LINGUE TOLKIENIANE / Stagione 2, Ep. 11 - Corpus MQuenya: versione preparatoria del “Namárië”

Cari amici, ben ritrovati alla rubrica sulle Lingue Tolkieniane.
Quest’oggi proseguiamo nella rassegna di occorrenze del Quenya del Medio Periodo, ovvero lo stadio intermedio tra il Qenya dei Racconti Perduti e il Quenya del SdA. Dopo aver visto gli esempi del Koivienéni Manuscript (The Elves at Koivienéni e The Two Trees) e del Quenya presente all’interno de La Strada Perduta e di Notion Club Papers, ci accingiamo adesso ad affrontare alcune stesure preparatorie di frasi elfiche presenti all’interno del Signore degli Anelli.
Come sappiamo dal VI volume della Storia della Terra di Mezzo, “Il Ritorno dell’Ombra”, Tolkien iniziò a comporre quello che sarebbe divenuto il suo romanzo più famoso nel dicembre del 1937. Ne terminò la stesura (travagliata e a più riprese ricominciata, del tutto o parzialmente) intorno alla fine del 1949, sebbene una fase, ancora più travagliata, di revisione e aggiustamenti lo avrebbe impegnato fin quasi al periodo previsto per la pubblicazione.

L’evoluzione concettuale che attraversò il Legendarium durante questa colossale operazione fu senza precedenti: si può ben dire che Il Signore degli Anelli cambiò tutto per sempre. Tanto per cominciare, convinse definitivamente Tolkien che quel buffo popolo di esserini campagnoli e un po’ gretti che erano stati centrali per il suo precedente romanzo (gli hobbit) dovesse effettivamente far parte dello stesso universo narrativo delle leggende che andava componendo da decenni.
Inevitabilmente sconvolse, almeno in una certa misura, cronologia e consecutio degli eventi, introducendo una “Terza Era” collocata millenni dopo gli eventi narrati nel Quenta Silmarillion; contribuì a chiarire e a dettagliare la storia dei Regni Númenóreani in Esilio successivi alla Caduta di Númenor (di cui aveva già scritto intorno al 1936, con le prime bozze della storia dell’Ovesturia e degli eventi successivi alla sua disfatta); definì una volta per tutte la storia degli Elfi rimasti nella Terra di Mezzo, introducendo la vicenda degli Anelli del Potere e il prosieguo della lotta contro Sauron; aiutò a mettere a fuoco caratteri storici e geografici finora soltanto abbozzati e inseriti in un resoconto narrativo piuttosto vago.

Ovviamente, per quello che riguarda l’ambito linguistico, come abbiamo già trattato, si trattò di una vera e propria rivoluzione, soprattutto per quanto riguarda lo statuto della “seconda lingua”: è durante la stesura del SdA che il Noldorin “diventò” Sindarin e fu dunque attribuito agli “Elfi Grigi” anziché agli Etyañgoldi. A questo punto del nostro percorso è interessante notare come lo stesso termine Sindarin non appaia nei testi tolkieniani prima della revisione più avanzata del SdA (dopo essersi chiamato per breve tempo “Lemberin”), sebbene non si possa certo dire che esempi anteriori di composizione in questa lingua all’interno del romanzo non appartengano ad una fase linguisticamente più avanzata rispetto al frammento Nebrachar o al beleriandico de La Strada Perduta. Il metodo magmatico e magnificamente disordinato di Tolkien fa sì che vi siano cospicui “avanzamenti” nella concezione linguistica e narrativa prima ancora di attribuire un valore teorico alle nuove invenzioni. Fu infatti soltanto durante la stesura dell’Appendice F, in un testo chiamato The Languages and Peoples of the Third Age (cfr. The Peoples of Middle-Earth, XII volume della Storia della Terra di Mezzo, al capitolo The Appendix on Languages), che comparirono per la prima volta i termini Sindar e Sindarin, e da qui furono integrati retroattivamente in tutto il testo e nel resto della mitologia.

