[Questa è la quattordicesima parte di un articolo molto più corposo, nel corso del quale si affronta l’analisi di un testo – la conferenza di Viterbo che vide la partecipazione di Ottavio Fatica come relatore nel 2025 – per darci l’occasione di discutere dei temi legati a Tolkien e la traduzione. Spero che questa digressione/minirubrica all’interno di SÔVAL PHÂRË possa interessare chi volesse approfondire l’argomento. In queste ultime parti traggo qualche conclusione, specialmente sul tema delle lingue. Recupera qui le parti precedenti: 1 – 2– 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13]
CONTINUA…
“APPENDICE sulle LINGUE”
Avendo terminato il commento puntuale a singoli passaggi della conferenza di Viterbo, come supplemento a questa analisi mostruosamente lunga (di cui mi scuso) vorrei tornare su qualcosa che mi sta molto a cuore, e che avevo accennato di voler trattare in maniera più approfondita, ovvero il tema delle lingue secondarie.
Come abbiamo visto in questa conferenza, Fatica ha punto o poco riguardo nei confronti delle lingue di Tolkien, che considera “giochetti”, magari sagaci e sofisticati, ma sterili e autoreferenziali, che non aggiungono alcun valore all’opera nel suo complesso, e che sono adoperati perlopiù per tendere dei tranelli al lettore, imbastendo una costruzione etimologica farlocca atta a confonderlo.
Ritengo che Fatica abbia sviluppato questa opinione perché non si è lasciato invadere dalla Credenza Secondaria. In questo modo si è perso una componente fondamentale dell’esperienza da lettore, innanzitutto, che sarebbe stata, come è ovvio, estremamente propedeutica al momento in cui fosse subentrato il traduttore.
Il rapporto tra autore e traduttore è, a mio giudizio, una sorta di “dialogo asicrono”: se il traduttore ha ben chiaro il tipo di “gioco serio” che l’autore sta intrattenendo con il lettore attraverso l’opera, recepirà la sua poetica senza malizia, cercando anzi di accordare il passo della sua lettura, della sua immersione, a ciò che l’autore gli sta implicitamente proponendo. Se invece il traduttore si pone “muro contro muro” nei riguardi dell’autore, rifiutandone la poetica, allora è molto probabile che ne ricaverà soltanto frustrazione.
Ed è, temo, ciò che è successo in questo caso.
Tra il 2018 e il 2021 Fatica si era già pronunciato diverse volte riguardo a Tolkien, in primis durante la promozione della nuova traduzione presso vari eventi di natura letteraria (ad esempio i Saloni del Libro di Torino 2018 e 2020; alcune conferenze tenutesi a Parma, a Modena, a Trento sempre nel 2020), e infine nel summenzionato paper uscito in Quaderni di Arda (2021), che raccoglieva le tesi esposte a Trento.
Tra le varie affermazioni fatte nel corso di queste conferenze, voglio ora selezionare esclusivamente quelle relative alle lingue, dacché sul resto abbiamo già detto a sufficienza. Ecco la prima, provocatoria:
Laddove l’autore sostiene che un termine elfico o di altra lingua da lui inventata è andato perso o è mutato, o finge altre vicissitudini erudite, lo fa per salvare capra e cavoli. Passa dalla filologia alla narrativa o viceversa quando e come più gli aggrada o gli conviene. Non può metterla in burletta perché è alle strette, per uscire da una trappola: è troppo comodo e sleale nei confronti dei lettori.
Dunque, ricapitolando: scopriamo da Fatica che le etimologie e le finte “vicissitudini erudite” che l’autore tira fuori dal cappello non sono affatto un’operazione compiutamente glossopoietica, né tantomeno servono a costruire un setting credibile per le sue storie o a conferire tridimensionalità al mondo, ma servono solo a “salvare capra e cavoli”. L’invenzione linguistica sarebbe condotta dall’autore con disonestà e incoerenza: adoperata arbitrariamente quando si trova “alle strette” e non sa come cavarsi da un impasse narrativo, o, viceversa, coniando eccezioni alle sue stesse regole linguistiche laddove il loro funzionamento gli risulti scomodo per le esigenze della narrativa o semplicemente per il suo gusto estetico.

