Cuiviénen, Anni degli Alberi – Valinor, 1495 A.A.
Quando gli Elfi si destarono sulle rive silenziose di Cuiviénen, e il mondo era ancora giovane e indiviso, si racconta che i primi di loro si strinsero intorno a Imin, il primo nato. E costoro divennero gli Elfi Chiari, i Vanyar, ed erano la più piccola tra le schiere di Elfi.
Per secondo si destò Tata, ed egli divenne il capostipite della seconda schiatta di Elfi, destinata a distinguersi per sapienza e profondità d’ingegno. Erano coloro che poi saranno chiamati Noldor, gli Elfi profondi, che divennero amici e discepoli di Aulë in Valinor. Terzi si risvegliarono i Nelyar di Enel, la schiera più grande, che solo in parte giunse poi in Valinor al seguito di Olwë, e che fu poi chiamata dei Teleri.

Poche generazioni passarono, forse solo una o due, che tra il secondo gruppo emerse colui che per primo avrebbe dato loro forma, nome e destino: Finwë, il più saggio tra i Figli di Ilúvatar. Sotto la sua guida nacque una delle più grandi genealogie della Terra di Mezzo, la Casa di Finwë, da cui si sarebbero diramate tre linee destinate a segnare la storia delle Ere: quella di Fëanor, quella di Fingolfin e quella di Finarfin.
Fin dalla sua giovinezza, Finwë mostrò un’indole che univa curiosità, coraggio e desiderio di conoscenza. A Cuiviénen era considerato tra i più valorosi e intraprendenti, e tra i suoi più grandi amici vi era Elwë, signore dei Nelyar, con il quale condivideva lo stupore per il mondo appena scoperto. Ma quella prima età degli Elfi non fu priva di ombre. Melkor, annidato nel profondo di Utumno, nel nord della Terra di Mezzo, diffuse tra i Quendi menzogne e timori: molti giunsero a credere che i Valar volessero dominarli, e che la Terra di Mezzo fosse un regno da difendere e possedere. Anche Finwë, in gioventù, fu toccato da questi sospetti: e come poteva esser altrimenti, non avendo essi altre fonti di conoscenza a cui rivolgersi, se non la natura in cui sussurrava Yavanna, le stelle che rilucevano della speranza di Varda e le acque che sommessamente ripetevano le parole di Ulmo? Eppure in quel tempo, persino i più grandi spiriti non erano immuni dall’inganno, perché molto dovevano crescere prima di diventare le creature che abbiamo conosciuto.
Quando Oromë scoprì gli Elfi e li invitò a recarsi in Valinor, furono scelti tre ambasciatori per giudicare la verità delle sue parole, e un drappello di Maia fu infine inviato a proteggere i Quendi dalle insidie di Melkor.
Finwë fu tra i tre che furono scelti, con Ingwë dei Vanyar e il suo amico Elwë.
Quando Finwë partì, era già promesso a Míriel, la più abile tra le fanciulle dei Noldor nelle arti della creazione. Un dettaglio secondario, forse, ma non privo di significato: perché la sua scelta futura non sarebbe stata soltanto quella di un re, ma anche quella di un uomo che desiderava offrire a colei che amava una possibilità più grande.
Giunti in Aman, gli ambasciatori furono sopraffatti dalla luce, dalla pace e dalla grandezza dei Valar. E se Finwë, tra i tre, era stato inizialmente il più sospettoso, ancora toccato dalle menzogne di Melkor, fu proprio lui a essere il più profondamente mutato da quella visione. Non vide soltanto la sicurezza di quelle terre, ma anche ciò che esse potevano offrire: sapienza, arti, insegnamenti. E nel suo cuore nacque un desiderio preciso: che anche Míriel potesse giungere lì, e sviluppare fino in fondo il suo talento. Elwë, pur amando ancora le ombre e le luci più tenui della Terra di Mezzo, scelse di non separarsi da lui. I tre ambasciatori rimasero a lungo in Valinor, quasi riluttanti a lasciarla, tanto profondamente quella terra aveva inciso su di loro.

