Eldamar, 1.362 A.A. – Salpata a Ovest il 29 settembre 3.021 T.E
Prima che il mondo fosse separato e diviso dal mare, quando i due Alberi splendevano a occidente, e ancora i Successivi non si erano destati, nacque Galadriel, la fanciulla coronata di luce. In lei e nella sua chioma, si racconta, si riflettevano entrambe le luci del Reame Beato — l’oro del sole di Laurelin e l’argento della rugiada di Telperion — e già emergeva tra i suoi pari per forza, intelletto e statura. E più di tutto, ciò che la caratterizzava era il desiderio di conoscere e di apprendere.

E non è casuale che il suo spirito e la sua indole siano stati messi a confronto con quelle del più grande e del più orgoglioso degli Eldar di Valinor, lo zio Fëanor detto Spirito di Fuoco: perché il loro spirito era inquieto e superbo, ed entrambi sembravano ogni giorno alla ricerca di nuove occupazioni e nuovi stud; ma dove Fëanor cercò di catturare la luce attraverso le proprie arti manuali, Galadriel avrebbe imparato a riconoscerla e a proteggerla, trasformandola in memoria e saggezza, grazie agli insegnamenti di molte grandi figure a cui si è avvicinata nel corso della sua vita.
La storia di Galadriel si snoda come un cammino di progressiva spoliazione: dalle pianure beate di Aman al Doriath e al Nargothrond, dalle sterminate vallate dell’Eriador fino ai boschi di Lórien, Galadriel attraversa le ere come una testimone della lotta fra volontà e destino, fra dominio e armonia.
In lei, più che in ogni altro essere della Terra di Mezzo, trova realizzazione un motivo costante nelle antiche cronache, quello della rinuncia come momento di equilibrio tra accettazione del proprio destino ed espressione del libero arbitrio. Non la sconfitta della potenza, ma la sua trasfigurazione in grazia.
La giovinezza
Fin dalla sua giovinezza ad Aman, Galadriel si distinse tra i Noldor per forza, intelletto e grazia. Le antiche cronache raccontano che, ai tempi dei Valar, “era d’indole amazzone, e legava i capelli come una corona quando prendeva parte alle gare atletiche”. Da quell’immagine nacque il suo nome Sindarin, Galadriel, “fanciulla incoronata di chioma splendente”.

Ma quella chioma non era un semplice ornamento: i suoi capelli, nei quali si fondevano l’oro del padre Finarfin e l’argento stellare della madre Eärwen, sembravano racchiudere la luce dei Due Alberi di Valinor. Si narra che proprio ammirando quel fulgore Fëanor concepì l’idea di catturare la luce dei Due Alberi nei Silmaril. Tre volte egli chiese a Galadriel una ciocca dei suoi capelli, e tre volte ella rifiutò. Da allora, tra i due più grandi spiriti dei Noldor nacque un’inimicizia tanto profonda quanto inevitabile: se Fëanor era il più grande tra loro, Galadriel era la più saggia — e la sua saggezza crebbe con gli anni e con le prove.
Dotata di una mente penetrante, capace di scrutare i cuori altrui, Galadriel giudicava con misura e pietà, ma intuì presto la tenebra che cresceva in Fëanor — senza accorgersi che un’ombra simile aveva già sfiorato anche il suo animo e quello di tutto il suo popolo.
Nata quando ancora regnava la beatitudine dei Due Alberi, fu presto turbata dal fermento dei Noldor e dal loro desiderio di possesso e di libertà. Come suo fratello Finrod, sognava terre lontane, domini da ordinare secondo la propria volontà. Ma dentro di lei ardeva anche l’eredità dei Vanyar, fatta di nobiltà e di reverenza verso i Valar: il seme della capacità di rinunciare alla gloria per sé, che solo molto più tardi avrebbe trovato il suo pieno compimento.

