i non convertiti. Noi saremmo tutti gli altri, saremmo i “non convertiti”. Ma io gliele vorrei ribaltare, capisci? Io per aver discusso con questi signori, non essendo un membro dell’Enchanted Party, è inutile parlare con i convertiti perché il tolkieniano preciso non non ti dà retto, non ti dà ascolto, è lì dentro, completamente lì, ed è perfettamente inutile discutere con lui.

W. H. Auden si classifica senza ombra di dubbio al 2° posto tra i più vituperati di questa conferenza (dopo J. R. R. Tolkien, chiaramente). Scherzi a parte, la citazione è tratta dalla 4a di copertina del libretto di “Poems & Songs of Middle-earth”, una pubblicazione discografica con registrazioni della voce di Tolkien che recita alcune canzoni e poesie tratte dalla propria opera. La chiosa di Auden è effettivamente un po’ infelice a causa del tono leggermente “da fanatico” riguardo alla propria appartenenza al “club degli Incantati”: egli si ascrive all’insieme delle persone affascinate dal fantastico, ed esprime sfiducia nel riuscire a “portare dalla propria parte” le persone che non riescono a lasciarsi coinvolgere da questo genere di letteratura.
Fatica, per tutta risposta, cosa fa? Gliela “ribalta”, come poc’anzi sulla questione delle vendite.
Molto maturo, molto efficace, non c’è che dire…
Provo una certa frustrazione nel vedere questi atteggiamenti contrapposti: da un lato quasi una campagna di proselitismo per serrare le fila intorno a Tolkien, trattandolo come un santino (atteggiamento che Fatica ha buon gioco nel ridicolizzare); dall’altro lato la volontà di svalutare interi ambiti letterari utilizzando come argomentazione la loro fortuna presso il pubblico, come se la capacità di affascinare un gran numero di persone e di costituire immaginario fosse qualcosa da denunciare con sospetto, un sintomo di scarso valore culturale, di svendita della qualità del prodotto artistico.
Sono entrambe delle posizioni assolutamente irrazionali e illogiche, quasi dogmatiche ai poli opposti, che non tengono conto del banale fatto che soggetti diversi hanno sensibilità e gusti diversi.
In Tolkien, ancora una volta, è già contenuta la “soluzione” a questo non-problema; il suo approccio alla questione era molto più efficace di qualsiasi dichiarazione di fedeltà ad un presunto Enchanted Party, e più poetico e affascinante di qualsiasi cinica accusa di essere nazionalpopolare (accusa di fronte alla quale chiunque abbia approfondito un minimo Tolkien non può che ridere di gusto, ribadisco). Ma leggiamo direttamente le parole di Philomythus a Misomythus, che sono più eloquenti di tanti discorsi:
The heart of Man is not compound of lies,
but draws some wisdom from the only Wise,
and still recalls him. Though now long estranged,
Man is not wholly lost nor wholly changed.
Dis-graced he may be, yet is not de-throned,
and keeps the rags of lordship once he owned,
his world-dominion by creative act:
not his to worship the great Artefact,
Man, Sub-creator, the refracted light
through whom is splintered from a single White
to many hues, and endlessly combined
in living shapes that move from mind to mind.

Ripresi anche da Verlyn Flieger in Splintered Light (anzi, è proprio da questa strofa che la studiosa ha tratto il titolo del suo saggio), questi versi alludono all’idea della sub-creazione come un’attività infinitamente ricombinatoria, che rifrange la Luce Bianca (immagine ripresa anche nel SdA in senso estremo, attraverso la parabola del tracotante Saruman il Multicolore) in multiple sfaccettature colorate, che si muovono da mente a mente, costituendo una “social catena” di creatività, arte e condivisione delle stesse.
I miti, sembra dirci Tolkien, sono una necessità primaria dell’essere umano.
Perciò non ha senso né disprezzarli né volersene appropriare come il gagliardetto di un club esclusivo.
Il nostro “Misomythus” Fatica era stato ingaggiato per realizzare la traduzione del Signore degli Anelli con un preciso intento (questa, almeno, la mia interpretazione): riabilitare Tolkien presso quegli ambiti culturali del nostro paese che hanno finora opposto resistenza ad una lettura della sua opera scevra di pregiudizi.
Potrà sembrare strano, infatti, ma perfino oggi, pur dopo tutto il lavoro che è stato fatto in tal senso anche grazie alle associazioni, Tolkien è un autore inviso a certa accademia, visto con sospetto, con un’idea preconcetta del suo ruolo e della sua collocazione all’interno della letteratura del XX secolo.
Per ironia della sorte, Fatica si rivela esattamente parte di quell’insieme di intellettuali nei quali agisce questo sospetto pregiudizioso. E pretendiamo che adesso possa esserne il paladino?
Non fosse che per questo, ritengo che la decisione di convocare lui si sia rivelata ingenua e controproducente.