Al loro ritorno, gli Elfi si riunirono in un grande consiglio. Fu un momento decisivo: non si trattava solo di scegliere una destinazione, ma di decidere il destino stesso della loro stirpe. Da una parte vi erano gli ambasciatori, che avevano visto la luce di Aman; dall’altra i più antichi tra gli Elfi, i Padri dei clan, legati alle acque di Cuiviénen e diffidenti verso l’ignoto. Finwë parlò dopo Ingwë. Non si appoggiò soltanto all’autorità degli anziani, né cercò rifugio nella tradizione: parlò invece di ciò che aveva visto, della ricchezza delle arti, della profondità della conoscenza e dei pericoli che incombevano su coloro che fossero rimasti nella Terra di Mezzo. Non disse nulla, però, del desiderio più intimo che lo muoveva: quello di vedere Míriel crescere in quella luce. Le sue parole furono decisive.
Molti tra i Quendi, incapaci di immaginare la grandezza di Valinor, furono tuttavia colpiti dal timore di ciò che poteva accadere se fossero rimasti. Ed Elwë dichiarò che avrebbe seguito Finwë, ma che la sua scelta valeva solo per sé stesso, non per gli altri. Alla fine si giunse a una decisione. La maggioranza scelse di partire. Ma non tutti.
Da quel conciliabolo nacque la prima grande divisione tra gli Elfi. Coloro che accettarono il viaggio verso Occidente furono chiamati Eldar. Coloro che rimasero, invece, presero il nome di Avari, i Riluttanti. Fu una separazione definitiva, la prima delle molte che avrebbero segnato la storia degli Elfi, e molte Ere dovettero passare perché tutte le stirpi di Elfi si ricongiungessero.
Tra i Tatyar che seguirono Finwë, il nome di Noldor si affermò come designazione propria e duratura. E tra tutti gli Eldar, i tre ambasciatori divennero ormai figure sacre: avevano visto Aman, e quella luce sembrava riflettersi nei loro volti. Gli altri Elfi li guardavano con meraviglia. E Finwë, che aveva saputo trasformare la visione in una scelta, fu riconosciuto come primo Re dei Noldor.
Ebbe così inizio il Grande Viaggio, uno degli eventi più solenni e remoti della storia di Arda. Gli Eldar si misero in cammino verso Occidente, divisi in tre grandi schiere: prima i Vanyar guidati da Ingwë, poi i Noldor sotto Finwë, e infine i Teleri, guidati da Elwë e da suo fratello Olwë, poiché grande era il loro numero. Dinanzi a tutti cavalcava Oromë, guida e protettore. Fu un cammino lungo anni e anni, attraverso terre ancora giovani e inesplorate. Molti tra gli Elfi si unirono in matrimonio lungo la via, e molti figli nacquero durante il viaggio. Ma Finwë fu tra coloro che scelsero di attendere: egli aveva visto Aman, e desiderava che i suoi figli nascessero sotto quella luce, non nelle ombre della Terra di Mezzo.
Fu una decisione che condizionò fortemente i successivi usi e costumi dei Noldor: si racconta infatti che sempre, da allora, essi non si univano in matrimonio, né concepivano prole, in periodi di grandi sommovimenti, di guerre e di migrazione. E questo perché la vita coniugale e la cura dei figli era un impegno che solo la pace e la serenità potevano permettere di portare a termine. Perché lunghe sono le gravidanze degli Eldar, e pesante, come vedremo per Míriel stessa, l’impatto che esse hanno sul corpo e sul fisico delle madri. Pure, lunga è l’infanzia degli Elfi, e difficile da coltivare in tempi difficili.
Infine gli Eldar giunsero alle rive del Grande Mare. E alla vista delle acque senza fine, molti furono colti da timore. Alcuni si ritirarono, scegliendo di restare nelle foreste e nelle alture del Beleriand, e tra questi anche molti dei Noldor, che dimorarono a lungo nelle selve che sarebbero poi state chiamate Neldoreth e Region. In quel tempo Finwë mantenne un legame profondo con Elwë, che guidava il suo popolo più a oriente. Spesso i due si incontravano, condividendo il ricordo di Cuiviénen e la visione di Aman. Ma un giorno, mentre tornava da uno di questi incontri, Elwë scomparve. Fu una perdita improvvisa e irreparabile. I suoi cercarono a lungo, invano. E per Finwë fu il primo segno che quel viaggio, iniziato nella luce della speranza, portava con sé anche separazioni definitive.