Durante l’Oscuramento di Valinor e la ribellione di Fëanor, Galadriel fu l’unica donna tra i principi dei Noldor a ergersi tra gli esuli. Non giurò alcun voto, ma le parole di Fëanor accesero in lei il desiderio di vedere le terre libere della Terra di Mezzo e di fondare un regno proprio. Partecipò così all’Esilio non per brama, ma per curiosità e sete di grandezza — e anche per soccorrere i Sindar, i parenti elfi rimasti nella Terra di Mezzo.
Durante il massacro di Alqualondë, difese i Teleri, la stirpe di sua madre, opponendosi ai Fëanoriani con coraggio e dolore. Dopo l’incendio delle navi di Fëanor, non tornò indietro: troppo forte era il suo orgoglio per accettare la sconfitta.
Attraversò quindi l’Helcaraxë, il mare di ghiacci spezzati, insieme ai figli di Fingolfin e di Finarfin. Sfidò le tenebre, le tempeste e la morte, e giunse infine sulle rive del Nord, stremata ma indomita: una delle poche che potessero dire di aver conquistato la Terra di Mezzo con le proprie forze.

Si ricorda qui che è presente una seconda tradizione, che vuole Galadriel residente ad Alqualondë durante l’assalto, e protagonista della difesa della città in prima persona, insieme al suo amato Celeborn – che in questa versione è un principe di Valinor. E che fossero stati loro autonomamente a prendere a nave di lui e giungere alla Terra di Mezzo indipendentemente da Fëanor e dal resto della schiera.
Ma quale che sia la storia narrata, in entrambi i casi Galadriel giunse in oriente alle prime luci della Luna.
L’arrivo nella Terra di Mezzo
Arrivata nel Beleriand, Galadriel e i suoi fratelli cercarono rifugio nel regno di Elu Thingol. Il Re del Doriath accolse con diffidenza i Noldor, ma alla fine consentì che lei e Finrod restassero a lungo come ospiti: erano infatti nipoti di suo fratello Olwë e quindi suoi stretti parenti. Come sappiamo, Finrod rimase affascinato dalle sale di Menegroth, e consigliato da Ulmo lasciò in seguito il Doriath per fondare Nargothrond, mentre Galadriel rimase accanto a Celeborn, parente del Re, di cui si era innamorata.

Sebbene si amassero, non si unirono subito in matrimonio: tra gli Eldar era infatti consuetudine non sposarsi durante i tempi di guerra. E così Galadriel rimase nel Doriath, accanto alla Regina Melian, da cui apprese la saggezza più profonda della Terra di Mezzo.
Fu in quegli anni che Galadriel mitigò le passioni della gioventù con la saggezza che deriva dal vedere il declino del suo popolo in un mondo di guerre e sofferenze. Divenne quasi una figura di confine: l’eco dei Valar in una terra dimenticata dagli dèi. Conobbe la verità del male di Morgoth, il dolore dell’esilio e la nostalgia di Aman, ma comprese anche la bellezza fragile della Terra di Mezzo e il dovere di preservarla.
Quando infine Melian la interrogò sulle cause dell’Esilio dei Noldor, Galadriel raccontò la verità, ma non tutta: lasciò nell’ombra il giuramento di Fëanor e il sangue versato ad Alqualondë. Melian comprese che c’era in lei un segreto non detto — il primo segno del lungo cammino interiore che avrebbe condotto Galadriel alla purificazione attraverso la memoria, il dolore e, infine, la rinuncia.
Durante i lunghi anni trascorsi nel Doriath, Galadriel apprese da Melian la saggezza profonda della Terra di Mezzo, e la Maia, che vedeva oltre il tempo, le parlò un giorno di un Uomo che sarebbe entrato nel reame incantato di Doriath, spinto da un destino più forte della Cintura di Melian stessa. Fu forse allora che Galadriel iniziò a comprendere quanto grandi potessero essere i fili del fato che univano Elfi e Uomini. Con lei discusse a lungo dei Valar, delle origini del mondo e del destino degli Elfi, e quando giunsero, del Fato degli Uomini, ch’ella avrebbe visto esprimere in modo così variegato da Beren e da Túrin Turambar.