A tal proposito, vorrei adesso affrontare un esempio di medio Quenya particolarmente significativo, in quanto (forse) determinante in questo processo di “slittamento concettuale” del Sindarin: la prima versione del “Namárië”, risalente a un periodo (siamo nel 1941 circa) in cui il testo non si chiamava neanche così (la parola namárië non vi compare nemmeno).
Questo testo, pubblicato all’interno di Il Tradimento di Isengard (VII vol. della Storia della Terra di Mezzo), ci è senza dubbio utile per osservare la genesi di uno degli elementi di corpus più importanti dell’intera opera tolkieniana, ma al contempo ci consente di svolgere qualche riflessione su quale possa essere stato il percorso mentale che ha portato Tolkien a “restituire” il Quenya ai Noldor.
La struttura e il lessico di questa versione precedente della celebre poesia sono sufficientemente diversi dalla versione definitiva da rendere il significato di singoli termini (in seguito sostituiti) piuttosto oscuro, al punto che non ne esiste una traduzione formulata dagli studiosi che sia particolarmente accreditata o condivisa. La riporto con a fronte la frammentaria proposta di traduzione di Édouard Kloczko:

 

Ai! laurie lantar lassi sûrinen
inyalemîne rämar aldaron
inyali ettulielle turme märien
Anduniesse la mîruvörion
Varda telümen falmar kïrien
laurealassion ömar mailinon.

Elentäri Vardan Oiolossëan
Tintallen mäli rämar ortelümenen
arkandavä-le qantamalle tülier
e falmalillon morne sindanörie
no mïrinoite kallasilya Valimar.

(Ahimé, dorate foglie cadono nel vento.)
(Anni innumerevoli come le ali degli alberi)
(numerosi anni, siete trascorsi nelle terre)
(Nell’Ovest, (?) senza gli idromele,)
(Varda dalle volte scisse le onde,)
(le voci delle foglie dorate hanno sete [?di Varda].)

(Elentári Varda da Oiolossë,)
(Tintallë ali gialle levò in quel momento)
(e?-? tutte le strade ?divennero veramente)
(numerose onde nere di un grigio paese
sotto i gioielli ?portati da Valimar.)

 

Farewell to Lórien by Ted Nasmith

All’epoca della prima stesura del capitolo “Addio a Lórien”, il personaggio di Galadriel era appena sorto nella mente di Tolkien (che era approdato a questo nome dopo averne scartati diversi: Finduilas, Rhien, Galdri(e)n, Galad(h)rien), pertanto è verosimile che la sua storia e il suo background non fossero già sviluppati nella Galadriel che conosciamo dal SdA, ma si siano evoluti man mano, come d’altronde avviene con tutto il resto del materiale: l’intera vicenda dell’Elfa Noldo che si auto-esilia insieme al resto del suo popolo, abita nel Doriath durante gli eventi del Silmarillion, fonda regni elfici nella Seconda Era e infine si stabilisce a Lothlórien, sovrana di Elfi dei Boschi, era ancora di là da venire.
Oserei dire che la storia di Galadriel, in particolar modo, è fortemente “instabile”, forse tra le più instabili di tutto il Legendarium, avendo subìto nel corso degli anni varie riscritture, alcune anche molto tarde: esistono documenti sulla “storia di Galadriel e Celeborn” (riportati nei “Racconti Incompiuti”) datati addirittura al 1973: Tolkien continuò a riscriverne versioni sempre diverse fin quasi alla propria morte, senza mai “decidersi” per una di queste, che potesse essere per lui soddisfacente dal punto di vista “morale” e “filosofico” per il personaggio, e al contempo risultare coerente con quanto scritto in precedenza.
Ad ogni modo, all’inizio degli anni ’40 Galadriel è già una Noldo esule, ma tutta la storia successiva è ancora implicitamente assente, come dimostrano le sue parole rivolte alla Compagnia: “Il signore e la dama di Lothlórien sono considerati saggi oltre la misura degli Elfi della Terra di Mezzo e di tutti coloro che non sono passati oltre i Mari. Perché qui dimoriamo da quando le Montagne sono state innalzate e giovane era il Sole” [ovvero dall’innalzamento delle Pelóri conseguente all’Occultamento di Valinor e dalla Creazione del Sole = al tempo dell’arrivo dei Noldor esuli nella Terra di Mezzo].