All’insaputa dell’amico, infatti, Elwë aveva incontrato Melian sulla collina di Nan Elmoth, e per interminabile tempo i due si persero l’uno negli occhi dell’altra sotto le stelle di Arda Primigenia, e scelsero poi di risiedere lì, al centro del Beleriand, nella terra che fu poi chiamata Doriath. E mai più Finwë vide l’amico, prima che entrambi si ritrovassero a Mandos.
Fu allora che Ulmo, signore delle acque, intervenne. Attraverso il suono dei suoi corni mutò il timore degli Eldar in desiderio, e il mare, che era apparso come un limite, divenne una via. I Vanyar e i Noldor furono trasportati su un’isola attraverso il Grande Mare, fino a giungere finalmente in Aman. Era il compimento di un cammino che aveva cambiato per sempre il loro destino.

Giunti in Eldamar, Finwë e il suo popolo si stabilirono sulla collina verde di Túna, dove fondarono la città di Tirion. Fu lì che i Noldor cominciarono a dare forma alla loro grandezza.
Tirion divenne centro di sapere, arte e invenzione, una città che rifletteva la natura stessa del suo popolo: curiosa, creativa, inquieta. Ma non tutti rimasero. Ingwë e molti dei Vanyar, attratti dalla luce diretta dei Due Alberi, lasciarono Túna per stabilirsi più vicino alla dimora di Manwë, sulle pendici dell’Oiolossë.
Nonostante il compimento del viaggio, qualcosa mancava ancora. I Teleri non erano giunti. Finwë ne sentiva profondamente la mancanza, sperando ancora di potersi ricongiungere con Elwë. Pregò Ulmo di tornare a cercarli, e il Vala accolse la richiesta: riportò infine i Teleri fino alle coste di Aman, guidati ora da Olwë, poiché Elwë non era più con loro. Fu un momento di lutto silenzioso, che attraversa tutta la sua figura. Perché lui, più di ogni altro, scoprì che anche nella luce di Aman, la perdita non veniva meno.
Alla fine, i Teleri giunsero davvero in Aman. E i Noldor li accolsero con gioia. Insieme collaborarono alla costruzione di Alqualondë, la città dei Falmari, sulle rive del mare che un tempo aveva suscitato timore. Da quel momento, i Noldor intrecciarono con i Teleri un rapporto profondo, fatto di scambio, amicizia e reciproca influenza. E quando gli ultimi Vanyar lasciarono Tirion per stabilirsi definitivamente accanto ai Valar, fu con i Teleri che i Noldor condivisero la loro vita. Fu forse il periodo più alto della loro storia: un tempo in cui sapienza, arte e amicizia convivevano sotto la luce degli Alberi, prima che nuove ombre tornassero a sorgere.

Nella pienezza della luce degli Alberi, quando ancora nulla sembrava poter turbare la beatitudine di Aman, avvenne qualcosa che non aveva precedenti tra gli Eldar. Nel 1169 degli Anni degli Alberi, Finwë e Míriel ebbero un figlio: Fëanor. Fu una nascita straordinaria, che tanta parte ebbe nella futura storia dei Noldor. Ma il prezzo fu altissimo.
Nel dare alla luce quel figlio, Míriel consumò ogni sua forza, come se la sua stessa essenza fosse stata riversata in lui. E quando Finwë le parlò di altri figli, ella rispose che non ne avrebbe mai avuti: tutta la vita che avrebbe potuto nutrirne molti era già stata donata a uno solo. Finwë ne fu colpito profondamente. Desiderava una grande discendenza, una casa piena, degna della luce di Aman. Ma soprattutto, non poteva accettare che quella perdita avvenisse proprio là, dove ogni cosa sembrava destinata alla guarigione.
Míriel fu condotta nei giardini di Lórien, sotto la cura di Irmo. Là si distese a riposare, sotto un albero d’argento. E il suo spirito lasciò il corpo, passando in silenzio alle Aule di Mandos. Fu la prima morte in Aman, e persino i Valar ne furono turbati.