Il tono che Fatica conferisce al testo di Tolkien sembra a volte essere frutto di questa scorta di pregiudizi, ad esempio in certi passaggi – come abbiamo visto – eccessivamente polarizzati verso il linguaggio aulico o verso quello popolaresco, marcando la prosa molto più di quanto non lo sia già nell’originale.
In un certo senso, non è stata l’ultima volta che Bompiani abbia scelto male i “paladini” di quest’opera: affidare l’audiolibro della nuova traduzione del Signore degli Anelli a Massimo Popolizio si è rivelata una decisione poco avveduta: la scarsa presa che un testo simile (evidentemente!) esercita su un tale attorone fa sì che ascoltare la sua lettura sia come ascoltare la voce smielata e stucchevole di Mamma Chioccia.
Questa impostazione della lettura ovviamente non invoglia il lettore ad affezionarsi al testo, dal momento che gli sembra di ascoltare una favola per bambini stupidi.
Mi sembra chiaro che, se chi trasmette quel testo – in un caso attraverso la traduzione, in un altro caso attraverso la lettura ad alta voce – non ha un minimo trasporto per l’opera, non nutre la minima passione intellettuale per quello con cui si sta confrontando, un simile trasmissore non sarà mai un buon galeotto per quel testo, non riuscirà a coinvolgere il lettore, ad aiutarlo a immergersi nella sub-creazione.
Questo è, a mio parere, uno dei difetti ontologici della traduzione di Ottavio Fatica.
Fortunatamente, la traduzione in sé non riflette l’erroneità delle convinzioni di colui che l’ha prodotta, quantomeno non sempre, nondimeno un effetto fuorviante è sempre dietro l’angolo.
Nelle interviste e nelle conferenze (come quella che sto attualmente analizzando) Fatica arriva addirittura ad essere, mi dispiace dirlo, un diffusore di inesattezze e semplificazioni riguardo all’autore che ha tradotto, facendosi portatore di tesi che chiunque voglia definirsi “divulgatore di Tolkien in Italia” dovrebbe come minimo problematizzare, per non dire debunkare.
L’atteggiamento insofferente con cui Fatica racconta del suo processo traduttivo tira spesso in ballo anche il rapporto con il già citato “comitato scientifico”, come abbiamo visto. Partendo dal presupposto che sminuire o denigrare il contributo dei collaboratori ad un progetto così vasto e impegnativo non mi sembra professionale (un esempio analogo ma rovesciato mi viene in mente pensando alla caustica “Nota del curatore” di Quirino Principe in testa all’edizione Rusconi del Signore degli Anelli, che sparava a zero contro l’operazione di traduzione di Alliata), è notevole come questa costante lagnanza riguardo alle pastoie imposte dalla casa editrice, riguardo ai feedback dei curatori, dipinti come un fastidio o addirittura un ostacolo, non sia mai stata commentata negativamente dagli stessi interessati.
Personalmente, se fossi nei panni dei membri del comitato scientifico, non sarei così solerte nel difendere la linea di Fatica; anzi, rivendicherei (forse a discapito di un “fronte compatto” nella difesa del prodotto editoriale) il contributo di ciascun singolo consulente; sarei desideroso di creare un dibattito interno che sia il più possibile intellettualmente onesto; eviterei di fingere che l’operato di Fatica sia intoccabile e che le sue idee sull’autore non siano biased, quando è evidente l’esatto opposto.
Il traduttore si è dimostrato un interlocutore difficile, avendo recepito pochi buoni consigli e rifiutatone la maggior parte. Sarà successo anche il contrario? Sicuramente! Fatica sostiene che avrebbe voluto tradurre anche “Baggins”, e che AIST si sia opposta per non turbare eccessivamente l’abitudine del pubblico italiano.
Se questo fosse vero, sarebbe paradossale! Proprio in uno di quei casi in cui l’idea sarebbe stata coerente e auspicabile (e avrebbe finalmente portato la traduzione italiana in linea con quelle straniere, in cui “Baggins” è sempre tradotto), il veto sarebbe arrivato dai tolkieniani anziché da Fatica…
Ho già spiegato la questione di Baggins, e analizzato l’importanza della Guide to the Names per comprendere certe ragioni di Tolkien riguardo le sue nomenclature. Tanto Fatica quanto Alliata aderiscono solo parzialmente ai suggerimenti e alla mentalità ivi espressi. Da una nota del traduttore che Fatica inserisce in Appendice F capiamo che certe spiegazioni di Tolkien (ad esempio riguardo al nome Gamgee) sono sempre e immancabilmente interpretate come pretestuose e ingannevoli, ma de hoc satis, direi.
