Perché Gandalf guida i nani ad Erebor e perché sceglie proprio Bilbo?
“Bilbo Baggins era uno Hobbit che viveva in una caverna Hobbit e non aveva mai avventure, un giorno lo stregone Gandalf lo persuade a partire. Vive delle meravigliose avventure con orchi e mannari. Alla fine arrivano alla Montagna Solitaria; Smaug, il drago che vi abita è ucciso e dopo una terrificante battaglia ritorna a casa – ricco!!”
Così il piccolo Rayner Unwin scrive in una recensione dello Hobbit, chiesta dal padre Stanley, che diventerà l’editore di Tolkien.
Lo Hobbit nasce come racconto per i figli di Tolkien, come lui scrive nelle sue lettere:
“Quando i miei figli erano piccoli, avevo l’abitudine di inventare e raccontare, a volte mettere per iscritto, “storie per bambini” per il loro divertimento, basandomi sulle idee che allora avevo, e che molti ancora hanno, su come tali storie dovrebbero essere per stile e atteggiamento.
Nessuna di quelle storie è mai stata pubblicata. Lo Hobbit doveva essere un’altra di quelle.
Non aveva alcuna connessione necessaria con la “mitologia”, ma naturalmente fu attirata da quella costruzione dominante nella mia mente, e il racconto divenne più ampio ed eroico man mano che procedeva.”
Ma Tolkien non sarebbe Tolkien se non avesse trovato una spiegazione “in universe” per la missione dei Nani.
La Troviamo nelle appendici del Signore degli Anelli e nei Racconti Incompiuti, di cui riportiamo alcuni brani ( Esiste più di una versione della Cerca di Erebor)
A Minas Tirith, dopo l’incoronazione di Aragorn, Gandalf racconta che da tempo era seriamente preoccupato sia per il misterioso Negromante che per la minacciosa presenza di Smaug, temendone l’eventuale alleanza con Sauron, e si chiedeva come fare al riguardo. Un casuale incontro con Thorin Scudodiquercia gli fornì la soluzione.
Anni prima infatti, Gandalf aveva soccorso un anziano e ormai moribondo nano, a Dol Gundur, il quale, prima di morire, gli aveva affidato una chiave ed una mappa.
Il nano era Thráin e mappa e chiave garantivano un accesso segreto alla Montagna.
“Per anni, però, non ci avevo neanche pensato. Fu solo quando arrivai nella Contea ed ebbi il tempo di riflettere al racconto di Thorin, che d’un tratto mi ricordai dello strano caso che le aveva fatte finire nelle mie mani; e adesso cominciava a non sembrarmi più tanto un caso. Mi ricordai di un mio pericoloso viaggio, compiuto novantun anni prima, quand’ero entrato a Dol Guldur sotto mentite spoglie e ci avevo trovato un povero Nano morente nei pozzi. Non avevo la minima idea di chi fosse.
Aveva una mappa che era appartenuta alla gente di Durin a Moria, e una chiave che sembrava fare il paio con la mappa, sebbene il Nano fosse ormai troppo fuori di sé per spiegarlo. E mi disse di essere stato in possesso di un grande Anello.
Quasi tutti i suoi vaneggiamenti erano di questo tono. L’ultimo dei Sette, continuava a ripetere. Ma erano tutte cose delle quali avrebbe potuto aver avuto sentore in molti modi. Per esempio, poteva essere stato un messaggero catturato mentre andava, o magari un ladro preso in trappola da un ladro più grande.
Comunque, mi diede la mappa e la chiave. “Per mio figlio” mi disse, e poi morì, e poco dopo io stesso me la svignai. Misi quelle cose da parte e, per un qualche presentimento, le ho sempre tenute con me, al sicuro, anche se quasi subito le ho dimenticate. Avevo altre cose da fare a Dol Guldur, più importanti e pericolose che non il tesoro di Erebor.
«Ed ecco che a questo punto me ne ricordai, e mi sembrò evidente che avevo raccolto le ultime parole di Thráin Secondo, sebbene non avesse detto il proprio nome né quello di suo figlio”.
Da qui l’organizzazione della missione.
Ma perchè sceglie proprio Bilbo? innanzitutto Gandalf lo conosceva già quando era bambino e lo ricordava vivace e curioso, desideroso di avventure, sapeva inoltre che non si era sposato e quindi avrebbe potuto partire senza la preoccupazione di una famiglia, ma, soprattutto, il drago non aveva mai visto un hobbit e di conseguenza non ne avrebbe riconosciuto l’odore, al contrario di quello di Uomini e Nani, che avrebbe fiutato da lontano mettendosi subito all’erta.
“quando Gandalf cessò di parlare, Gimli si mise a ridere.
«Sembra ancora assurdo,» disse «persino adesso che tutto è andato bene, e anzi più che bene.
Conoscevo Thorin, naturalmente; e mi sarebbe piaciuto essere presente, ma ero via quando sei venuto per la prima volta da noi. E non mi fu permesso di unirmi alla Cerca: troppo giovane, dicevano, sebbene a sessantadue anni mi sentissi pronto a tutto. Be’, sono lieto di aver sentito il racconto per intero. Posto che lo sia davvero. Perché non credo che neppure adesso tu ci dica tutto quello che sai.”
Ci si può chiedere perché mai Sauron si era impossessato solo dell’anello di Thráin lasciandogli mappa e chiave, la risposta sta forse nell’arroganza del male: vede solo ciò che gli interessa in quel momento, trascura i particolare per lui minori, con conseguenze fatali.
“Credo che il Potere Oscuro non desiderasse da lui null’altro che l’Anello, e quando se l’ebbe preso non tormentò più il povero prigioniero, ma si limitò a gettarlo nei pozzi, per delirarvi fino alla morte. Una piccola svista, che però si rivelò fatale. Come spesso accade con le piccole sviste.»”
Brano tratto da: Racconti Incompiuti, “La cerca di Erebor”
Illustrazione: illustrazioni di Paul Tobin by Tolkien
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