Eppure Tolkien non adopera mai il Noldorin (o beleriandico) per questa poesia. Probabilmente sentiva che un’Elfa di quella caratura dovesse esprimersi con la lingua valinoreana, ma ciò non avrebbe avuto senso in seno alla concezione che fino a quel momento era stata lo standard: i Noldor (che nell’Early Legendarium erano chiamati “Noldoli” o “Gnomi”) hanno cominciato a mutare parlata da quando si sono separati dagli altri “elfi della luce” e dunque il loro Quenya è diventato Noldorin (evoluzione dello “Gnomico” dell’Early Period), modificandosi nel tempo.
Tale concezione a quanto pare non era più soddisfacente, per almeno due ragioni:
(1). verosimiglianza linguistica e storica: il gap temporale (i pochi secoli dopo l’Esilio prima che il Noldorin faccia la sua progressiva comparsa) è di gran lunga troppo breve per giustificare trasformazioni linguistiche così importanti, a differenza di quello intercorso (tra la Grande Marcia e il Ritorno dei Noldor) per gli Elfi che non lasciarono mai la Terra di Mezzo;
(2). estetica e “morale”: agli Elfi della Luce (Calaquendi) si addice una lingua più vicina alla sensibilità che li ha caratterizzati durante il loro soggiorno nel Reame Beato. Da allora non hanno certo dimenticato il loro idioma, anche se lo utilizzano ormai sono per occasioni cerimoniali o artistiche (come in canti e poesie, per l’appunto), esprimendosi per il resto del tempo nella “seconda lingua”, presa in prestito dagli elfi “autoctoni”. Negli Annali Grigi Tolkien fornirà una spiegazione di questo abbandono del Quenya nell’uso quotidiano, quando scriverà del bando di Thingol.

David Salo, in un articolo apparso su Tyalië Tyelelliéva n° 12 (4 aprile 1998) dal titolo “The Development of ‘Galadriel’s Lament’”, compie un’analisi linguistica molto dettagliata della poesia, confrontando il testo presente in Il Tradimento di Isengard con la versione definitiva della poesia presente nel Signore degli Anelli e con altre versioni ancora, intermedie e tratte direttamente dai faldoni della Marquette University (“Marquette Notes”, 3/3/28-29 e 3/4/8), che raccolgono la maggior parte dei materiali di composizione del romanzo.

A quanto pare esistono non meno di una dozzina di versioni del “Namárië”, sebbene alcune di queste differiscano solo per piccole differenze ortografiche, a volte frutto di refusi. Molte tuttavia presentano forme grammaticali o sintattiche diverse, e perciò rappresentano altrettante fasi intermedie di una composizione decisamente complessa e ricca dei soliti “andirivieni” cui Tolkien ci ha ormai abituato.
[Per fare un esempio del “metodo” di Tolkien, che si può rintracciare in qualsiasi angolo della sua produzione, e che persone come Christopher hanno ricostruito attraverso una vera e propria ricerca stratigrafica: (1) un primo manoscritto viene solitamente vergato a matita; il testo viene (spesso ma non sempre) successivamente cancellato e (2) sovrascritto a penna con delle modifiche; a questo di solito segue (3) una copia in bella dattilografata, con (4) ulteriori correzioni a matita o a penna; possono subentrare, anche a distanza di mesi, (5) nuove idee che intervengono su uno qualsiasi di questi passaggi; a questo punto normalmente le annotazioni richiedono di essere messe in ordine con la stesura di (6) nuove versioni “in bella”, alle quali vengono applicate ulteriori correzioni…].

Non vi tedierò con l’intera analisi linguistica né con il raffronto testuale tra tutte queste versioni (nello stesso numero di Tyalië Tyelelliéva che ho citato poc’anzi, Lisa Star [redattrice della rivista] enumera tutte le versioni di “Namárië” esistenti, comprese quelle presenti in The Road Goes Ever On e compresa un’iscrizione in tengwar pubblicata in Vinyar Tengwar #21 del solo verso n. 8), ma vorrei far osservare alcune peculiarità delle versioni presumibilmente più antiche (che Salo chiama “Stage I”), la prima delle quali è quella riportata sopra e inclusa da Christopher in Il Tradimento di Isengard, rispetto alle versioni intermedie (che Salo chiama “Stage II”, e delle quali riporto di seguito la prima, in cui la poesia assume una struttura molto più simile alla versione del SdA).

 

STAGE I.A (Treason)

1. Ai! laurie lantar lassi sûrinen
2. inyalemîne rämar aldaron
3. inyali ettulielle turme märien
4. Anduniesse la mîruvörion

5. Varda telümen falmar kïrien
6. laurealassion ömar mailinon.

7. Elentäri Vardan Oiolossëan
8. Tintallen mäli rämar ortelümenen
9. arkandavä-le qantamalle tülier
10. e falmalillon morne sindanörie

11. no mïrinoite kallasilya Valimar.

