Ogni capitale è il ritratto dell’anima di un regno, e nessuna lo fu più di Armenelos.

Perché nella città dei Re di Númenor si poté leggere, scolpita nella pietra e poi nel fumo, l’intera parabola del popolo più grande tra i mortali: sorse bianca e radiosa, fu coronata da un albero vivo che era il pegno di un’antica amicizia, e finì oscurata da una cupola nera sotto cui quello stesso albero fu arso.
Chi avesse voluto sapere a che punto era giunta la sorte dell’Isola del Dono, non avrebbe dovuto leggere le cronache: gli sarebbe bastato alzare gli occhi sul cielo di Armenelos, e guardare se vi splendeva la chioma argentea di un albero o vi saliva il fumo di un rogo.

Armenelos fu fondata da Elros Tar-Minyatur, primo Re di Númenor, nei primi giorni del regno. Sorgeva nell’interno dell’isola, nella regione più popolosa e più amata, l’Arandor, non lontano dal piede del Meneltarma, la montagna sacra: come se la capitale dei Re avesse voluto tenersi vicina al luogo in cui si rendeva grazie agli Dei. Era costruita su un’altura, e di lì dominava le terre circostanti con le sue torri e le sue mura di pietra chiara.
Per molti secoli fu la più ricca e la più bella città che gli Uomini avessero mai innalzato: vi confluivano le ricchezze di un impero marittimo, vi fiorivano le arti, vi risiedeva la corte della stirpe di Elros, dotata di una vita lunga il doppio di quella degli altri Uomini. Al suo culmine, nella cittadella, stava la reggia con la sua alta torre, e davanti ad essa il cortile del Re. Ma il vero cuore di Armenelos non era un palazzo, ma un albero.

Nel cortile del Re cresceva Nimloth, l’Albero Bianco di Númenor: una pianta dai fiori candidi che si schiudevano la sera e profumavano l’aria al cadere della luce. Era un albero dalla nobile progenitura, perché discendeva, di dono in dono, da un albero di Tol Eressëa, a sua volta l’immagine di Telperion, il più antico dei Due Alberi di Valinor, la cui luce d’argento aveva illuminato il mondo prima del Sole e della Luna.
Nimloth faceva perdurare, ad Armenelos, una scheggia di quella luce primigenia: il segno dell’amicizia tra i Númenóreani e gli Elfi, e attraverso di essi del legame con l’Ovest e con i Valar.

Per questo l’Albero era più di un ornamento: era una promessa. Si tramandava che la sorte di Nimloth e quella della stirpe dei Re fossero legate, e che la fine dell’uno avrebbe annunciato la fine dell’altra. Finché l’Albero Bianco fiorì nel cortile di Armenelos, qualcosa dell’antica fedeltà restava vivo nel cuore dell’isola. La sua chioma argentea divenne il vero stendardo di Númenor: il segno che anche nei momenti di declino, le azioni dei suoi abitanti erano fatte in fede di quell’antico patto.
Poi venne la paura. Paura della morte, paura del potere, paura degli Eldar. E poi, lentamente, l’invidia, rivolta a voce sempre più aperta verso coloro che, si riteneva, serbassero il segreto della vita eterna senza condividerlo con i più grandi degli Uomini.
Ma pur in un periodo di sacrilegio, fu solo per le prole di un consigliere che la dannazione giunse a Númenor. Il peggiore e più infido dei consiglieri, che Ar-Pharazôn, nella sua follia velata di disperazione, condusse in ceppi ad Armenelos, per lasciare via via che diventasse il suo più ascoltato servitore. E se a quei tempi egli era chiamato Zigûr, “il Mago”, si trattava in realtà di Sauron Gorthaur, che obnubilò la mente del Re, volgendo lui e una parte sempre più ampia della popolazione al culto dell’Oscurità.

E in tributo a questa blasfema adorazione, fece innalzare nel mezzo di Armenelos l’opera che ne confermò la caduta – morale, prima che fisica: un immenso Tempio dedicato a Morgoth Bauglir, Melkor il Nemico antico, Signore dell’Oscurità. Un edificio alto cinquecento piedi, coronato da una cupola d’argento che presto si annerì per sempre del fumo dei fuochi accesi al suo interno.
Un Tempio nel qual, si racconta, erano praticati sacrifici umani: prima di prigionieri, poi dei Fedeli, gli Uomini rimasti leali agli Elfi e ai Valar, che venivano accusati e giustiziati come nemici del Re. Il fumo dei sacrifici saliva di continuo sopra la città bianca, e la cupola d’argento, che doveva splendere, divenne nera come una macchia.
E il primo fuoco che fu acceso su quell’altare non fu un fuoco qualunque: fu quello dell’Albero Bianco stesso, che Ar-Pharazôn, infine persuaso da Sauron – poiché anch’egli era riluttante a distruggere un simbolo così sacro – ordinò che Nimloth fosse abbattuto e arso come prima offerta.

Eppure, anche nell’ora più nera, vi fu chi si levò a salvare ciò che poteva. Prima che l’Albero fosse abbattuto, Isildur — allora giovane, della casa dei Fedeli — s’introdusse di notte e in incognito nei cortili stessi del Re, là dove Nimloth era ancora in piedi ma già condannato, e ne strappò un frutto.
Fu scoperto, e dovette farsi largo a viva forza tra le guardie, riportando ferite che parvero mortali. Ma, si racconta, ogni sua piaga si rimarginò nel momento esatto in cui, sulla giovane pianta nata da quel frutto, spuntò la prima foglia. Come se la vita dell’Albero e quella del suo salvatore fossero diventati, per un istante, la stessa cosa.
Quel gesto, piccolo accanto alla rovina che stava per travolgere ogni cosa, fu in verità il più importante compiuto ad Armenelos. Perché in quel frutto sopravvisse tutto ciò che la città stava distruggendo.
Armenelos non vide la propria vendetta né la propria redenzione: quando Ar-Pharazôn ruppe il divieto dei Valar e mosse guerra alle terre immortali, l’isola intera fu inghiottita dal mare, e con essa la città dei Re, le sue torri bianche e il Tempio nero, sprofondarono per sempre sotto i flutti. Della più bella città degli Uomini non rimase nulla che si potesse rivedere.

Nulla, tranne ciò che ne era stato portato via in tempo.
Sette navi, sette pietre, e un Albero Bianco.
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