Non prese parte diretta agli eventi della Guerra dei Gioielli, ma non fu ignara delle tragedie che colpirono la sua stirpe: seppe della morte dei fratelli Angrod e Aegnor nella Dagor Bragollach, e infine di Finrod, caduto prigioniero di Sauron e morto nei sotterranei di Tol-in-Gaurhoth per salvare Beren. Ma fu probabilmente prima della caduta di Nargothrond, intorno al 495 della Prima Era, che Galadriel e Celeborn attraversarono le Montagne Azzurre e si stabilirono nell’Eriador, lontani dalla rovina che stava consumando il Beleriand. Alcuni sostengono che ciò avvenne solo dopo la Rovina del Doriath, ma certamente la principale ragione era il riconoscimento dell’inevitabile: come predetto da Mandos il Profeta Antico, non vi sarebbe stata vittoria per i Noldor che non fosse passata dal perdono dei Valar. Una necessità a cui Galadriel, benché a lungo vi avesse riflettuto, non era ancora pronta.
E infatti, alla fine della Prima Era, dopo la Guerra d’Ira, quando gli araldi di Manwë invitarono gli Elfi superstiti a tornare nelle Terre Imperiture, Galadriel non seguì la chiamata. Il suo cuore, temprato dalla ribellione dei Noldor e dal dolore delle Ere, non seppe — o non volle — piegarsi. Per la sua partecipazione alla rivolta contro i Valar, le fu imposto un divieto di ritorno; ma lei stessa lo accolse con orgoglio, dichiarando di non desiderare la grazia del perdono. Eresse così, con il suo gesto, una delle più solenni testimonianze della volontà elfica: la libertà di scegliere anche il proprio esilio.
Eppure non fu solo la superbia a trattenerla. Fu anche l’amore per Celeborn, che non desiderava abbandonare la Terra di Mezzo, e forse la consapevolezza che qualcosa, nel suo destino, non era ancora compiuto. In quegli anni si unirono in matrimonio, dando inizio a una delle più durature e sapienti unioni della storia elfica.
La Seconda Era e gli Anelli del Potere
All’inizio della Seconda Era, Galadriel e Celeborn abitarono per un tempo nelle terre di Lindon, sotto il dominio di Gil-galad, ma ben presto si spinsero più a oriente, oltre il Lhûn, verso i laghi e le foreste dell’Eriador. Molti Elfi li seguirono: Noldor, Sindar e perfino alcuni degli Elfi Verdi, riconoscendo in loro la Signora e il Signore degli Eldar d’Eriador. Fu probabilmente in quegli anni, intorno al 300 della nuova Era, che nacque la loro figlia Celebrían, che avrebbe unito le stirpi degli Eldar e dei Mezzi-Elfi.
Verso l’anno 500, quando l’Ombra tornò a farsi sentire nella Terra di Mezzo, Galadriel fu tra i primi a percepirla. Pur ignorandone ancora il nome, avvertì che un potere oscuro e ordinatore — un male che cercava di dominare ogni cosa — stava risorgendo da oriente. In lei, che aveva conosciuto la gloria e la caduta dei Noldor, nacque la convinzione che quella nuova minaccia potesse essere affrontata solo con l’unione di tutti i popoli liberi.
Fu così che si mosse ancora una volta verso Est, e si unì ai molti Noldor che avevano fondato un reame in Eregion, presso le porte di Khazad-dûm. Celeborn diffidava dei Nani, ma Galadriel, che aveva appreso dai Valar Yavanna e Aulë l’arte della creazione e della materia, comprese quanto fosse necessario stabilire un’alleanza con loro.