Perché, si tramanda, solo ad una persona gli Eldar si possono legare nella propria vita, perché infinita è la loro esistenza e il ciclo della rinascita li lega all’esistenza stessa di Arda. E perciò non è concepibile che un Elfo trovi un compagno o una compagna che non fosse con lui già in passato, o che non lo sia di nuovo in futuro.

Così per Finwë iniziò un tempo di lutto che nessuna luce poteva dissipare. Spesso si recava nei giardini di Lórien e sedeva accanto al corpo immobile di Míriel, chiamandola per nome. A volte Fëanor, ancora bambino, lo accompagnava.
E in quei momenti si stringeva tra padre e figlio un legame profondo, quasi raddoppiato dal fatto che Finwë era per lui insieme padre e madre, e Fëanor, nel volto e nella voce, ricordava a Finwë colei che aveva perduto. Gli Eldar e i Valar non disperavano: credevano che Míriel, una volta riposata, avrebbe scelto di tornare alla vita. Ma ella non lo fece. A ogni invito rispondeva soltanto: “Non ancora.” E col tempo, quel rifiuto si fece più fermo, fino a diventare definitivo. Finwë comprese infine che Míriel non sarebbe tornata. E smise di recarsi a Lórien, perché la vista di quel corpo senza voce non faceva che accrescere il suo dolore.
Eppure, Finwë non era fatto per restare solo. Era giovane tra gli Eldar, e il suo cuore desiderava ancora vita, figli, futuro. Così tornò a rivolgersi a Manwë, chiedendo se dovesse restare per sempre privo di una sposa, mentre altri tra gli Elfi godevano della pienezza della loro casa. La questione era senza precedenti. Mai prima di allora si era posta, in Aman, una simile domanda. E così i Valar si riunirono in consiglio, e da quel dibattito nacque ciò che sarebbe stato ricordato come lo Statuto di Finwë e Míriel.
Secondo questa legge, se uno dei due coniugi rifiutava di tornare alla vita, l’altro avrebbe potuto, dopo un tempo stabilito, prendere una nuova sposa o un nuovo sposo. Ma il prezzo era irrevocabile: chi rifiutava la vita non avrebbe mai più potuto farvi ritorno. Quando questo fu comunicato a Míriel, ella non mutò la sua decisione. Disse che tutta la sua vita era stata consumata in Fëanor, e che nessuna guarigione era possibile per lei entro i confini di Arda. Così il destino fu fissato.
Negli anni che seguirono, Fëanor crebbe sotto lo sguardo di Finwë. In lui si riflettevano entrambi i genitori: la forma e la presenza del padre, la profondità e l’intensità della madre. La sua volontà era forte, il suo ingegno straordinario. Ma come Míriel, anche lui poteva essere assorbito completamente nelle sue opere, e questo lasciava Finwë spesso solo nel suo dolore. Quando giunse il tempo stabilito dallo Statuto, Finwë comprese definitivamente che Míriel non sarebbe tornata. E il suo dolore, invece di spegnersi, si fece più amaro. Tentò di ritrovare gioia nel mondo, viaggiando, cercando nuovi inizi.
Ma nulla sembrava colmare il vuoto.
Fu allora che, ricordando le parole di Ingwë, Finwë si recò verso le dimore dei Vanyar. E lì, un giorno, camminando sotto le propaggini di Taniquetil, ove i Primi avevano la propria città, udì il canto di Indis, parente di Ingwë. Alzando lo sguardo, la vide nella luce dorata di Laurelin. E comprese. Comprese che ella lo amava da tempo, e che forse quella era la via che gli era stata concessa: non la cancellazione del dolore, ma la possibilità di una nuova vita.
Così, nel 1185 Finwë e Indis si unirono in matrimonio. E per un tempo, egli tornò a essere felice. Da questa unione nacquero altri figli: Findis, Fingolfin, Irimë e Finarfin. Ma la casa di Finwë non tornò mai davvero alla sua unità originaria.
