Nel cuore di Númenor, l’isola più bella che gli Uomini abbiano abitato, si trovava una montagna.
E sulla sua cima non sorgeva alcun altare, non stava alcuna immagine, non si levava alcun idolo: solo il cielo aperto, e il silenzio. Il Meneltarma, il “Pilastro del Cielo”, era il luogo più sacro dell’Isola del Dono proprio perché era vuoto: lì gli Uomini non costruivano nulla, non chiedevano nulla, non pretendevano nulla. Qui venivano per rendere grazie.
È questo che rende la montagna sacra il vero specchio dell’anima di Númenor, e insieme l’esatto contrario di ciò che l’isola sarebbe diventata: un luogo di disordine, orgoglio e blasfema celebrazione. Perché la parabola dei Númenóreani si può leggere tutta nel rapporto tra due luoghi: il Tempio nero che avrebbero un giorno innalzato ad Armenelos, pieno di fumo, di sangue e di parole, e questa cima aperta e silenziosa in cui, per secoli, non fu versata una goccia di sangue e non fu mai pronunciata una parola non necessaria.
La montagna sacra
Il Meneltarma si levava al centro esatto dell’isola, nel mezzo delle Terre Interne, il Mittalmar, visibile da ogni parte di Númenor come un punto fermo su cui tutti gli sguardi potevano convergere. Non era una montagna smisurata, e la sua vetta non finiva in una cima, ma in un ampio pianoro capace di accogliere molte persone. Vi saliva una strada che ne girava attorno le pendici in un lungo cammino a spirale, così che chi voleva raggiungere la sommità doveva compiere, di fatto, un pellegrinaggio.
Ai suoi piedi si apriva il Noirinan, la Valle dei Sepolcri, dove riposavano i Re e le Regine della stirpe di Elros: come se la montagna del cielo vegliasse sulle tombe della terra, unendo in un solo luogo il ricordo dei morti e la presenza degli Dei.

Sul Meneltarma vigeva una legge non scritta ma assoluta: il silenzio. Nessuno vi portava armi, nessun sangue vi poteva essere versato, e nessuno vi pronunciava parola. Solo tre volte l’anno la voce di un uomo si levava sulla vetta, ed era sempre la stessa voce: quella del Re, che saliva a parlare a nome di tutto il suo popolo.
Erano le tre grandi solennità dell’anno di Númenor. In primavera l’Erukyermë, la preghiera che invocava benedizione sul tempo a venire; nel colmo dell’estate l’Erulaitalë, la lode; in autunno l’Eruhantalë, il rendimento di grazie per i doni ricevuti. In quei giorni il popolo saliva la spirale della montagna vestito di bianco e in perfetto silenzio, e ascoltava il proprio Re rivolgersi, solo, a Eru Ilúvatar, l’Uno. Nient’altro. Nessun rito complicato, nessun sacrificio, nessuna richiesta di potere: soltanto la gratitudine di un popolo che sapeva di aver ricevuto tutto in dono. Finché salirono quella montagna, i Númenóreani ricordavano chi erano.
La cima non era del tutto deserta. Presso la vetta, si racconta, dimoravano tre grandi aquile, che gli antichi chiamavano i Testimoni di Manwë, il Signore dei Venti: comparivano immancabilmente nei giorni delle tre preghiere, e volteggiando alte sopra il capo del Re erano il segno visibile che l’Ovest, e i Valar, vegliavano su Númenor. Erano gli occhi del cielo posati sull’isola.

E dalla vetta del Meneltarma, nei giorni più limpidi, i Númenóreani dallo sguardo più acuto potevano scorgere in lontananza, oltre il mare occidentale, un barlume bianco: la torre di Avallónë sull’isola di Tol Eressëa, ai margini delle Terre Immortali. Era una vicinanza dolorosa e preziosa: la prova che l’Ovest esisteva davvero, che era là, appena oltre l’orizzonte — e che tuttavia agli Uomini non era concesso raggiungerlo. Su quella cima, più che altrove, i Númenóreani toccavano insieme la loro grandezza e il loro limite.
Poi venne l’Ombra, e con essa il peggiore dei destini per un luogo sacro: l’oblio. Quando la paura della morte e l’invidia per l’immortalità degli Elfi corruppero il cuore dei Re, e quando Sauron, da prigioniero divenuto consigliere di Ar-Pharazôn, volse l’isola al culto dell’Oscurità, ci si potrebbe aspettare che il Meneltarma venisse profanato: un tempio eretto sulla vetta, un altare macchiato, un idolo innalzato. Ma nulla di ciò accadde, per un certo tempo, perché anche gli Uomini del Re di Númenor temevano di violarne la cima, commettendo un sacrilegio supremo. Ma quando anche l’Albero Bianco fu abbattuto, la Montagna fu semplicemente dimenticata.
L’ombra e l’oblio
Le tre preghiere cessarono. Il popolo smise di salire la spirale.
Il segno vero della caduta di Númenor non fu la cupola nera che si alzò ad Armenelos, ma la montagna bianca che nessuno saliva più. Si racconta che, negli ultimi giorni, grandi nubi a forma d’aquila si levassero dall’Ovest sopra l’isola, come un ultimo, terribile richiamo dei Testimoni di Manwë; ma gli Uomini che un tempo salivano a ringraziare non lo compresero, leggendovi piuttosto la conferma della minaccia che i Valar rivolgevano agli Uomini.

Quando l’ultimo Re ruppe il divieto dei Valar e Númenor fu inghiottita dal mare, anche il Meneltarma sprofondò con l’isola che aveva vegliato. Eppure le antiche cronache serbano una leggenda: che la vetta del Pilastro del Cielo, troppo sacra per essere sommersa del tutto, non scomparve del tutto, ma tornò a levarsi sopra i flutti del mondo mutato. Un’isola solitaria, perduta in mezzo a un mare senza sponde, ultimo relitto di una terra che non c’era più.
Vera o no che sia quella leggenda, essa dice qualcosa di giusto. Perché di tutta Númenor — delle sue flotte, delle sue torri bianche, del suo impero senza rivali — la cosa più alta e più pura era proprio quella cima silenziosa dove gli Uomini non chiedevano nulla e dicevano soltanto grazie. Il Tempio di Armenelos fu il segno di ciò che i Númenóreani vollero diventare; il Meneltarma restò il segno di ciò che erano stati, e che avrebbero potuto continuare a essere. Un popolo capace di levarsi dalle ombre, e toccare il cielo.
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