Il ricorso a “giochi linguistici” è dunque finalizzato a fregar meglio il lettore, dandogli l’illusione di una narrativa profonda e particolareggiata (un plauso al genio diabolico di Tolkien, se così fosse davvero! C’è chi per fregare i propri lettori si impegna molto meno di così…).
A Fatica non viene in mente (non ci pensa proprio) che queste due componenti possano costituire due movimenti organici che intervengono nel processo creativo: man mano che Tolkien edifica il sistema linguistico, nucleo fondante della narrativa, la narrativa che su quel sistema si impernia si evolverà a sua volta, com’è evidente. Questo funzionamento si può verificare osservando analiticamente il metodo di composizione di Tolkien, ad esempio dalle stesure preliminari riportate nella Storia della Terra di Mezzo – ma abbiamo ben visto quale sia l’opinione di Fatica a riguardo, dunque… ci stupiamo ancora?
L’assoluta e necessaria organicità della relazione tra lingua e narrativa (risuonano le parole di Tolkien nel Valedictory Address sulla nociva dicotomia tra Lang e Lit negli studi accademici) ha effettivamente l’esito di conferire maggiore profondità letteraria e credibilità alla storia, piaccia o non piaccia. Potremmo spingerci ad affermare che le conferisce maggiore profondità tematica e filosofica (vedi ad esempio le tesi di Verlyn Flieger esposte in Splintered Light), ma non vorrei scomodare in questa sede cotali riflessioni.
È curioso che Fatica insinui che dietro questa pratica, questa tendenza a “metterla in burletta”, vi sia necessariamente un tentativo sleale di “fregare” il lettore. È curioso soprattutto alla luce del fatto che Tolkien ha cominciato a concepire questi costrutti linguistici negli anni ’10, vale a dire oltre vent’anni prima di pubblicare Lo Hobbit, figuriamoci Il Signore degli Anelli. Di cosa si tratta allora, di un autoinganno?
Per la maggior parte della sua vita Tolkien non ha scritto per i lettori, ha scritto per se stesso.
Lo afferma ripetutamente (credendoci!), ad esempio quando scrive a Dick Plotz nel 1965 riguardo al ruolo determinante che l’amico C. S. Lewis giocò nel convincerlo a proseguire nella stesura del Signore degli Anelli:
Il debito impossibile da ripagare che ho nei suoi confronti non è perché abbia avuto su di me “influenza”, come generalmente la si considera, ma per il puro e semplice incoraggiamento.
Per molto tempo è stato tutto il mio pubblico. Solo da lui mi è venuta l’idea che le mie “cose” potessero essere qualcosa di più che un passatempo privato. Senza il suo interesse e la sua incessante impazienza di averne di più, non avrei mai portato Il S. degli A. a conclusione.
A Milton Waldman scrive nel 1950:
[…] facendo un esame di coscienza ho dovuto ammettere che, dopo aver lavorato da solo in un angolo e sentendo solo le opinioni di pochi amici che la pensano come me, ero molto ansioso di sentire da una mente fresca se la mia opera avesse un valore più generale, o se fosse solo uno sterile passatempo privato.
Per Tolkien, definire la propria attività un “passatempo privato” o un “vizio segreto” (a proposito delle lingue) non era falsa modestia, bensì una forma di insicurezza (dura a morire) riguardo all’eventualità che “roba” simile potesse avere presa sul lettore. Che abbia dedicato la maggior parte della sua vita a elaborare e perfezionare cose non erano necessariamente destinate a vedere la luce presso il pubblico (sebbene fosse sempre entusiasta di spiegarne i fondamenti a chi per corrispondenza gli domandava lumi) dovrebbe essere testimonianza sufficiente del fatto che il diletto personale fosse pressoché l’unico criterio a guidarlo.