STAGE II.A (Marquette Notes, 3/3/29, pag. 11)

1. Ai! laurië lantar lassi súrinen!
2. Inyar únóti nar ve rámar aldaron,
3. inyar ve linte yumar vánier
4. mi oromardi, lissë-miruvóreva
5. Andúne pella Vardan telumar
6. nu luini yassen tintilar i eleni
7. omanyan airetári-lírinen.

[8. Sí man i yulda nen enqantuva]

9. An sí Tintallen Vardan Oiolosseō
10. oronte mat ve fanyar Elentárion
11. ar tier ilye undulave lumbule
12. ar sindanoriello kaita mornië
13. i falmalinnar imbe met, ar hisie
14. untúpa míri Kalakilyan oiale
15. Sí vanwa na, Rómello vanwa, Valimar!

[16. Amárie! Nai hiruvalle Valimar
17. Nai elle hiruvalle! Amárie]

 

Orthanc by Alan Lee, nella cover di The Treason of Isengard (ed. Houghton Mifflin)

Intanto è interessante notare come la prima versione della poesia (Stage I) sia in rime alternate (ABAB), poi abbandonate, e tuttavia non abbia ancora lo schema metrico rigoroso che apparterrà in seguito alla versione definitiva (e che verrà esposto da Tolkien nelle Notes and Translations in appendice a The Road Goes Ever On: “Il metro usato è giambico (accentuativo). È scritto in versi di 5 o 6 piedi ciascuno. La prima parte, i versi 1-7, è in versi alternati 5, 6, 5, 6 etc. Il verso separato 8 ha 5 piedi. La seconda parte è interamente in versi di 6 piedi.”).

Inoltre i segni diacritici non si sono ancora attestati in quello che successivamente diventerà lo standard della trascrizione del Quenya (qui abbiamo un sistema simile a quanto osservato nelle versioni “finnicizzate” del poema Markirya, con l’utilizzo di dieresi per segnalare vocali lunghe e di accento circonflesso per segnalare quelle “over-long”, eccezionalmente presenti anche in sostantivi composti, ad esempio in inyalemîne e in mîruvörion). Questa forma di trascrizione ha avuto vita breve, ed è abbastanza irrilevante da registrare per l’evoluzione linguistica, tanto che molti analisti (compresi Salo e Kloczko) tendono comunque a uniformare queste trascrizioni all’ortografia tipica del Quenya “maturo”.

Le maggiori difficoltà di interpretazione dello stage I rispetto alle versioni più tarde sono da attribuire a quegli elementi di lessico che non si sono preservati nel corso dell’evoluzione della composizione, ad esempio le parole inyalemîne, turme, kandavä-le. Solo grazie al raffronto tra versioni si è riusciti a comprendere il significato di alcuni di questi termini, ad esempio è evidente che inya– fosse una versione precedente di yéni “anni”, e si ipotizza che turme possa essere il precursore di yumar, versione intermedia di yuldar “sorsi”.
Tuttavia è chiaro che ci troviamo nel reame delle pure speculazioni. Bisogna soprattutto considerare che molti di questi lemmi appartengono ad una fase decisamente sperimentale ed esplorativa, per Tolkien, in cui la composizione del brano poetico, nel suo significato e nella sua struttura metrica, andava di pari passo con la creazione in tempo reale di nuovo materiale in Quenya, e dunque singole parole o singole nozioni grammaticali facevano presto ad essere abbandonate in favore di sostituzioni più adatte. Non dimentichiamoci che il Quenya è innanzitutto una lingua estetica, in cui ogni singolo elemento sussiste anche in virtù della sua musicalità e dell’effetto di armonia che produce accanto agli altri.