Per Fëanor, quella scelta fu una ferita insanabile. Amava profondamente sua madre, e vedeva nel nuovo matrimonio del padre una condanna definitiva: Míriel non sarebbe mai tornata, e lui non l’avrebbe più rivista. Da quel momento, il suo cuore si allontanò. Guardava con diffidenza Indis e con ostilità i suoi figli, ancora prima che nascessero. E appena poté, si separò da loro, vivendo per conto proprio, immerso nelle sue opere e nei suoi pensieri. Eppure, l’amore tra Finwë e Fëanor non venne meno. Tra tutti i suoi figli, Fëanor rimase sempre quello a cui Finwë era più profondamente legato. Proprio per questo, la frattura che si era aperta nella sua casa non era soltanto una divisione tra fratelli. Era una crepa destinata a propagarsi ben oltre le mura di Tirion e, come vedremo, a coinvolgere l’intero destino dei Noldor.

Per un tempo ancora, i Noldor vissero in Aman nella piena fioritura della loro grandezza. Le arti prosperavano, le opere si moltiplicavano, e tra tutti brillava Fëanor, il più acuto d’ingegno e il più abile di mano tra gli Eldar. La casa di Finwë si espanse: figli, nipoti, nuove generazioni che portavano avanti la sua stirpe. Sembrava un’età destinata a non conoscere fine. Ma proprio in quel torno di tempo, dopo lunghi secoli di prigionia, Melkor fu liberato.
Melkor non tornò con la forza delle armi, ma con quella, più sottile, della parola e della menzogna. Seminò tra i Noldor pensieri di orgoglio e desiderio: parlò di vasti regni da conquistare nella Terra di Mezzo, di una libertà che i Valar avrebbero negato, di un destino che spettava agli Elfi e che altri, gli Uomini che ancora non erano giunti, avrebbero potuto usurpare. E soprattutto, colpì al cuore della casa di Finwë. Tra Fëanor e i figli di Indis insinuò sospetti e rivalità: a uno disse che gli altri volevano privarlo della sua eredità, agli altri che egli avrebbe voluto escluderli dal potere e dall’affetto del padre. Così, lentamente, ciò che era nato come una famiglia divenne un campo di tensioni.

L’orgoglio si fece prassi, l’ostilità si tramutò in parola, e la parola divenne minaccia. Fëanor, sempre più acceso da un desiderio di autonomia e grandezza, cominciò a parlare apertamente di ribellione e di ritorno nella Terra di Mezzo. Nel frattempo, i Noldor iniziarono a forgiare armi che mai s’erano viste nel Reame Beato, se non come monili o cimeli.
Finwë, vedendo crescere l’inquietudine tra i suoi figli e il suo popolo, convocò un grande consiglio. Ma prima ancora che potesse avere luogo, avvenne l’irreparabile. Fëanor giunse armato, e davanti a tutti minacciò Fingolfin con la spada. Fu la prima volta che il sangue della stessa casa rischiò di essere versato.
Così grave era l’evento, che i Valar stessi intervennero.
Fëanor fu convocato al cospetto di Mandos e, riconosciuto colpevole, fu bandito da Tirion per dodici anni. Si ritirò a Formenos, portando con sé i Silmaril e i suoi figli. E Finwë fece una scelta che lo definisce più di ogni altra: seguì Fëanor. Rinunciò al trono, dichiarandosi non più re finché il figlio fosse rimasto in esilio. Così, mentre a Tirion il governo passava a Fingolfin, Finwë scelse ancora una volta di essere padre prima che sovrano.
Passarono gli anni. Melkor, nascosto, tornò un’ultima volta — questa volta a Formenos, sotto mentite spoglie. Tentò di sedurre Fëanor con promesse e inganni, ma fu respinto. E quando Finwë venne a sapere di quell’incontro, fu preso da un oscuro presentimento. Perché Colui che si Eleva in Possanza aveva ormai identificato in Fëanor il proprio contraltare tra gli Eldar, il Migliore tra loro come lui lo era tra i Valar. E lo odiava, identificando in lui la chiave per i propri piani.

Nel tentativo di sanare le divisioni, Manwë indisse una grande festa. Fëanor fu convocato, e vi si recò. Ma, in polemica con i Valar, rifiutò di portare con sé i Silmaril, che fino a prima dell’esilio sfoggiava con orgoglio in ogni pubblica occasione.