Ciononostante sarebbe ingeneroso definire questo atteggiamento “sterile” o “autoreferenziale”: la ricerca del bello non lo è mai (nella glossopoiesi come nella poesia), e attinge sempre a risorse universali e condivisibili, che possono suscitare meccanismi identificativi e risvegliare il senso estetico di chi si trova davanti queste creazioni.
Perfino dopo aver pubblicato Il Signore degli Anelli, Tolkien ha proseguito nella scrittura delle sue leggende come se fosse “da solo”, senza pensare neanche per un secondo di dover “ammorbidire” la propria linea scendendo a patti con metriche da storyteller moderno; e questo non certo perché fosse un ingrato (nei confronti dei suoi editori) o un radical chic (nei confronti del pubblico)! Semplicemente si rendeva conto che le forme del mito e della fiaba sono irriducibili a eccessive semplificazioni (essendo già semplici di loro).
Se mai fosse riuscito a pubblicare le sue leggende queste avrebbero dovuto rispecchiare l’idea che aveva confessato a Milton Waldman nella celebre lettera 131 (“ho sempre avuto la sensazione non di “inventare”, ma di annotare ciò che era già “lì”, da qualche parte.”), e dunque non avrebbero potuto essere concepite “a favore di pubblico”, ma avrebbero senz’altro avuto il potere di sollecitare in quel pubblico delle sensazioni profondamente radicate nella coscienza, come solo la grande letteratura è in grado di fare.

C’è da dire un’altra cosa: Tolkien, non essendo propriamente uno “scrittore” (almeno, non nella sua accezione legata al ruolo professionale), non ha uno stile accattivante, la sua non è “prosa immersiva” (inteso come quel genere di narrative fiction in cui il narratore ti porta per mano, facendoti immergere in un racconto in maniera che tu non avverta alcun attrito). Da questo punto di vista Tolkien non era “bravo” come altri suoi contemporanei o come certi autori fantasy più recenti, perché semplicemente non è ciò che gli interessava!
La sua opera si basa su un orizzonte culturale completamente diverso; è edificata su un modello letterario che oggi comprendiamo a fatica, in cui la figura dell’autore recede di fronte a quella dell’aedo o del rapsodo; assolve una funzione di testimone, di crocevia tra esperienze letterarie diverse, anziché forzare un rapporto “referendario” tra la propria opera e i lettori, come dicevamo. A tal riguardo, trovo illuminanti anche le parole di G. K. Chesterton, su come gli antichi “non conferissero tutta questa importanza alla effettiva data o all’effettivo autore, quella stessa importanza che non è altro che una costruzione prodotta dall’individualismo pressoché folle dei tempi moderni”. La sfida di Tolkien è stata appunto quella di trasportare una mentalità antica all’interno di un’opera moderna, minando alla base l’individualismo del proprio ruolo di autore.
Tornando alle lingue, ecco un’altra affermazione di Fatica che vorrei commentare:
Inoltre, specie nelle lingue di sua invenzione, si sente più che mai la mancanza di tutto il resto: in primo luogo di un corpo, che ha ereditato fisiologicamente ricordi ancestrali, richiami affettivi, culturali e storici.
In realtà è un refrain di concetti già analizzati in precedenza. Che dire? Certo: gli Elfi di Arda non esistono concretamente qui accanto a me, non parlano queste lingue allo stesso modo in cui io parlo italiano, (ovvero fisicamente) – proprio come Raskolnikov non ha fisicamente ucciso, se posso fare una piccola provocazione.
In questo senso, possiamo concedere a Fatica che Quenya e Sindarin non possiedano un vero vissuto, che sia condiviso da un gran numero di individui, che le renda “concrete” quanto le lingue del Mondo Primario?
Ho già detto che questa interpretazione ha dei limiti (le lingue di Tolkien sono effettivamente parlate e studiate da un certo numero di persone!), ma il punto attuale è un altro, e cioè che a Fatica sfugge il concetto alla base della narrativa (non solo tolkieniana, ma fantastica in generale): la verosimiglianza, intesa in questo caso non come “racconto storico realistico, che potrebbe essere ambientato nel nostro mondo”, ma come “racconto fantastico con una struttura internamente coerente al punto da risultare letterariamente credibile”. La tensione verso la verosimiglianza si applica, ovviamente, anche alla lingua.