Per quasi ogni parola presente nella versione (I), tra quelle riconoscibili quanto meno, si potrebbe ricostruire un “percorso di storia esterna” che la conduca fino alla sua versione matura. Stessa cosa dicasi per forme grammaticali e funzioni logiche. Qualche esempio:

  • ettulielle (I): il suffisso -lle sembra essere una desinenza di 2a persona, come dimostra il raffronto con hiruvalle al v. 16 della versione (II), e dunque precursore del -lye del Quenya di SdA;
  • Anduniesse (I) > Andúne pella (II e SdA): il caso locativo in -sse viene sostituito dalla post-posizione avverbiale pella “oltre”, modificando così il senso della locuzione, da “in Occidente” a “oltre l’Occidente”;
  • Oiolossëan (I) > Oiolosseo (II e SdA): questo è semplicemente un cambio di desinenza del genitivo, in questo caso con funzione ablativale (di moto da luogo), “da Oiolossë”, “dal Monte Sempre-bianco” (cfr. anche PE17 pag. 69);
  • Elentäri (I.A) viene corretto dapprima in Elentárin (I.B), per flettere uno degli epiteti di Varda correttamente al genitivo (come Vardan e Tintallen), retto da mäli > mat, e successivamente viene cambiato in Elentárion (II.A) per ragioni metriche (nella versione finale cambierà ancora posizione e funzione logica, diventando il nominativo che regge máryat (vedi oltre);
  • mäli (I) > mat (II): le “mani” di Varda. Tolkien passa dal plurale partitivo in -li al duale in -t. Nella versione definitiva del canto, questa parola si trasformerà ulteriormente nell’accusativo duale máryat “le sue due mani”, agglutinando il suffisso pronominale di 3a persona singolare;
  • (ar)kandavä-le (I) è la parola che più di tutte resiste a tentativi di interpretazione. Ar è ovviamente la congiunzione “e”, ma la particella “le” (dapprima presente anche al verso 4 e poi rimossa) è abbastanza oscura (forse un pronome di 2a persona?); mentre nel termine kandava il -va potrebbe assomigliare ad una desinenza futura o aggettivale. Salo sostiene che potrebbe essere una voce verbale retta da tülier: “they [Varda’s hands] have come to [?kandavä-le] every road”;
  • qantamalle (I) > tier ilye (II) > ilye tier (SdA). Si confronti questo passo con le versioni successive: ar ilye tier unduláve lumbule “e tutti i sentieri sono stati inghiottiti [lett. “down-licked”] dall’oscurità profonda”. Malle è un termine che si incontra anche nelle Etimologie (HoME, VI) per “strada”, sia nel senso di “sentiero lastricato” (cfr. Olóre Mallë) sia nell’accezione di “rotta” (cfr. malle tēra > tēna “strada diritta” in La Strada Perduta e in Notion Club Papers).

Potrei continuare ma mi fermo qui, dal momento che esporre l’interezza di queste dissertazioni sarebbe poco adatto allo scopo di questa rubrica.

È affascinante osservare tutte queste trasformazioni nella genesi di un testo così noto, e ricondurre a questo processo creativo un’evoluzione tanto linguistica quanto narrativa così radicale come quella che abbiamo illustrato all’inizio di questo articolo.
Il Signore degli Anelli fu davvero un terreno di prova importantissimo. La quantità di nozioni che furono “fissate” durante la sua stesura dettò la linea di tutta la produzione successiva del nostro buon Professore, per quanto questa sia rimasta inedita fino a dopo la sua morte (e infine resa nota solo grazie al colossale lavoro di Christopher Tolkien e di altri).
Trovo molto importante ricostruire questi passaggi e metterli in relazione con la “superficie” nota a tutti (le storie, i personaggi, i nomi), perché aggiunge spessore e valore critico e artistico ad un’opera che i lettori non finiranno mai di scoprire.

 

Bibliografia:

  • Il Tradimento di Isengard (1989), ed. by Christopher Tolkien;
  • The Development of ‘Galadriel’s Lament’ di David Salo, in Tyalië Tyelelliéva n. 12 (4 aprile 1998), ed. by Lisa Star;
  • Dictionnaire des langues elfiques (1995) by Édouard Kloczko;
  • Le lingue degli Elfi della Terra di Mezzo, Volume I (2016) di Gianluca Comastri;
  • Notes and Translations in The Road Goes Ever On (1967) by J. R. R. Tolkien.

Sitografia:

 

☙❧☙❧☙❧☙❧

Dal nostro sito si può consultare l’intera raccolta di post dedicati alle Lingue Tolkieniane: https://www.raccontiditolkien.it/category/analisi/lingue/

☙❧☙❧☙❧☙❧

-Rúmil

Navigazione

Continua a leggere la categoria Lingue

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back To Top