Rimasero quindi a Formenos. E con loro rimase Finwë, che rifiutò di partecipare, ribadendo che finché il figlio fosse stato bandito, egli non avrebbe ripreso il suo posto tra il suo popolo.
E fu a Formenos che il suo destino si compì. Perché Melkor tornò dall’oscurità del Sud, accompagnato da Ungoliant, e le tenebre che li accompagnavano caddero su Aman. E mentre tutti erano a Valmar, egli solo accolse il Nemico e il Ragno alla sua porta, avvolti in una nera coltre di Ombra. E si presentò di fronte a loro, accogliendo Melkor con sprezzanti parole. E in tutta risposta, il Vala lo uccise: la sua testa fu schiacciata con una grande mazza di ferro, il suo corpo arso e distrutto, e la sua spada contorta e disciolta, come se fosse stata colpita da un fulmine.
E così si spense il primo Re e guida dei Noldor, colui che li condusse dalle stelle di Cuiviénen alla luce di Valinor, rendendo un piccolo gruppo di Elfi il più grande, il più rispettato e il più temuto dei popoli degli Eldar, le cui gesta impreziosirono la storia dei Quendi con gloria e dolore, trionfo e disperazione, conquista e perdita, dannazione e riscatto.
E forse la vittoria finale dei Noldor non dipende dall’arroganza del Figlio, ma dal Coraggio del Padre: perché il gesto di Finwë, solo in piedi davanti a Melkor, è il gesto di un re che, fino all’ultimo, non abbandonò il suo posto anche in esilio.
La morte di Finwë non fu solo una tragedia personale. Fu una scintilla. Fëanor ne fece un grido di vendetta, mentre Fingolfin ne fece un dovere. E forse in queste scelte era già iscritta la fine dei due figli maggiori di Finwë, sopraffatto dal fuoco dei Balrog il primo, sconfitto da Morgoth nella singolar tenzone che il padre non ebbe mai occasione di combattere, il secondo.
Da quel sangue nacque la decisione dei Noldor di lasciare Aman, dando inizio agli eventi più dolorosi della loro storia. Molti, in seguito, si chiesero se tutto sarebbe stato diverso se Finwë avesse scelto altrimenti: se non si fosse risposato, se la sua casa fosse rimasta unita, se Fëanor non fosse stato spinto verso l’isolamento. Ma queste sono domande che appartengono alla memoria, non al destino.
Dopo la morte, lo spirito di Finwë giunse nelle Aule di Mandos. Lì incontrò di nuovo Míriel. E fu allora che si compì l’ultimo, definitivo atto della sua vita. Míriel, pentita, espresse il desiderio di tornare alla vita. E Finwë offrì ciò che nessun altro aveva mai offerto: rinunciare per sempre al proprio ritorno, affinché ella potesse rinascere. Non perché avesse dimenticato Indis, né i suoi figli — ma perché il suo amore non era diviso, e poteva abbracciare più di una vita senza diminuirsi. Mandos accettò. Míriel tornò tra i vivi, entrando nella casa di Vairë, dove avrebbe tessuto le storie dei Noldor. E Finwë rimase a Mandos, per sempre in attesa del compimento dei tempi.
Finwë è il primo re dei Noldor. Ma è anche qualcosa di più: il primo a guidare, il primo a scegliere, il primo a perdere, il primo a rinunciare. La sua vita contiene in sé, in forma ancora pura, tutti i temi che segneranno il destino della sua stirpe: amore e divisione, grandezza e caduta, la libertà e il suo prezzo.
E forse proprio per questo la sua figura resta, tra tutte, una delle più silenziose e profonde: non quella di chi ha compiuto celebri imprese, o sconfitto i più grandi nemici. Ma quella di chi porta su di sé il peso reale della propria esistenza, fatta di luce e d’ombre, di felicità e tristezza, di possesso e di perdita.
Il degno predecessore di alcuni tra i più grandi figli di Ilúvatar che abbiano mai popolato la terra. Sia tra gli Eldar sia, tramite Fingolfin e il nipote Turgon, tra i Secondogeniti che al tempo della sua morte non si erano ancora risvegliati.
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