Quanto Tolkien ha tentato con i suoi costrutti linguistici è stato riprodurre le condizioni di una lingua “reale” nella finzione, attraverso delle lingue che fossero “realistiche” all’interno della sua opera. Per conseguire ciò ha riprodotto scientificamente meccanismi linguistici evolutivi, nella grammatica, fonologia, morfologia, tali che potessero essere considerati coerenti con le nozioni di filologia allo stato dell’arte dell’epoca (in buona parte valido ancora oggi). Ecco perché il Sindarin presenta regole di mutazione della consonante iniziale che possono ricordare quelle del gallese; ecco perché nel Quenya le occlusive sorde in posizione mediale sembrano seguire la legge di Verner; ecco perché la “ricostruzione” del Quendiano Primitivo può ricordare le teorie “ricostruzioniste” del protoindoeuropeo di Franz Bopp… Potremmo fare molti altri esempi.
Quella di Tolkien avrebbe tutte le carte per essere considerata un’operazione fascinosissima e degna di stima anche a prescindere dalla costruzione narrativa che le gravita intorno, anche se la volessimo ritenere un mero esperimento accademico, apprezzabile a livello squisitamente intellettuale e in ambiti esclusivamente linguistici e filologici. Ovviamente, l’aver corredato questi costrutti di miti è il vero colpo di genio, ciò che (come dicevamo) differenza sostanzialmente il contributo di Tolkien da quello di tutte le altre lingue “artificiali”. Il rigore e la precisione con cui Tolkien ha portato avanti queste sue creazioni sono secondi solo alla sua perenne indecisione perfezionistica, il che rende tali discipline estremamente difficoltose da studiare.
Eppure questo non sembra essere il parere di Fatica, come abbiamo visto. Nell’intervento completo pubblicato in Quaderni di Arda ha anche affermato:
Non si dà calco preciso dei nomi, per via delle radici, a volte miste, a volte poco chiare, altre inventate, più facile da conseguire almeno in parte nelle lingue nordiche saccheggiate dall’autore, e neppure perfetta coerenza, data l’imperfezione intrinseca al titanico progetto avviato da Tolkien, con ripensamenti e correzioni di tiro lungo un percorso interrotto soltanto dalla morte; la mite tenuta di tweed, con panciotto e sorrisetto serafico dietro la pipa non devono trarre in inganno: di hybris ce n’è a volontà.
È all’incirca, in termini un po’ più “pettinati”, ciò che ha cercato di dire in chiusura della conferenza di Viterbo. Mi viene da osservare solo una cosa: trovo assolutamente normale che qualcosa risulti “poco chiara” se non la si studia, se non le si dedica la giusta attenzione, ma ci si limita invece a superficiali considerazioni dalla distanza. Espressioni come “calco preciso dei nomi”, “radici a volte miste, a volte poco chiare”, “lingue nordiche saccheggiate dall’autore”, stanno solo a dimostrare che Fatica non sa bene di cosa sta parlando, e probabilmente ritiene che l’intera faccenda non meriti la sua augusta attenzione.
Tuttavia, attenzione! non vorrei mica passare per uno di quei beoti che “studiano l’elfico” (vedi oltre), e che così facendo cadono nel tranello dell’imperfezione intrinseca a queste creazioni (quest’ultima frase, poi, mi sembra un’autentica petizione di principio: nessuno ha mai sostenuto che le lingue tolkieniane siano perfette), dunque eviterò di scendere troppo nel dettaglio in questa sede. Chi volesse approfondire, sa dove trovarmi.
TO BE CONTINUED…
Risorse multimediali:
Di seguito il sesto e ultimo video della playlist del mio commentario/analisi/reaction alla conferenza, che funge da epilogo e conclusione:
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