Aule Atemporali, Prima del Tempo – Dopo il Tempo
Manwë Súlimo, l’Alto Re di Arda, fu il più grande tra i Valar in autorità, sebbene non in potenza. Fratello nella mente di Ilúvatar di Melkor, il Signore Oscuro, era invece il più amato dal Padre, il più vicino al suo pensiero, e perciò designato vicario e Re di Arda. Accanto a lui stava Varda Elentári, sua sposa, e sin dall’origine di Arda essi raramente furono separati.

Signore dei venti e del respiro di Arda, Manwë dominava le correnti dell’aria, dai veli che avvolgono il mondo fino alla più lieve brezza. Tutti gli uccelli del cielo erano suoi messaggeri, portandogli notizie dai luoghi più lontani e profondi della Terra di Mezzo, eccetto dalle oscure acque custodite da Ulmo o dagli angoli nascosti dal nero pensiero del male. Dall’inizio dei tempi, Ulmo fu il suo più fedele compagno, e insieme servirono più di tutti lo scopo di Eru.
Manwë abitava nelle sue sale poste sulla vetta di Taniquetil, la più alta montagna del mondo. Da lì, insieme a Varda, poteva scrutare più lontano di ogni altro. I Vanyar, gli Elfi prediletti, dimoravano presso di lui, e il Re dei Valar amava le loro canzoni e le loro poesie. Indossava vesti azzurre e occhi dello stesso colore, e brandiva uno scettro di zaffiro, dono dei Noldor. E qui giungevano nei tempi della loro giovinezza le grandi Aquile, prime emanazioni del suo pensiero, loro che volavano più alte, e scrutavano più a fondo di qualunque altro animale di Arda.
Il suo cuore era mite e compassionevole, più intento a guarire e custodire che a dominare. Ma questa stessa bontà era per certi versi la sua debolezza: spesso si perdeva nell’opera di rimediare e ordinare, e non sempre sapeva fronteggiare con durezza ciò che era corrotto e pericoloso. Perché, com’altrove è scritto, per chi non concepisce il Male, è difficile riconoscerne i segni e le avvisaglie, e ancor di più scorgere la nequizia che si cela al di là di un apparente pentimento. Questo fu vero soprattutto con Melkor: in parte per timore che uno scontro aperto avrebbe potuto distruggere il Mondo, in parte per desiderio di ricondurlo al bene, al termine di tre ere di prigionia Manwë acconsentì alla sua liberazione da Mandos, permettendo così che seminasse discordia tra i Noldor, insidiasse la corruzione e l’odio nell’animo di Fëanor e infine si rendesse protagonista dell’Avvelenamento degli Alberi, della morte di Finwë e del furto dei Silmaril.
Fin dai primordi il rapporto tra i due fratelli era d’altronde segnato dall’arroganza dell’uno e dai tentativi di mondarlo dell’altro. Quando Melkor seminò il primo disordine nel Canto degli Ainur, fu Manwë a riprendere il filo della melodia, volgendo il pensiero all’aria e ai venti. E insieme spazzavano via i neri fumi del fuoco delle profondità, e lo rendevano polvere portata dal vento, e lo rendevano fimo capace di nutrire altre terre. Insieme ad Aulë e Ulmo fu architetto di Arda, e molti spiriti si schierarono al suo fianco nelle profondità di Eä. Per confortare gli Elfi e preparare la venuta degli Uomini, dopo la caduta degli Alberi, volle che Aulë foggiasse il Sole e la Luna, e mandò Thorondor e le Grandi Aquile a vegliare sugli Atani, i Secondogeniti, che presto sarebbero giunti.
Infine, dopo la sconfitta di Morgoth nella Guerra d’Ira, fu Manwë a scagliarlo nel Vuoto eterno.

Solo un’altra volta le sue parole sono state citate. E si riferiscono al momento in cui il consesso dei Valar decise che la minaccia di Sauron nella Terra di Mezzo era troppo grande per essere fronteggiata dai pochi Eldar rimasti, e dagli eredi dei Fedeli di Númenor. E così, come già avvenuto per Glorfindel un’era prima, inviarono dall’altra parte di Belegaer il grande cinque messaggeri, gli Istari, con il compito di guidare, sostenere e confortare i Popoli Liberi nella lotta contro il Nemico. Si racconta che fu proprio Manwë, quando venne il momento di scegliere gli emissari, a chiedere dove fosse Olórin, e a domandargli perché non si fosse proposto volontario, lui che amava gli Eldar più di ogni altro Maia. Ed egli rispose che non ne era abbastanza potente, e che temeva Sauron. E fu probabilmente proprio per questo timore – poiché difficile è farsi corrompere da ciò che si teme – che il Re decise che egli dovesse essere il quinto messaggero, insieme a Curumo, Aiwendil, Alatar e Pallando. E di questa conversazione abbiamo memoria perché fu lo stesso Olórin, che nella Terra di Mezzo fu chiamato Gandalf o Mithrandir, a raccontarlo agli amici.
Da quel momento Manwë risiede nel proprio palazzo e osserva il mondo dall’alto di Taniquetil, e solo raramente è citato nelle antiche cronache, poiché, si dice, egli non ne scenderà più, se non nell’estremo momento, quando Melkor fuggirà ancora una volta. In quel tempo, l’Antico Re si presenterà innanzi a di lui, sul vasto Piano di Valinor. Eppure, così dicono i saggi, nessuno dei due fratelli riuscirà a uccidere l’altro. Poiché quello sarà il momento della giustizia dei Secondinati.
E di cosa avverrà dopo Dagor Dagorath, neppure il Re Antico ha mai fatto menzione.
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