D’altro canto, proprio riguardo a “Baggins” e all’opportunità di tradurlo (in Sacconi, in Borsieri, in quello che vi pare), vorrei spezzare una lancia a favore del traduttore, di qualunque traduttore: il sentimento conservatore e ottuso dimostrato da molti utenti sui social sarebbe sufficiente a scoraggiare qualunque tentativo di proporre qualcosa di nuovo, perciò mi metto nei panni dei poveri traduttori, nonché dell’AIST e dei suoi inviti alla prudenza: una nuova traduzione di un classico non dovrebbe mai essere vista come uno sconvolgimento, però purtroppo si dà il caso che sia esattamente così che viene percepita da una grossa fetta di persone. In questo contesto, saranno sempre meno “scomodi” e più al sicuro da backlash operazioni mediocri e incomplete come quelle di Principe, Ciuferri, Respinti. Mentre il grosso del dibattito si svolgerà sempre tra poli opposti, con le relative fazioni: da un lato Alliata, Hyeronimidis Conte e Saba Sardi; dall’altro Fatica, Wu Ming e… chiunque sarà incaricato della inevitabile ri-traduzione del Silmarillion, prima o poi!
***
Ecco l’intervento finale di Fatica, prima della sezione dedicata alle domande dal pubblico:
Tu mi hai fatto venire in mente, con questo [riferimento al] Ring [di Wagner], una cosa che ho riletto per sbaglio pochi giorni fa cercando una cosa, una poesia dell’Alcyone, la prima quella che apre [la raccolta], “La tregua”; lui parla col suo demone ispiratore, che lo chiama “despota” e gli dice queste cose: “per la mia festa voglio solo l’anello degli ultimi orizzonti”. Che potrebbe essere una cosa da mettere sopra Tolkien. Che è un verso che non avrebbe mai saputo scrivere, Tolkien, voglio dire…
D: Per fortuna ha provveduto il vate!
F: Che era un po’ più bravo come poeta!
D: Forse, penso di sì. Grazie.
In chiusura non poteva mancare un’ultima frecciatina al “Tolkien poeta”, ovviamente!
Dev’essergli rimasto proprio indigesto, a Fatica…

E quale sarebbe l’esempio virtuoso da opporgli? Ma Gabriele D’Annunzio, che domande! Riporto di seguito la citazione corretta del verso del Vate(r)! (Scherzo, suvvia! Non si scandalizzino i suoi ammiratori…)
Deterso d’ogni umano lezzo in fonti
gelidi, ei chiederà per la sua festa
sol l’anello degli ultimi orizzonti.
(da Alcyone, “La tregua”, vv. 13-15)
La poesia di D’Annunzio è come sempre sublime, ci mancherebbe; è il paragone di Fatica ad essere, come al solito, non pertinente. Uno schema tipico, che abbiamo potuto osservare anche in precedenza, con altre citazioni non richieste, è il seguente: Fatica prende un elemento a caso (il verso di una poesia, un passo biblico, un brano di qualche romanzo…) che in quel momento, per ragioni mistiche probabilmente, gli parla, gli comunica qualcosa, e poi prova ad appiccicarlo sull’argomento di discussione, anche se non c’entra nulla.
Prendere un verso dall’Alcyone e appiopparlo come etichetta a Tolkien, facendo finta che possa essere più efficace di quello che lo stesso autore ha affermato sulla propria opera, rientra sempre in quella tendenza alla base della quale soggiace l’idea fatichiana secondo cui “il traduttore è lo scrittore dello scrittore”, no?
È il traduttore il vero uomo di cultura; lo scrittore è tutt’al più un freak, che nel chiuso della sua stanza riceve l’influsso della sua musa ispiratrice. Potrà essere stato graziato dal genio, ricevere delle intuizioni, ma non sarà mai un intellettuale consapevole. Il traduttore è l’unico che possieda una cultura tale da consentirgli di mettere in correlazione ambiti diversi della letteratura e dunque arrivare, novello Übermensch, a vedere oltre rispetto a ciò cui può aspirare lo scrittore, troppo asfitticamente immerso nella propria poetica per poter esprimere un giudizio imparziale. Esattamente come i suoi fan! nella fattispecie come l’Enchanted Party. L’esistenza di questo circoletto, composto esclusivamente da convertiti, avalla l’idea demenziale (riproposta, non a caso, per poter meglio screditare le critiche ricevute) che i lettori-tipo di questo genere di opere siano persone conchiuse in se stesse, che non leggono altro se non Tolkien, incapaci di altre esperienze culturali se non questa. Privi come sono di strumenti e di riferimenti esterni, non vi sarebbe possibilità di dialogo, sarebbe una perdita di tempo: è sempre inutile discutere con dei settari intransigenti e fondamentalisti.
Il concetto sarebbe anche corretto di per sé, ma è pretestuoso il modo in cui questa tesi viene utilizzata come premunitio rispetto alle critiche. Una simile accusa dev’essere rivolta alle critiche distruttive, ma non si può mettere tutto nello stesso mucchio, fare di tutta l’erba un fascio…
Mi duole dirlo, ma separare dialetticamente pars destruens e pars construens è qualcosa che molti intellettuali italiani, con pochissime eccezioni, non sono inclini a fare. È molto più facile agevolare un bias di conferma, guardando solo alle critiche più assurde tra quelle ricevute, ed evitare di rispondere al resto.
TO BE CONTINUED…
Risorse multimediali:
Di seguito il quarto video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza:
Navigazione