In quegli anni i Nani avevano scoperto e via via perfezionato la lavorazione del mithril, metallo più puro dell’argento e più prezioso dell’oro. A Eregion si radunarono i migliori fabbri elfi, e tra essi Celebrimbor, figlio di Curufin figlio di Fëanor, e lontano parente di Galadriel, che divenne Signore della città e fondatore di Ost-in-Edhil, la splendida capitale del nuovo reame.
Sotto l’influenza di Galadriel e Celeborn, i rapporti con i Nani di Khazad-dûm prosperarono come mai prima: furono anni di scambi e di alleanze, di arte e di ingegno. Da queste relazioni nacque anche il primo contatto con i boschi di Lórinand, oltre le Montagne Nebbiose — quello che un giorno sarebbe divenuto Lothlórien. Fu per opera di Galadriel che il male non riuscì a infiltrarsi in quelle terre: la sua presenza vigilava, e nessun inganno poteva mettere radici là dove ella dimorava.
Fu in quegli anni che incontrò anche gli Uomini di Númenor: le cronache ricordano il suo colloquio con il Re Tar-Aldarion, a Tharbad, segno del suo ruolo crescente come ponte tra i popoli liberi della Terra di Mezzo.
Intorno all’anno 1200 della Seconda Era, Sauron giunse nell’Eriador travestito da portatore di saggezza e si presentò come discepolo di Aulë. I fabbri di Eregion, bramosi di conoscenza, lo accolsero; solo Galadriel non si lasciò ingannare. Ella lo respinse con parole dure, affermando che la sua mente non portava la luce del Fabbro dei Valar ma il segno dell’inganno. Da allora Sauron comprese che Galadriel sarebbe stata il suo più grande ostacolo, e la temette.
Con astuzia, egli cominciò a corrompere i fabbri elfi e Celebrimbor stesso, insinuando sfiducia verso Galadriel e Celeborn. Alla fine, intorno all’anno 1400, Galadriel fu costretta a lasciare Eregion: attraversò Khazad-dûm insieme alla figlia Celebrían e raggiunse i boschi di Lórinand, mentre Celeborn rimaneva indietro, incapace di varcare le miniere dei Nani.

Quando, nel 1600, Sauron forgiò l’Unico Anello, il tradimento fu svelato. Celebrimbor corse da Galadriel chiedendole consiglio. Ella gli disse che gli Anelli degli Elfi non andavano distrutti, ma nascosti, lontano dalla portata del Nemico. Così, nel 1693, Celebrimbor le consegnò Nenya, l’Anello d’Acqua, forgiato in mithril e ornato di diamante, simbolo della purezza e della preservazione. Fu in quel gesto che il destino di Galadriel trovò la sua direzione: non più conquistare, ma proteggere.
Quando Sauron devastò Eregion e uccise Celebrimbor, non riuscì a scoprire il nascondiglio dei Tre Anelli, sebbene sospettasse che due di essi fossero nelle mani di Galadriel e Gil-galad. Solo grazie all’intervento di Númenor, Sauron fu sconfitto e ricacciato. Ma da allora Galadriel fu presa da un nuovo desiderio: il richiamo del mare. Come tutti gli Alti Elfi, sentiva ormai la nostalgia delle Terre Imperiture, ma su di lei pesava ancora il divieto del ritorno. E così rimase, sospesa tra il desiderio di pace e la fedeltà al suo compito.
Attraversò nuovamente le Montagne e giunse a Imladris, dove Elrond aveva fondato un rifugio per gli Elfi scampati alla guerra. Lì fu deciso che Gran Burrone sarebbe divenuta la nuova roccaforte degli Eldar nell’Est. Per lunghi anni Galadriel, Celeborn e Celebrían dimorarono in Imladris, poi si spostarono a sud, sulle coste di Belfalas, vicino al luogo che in futuro sarebbe stato chiamato Dol Amroth. Più volte, prima della fine della Seconda Era, tornarono nei boschi di Lórien — forse già allora Galadriel sentiva che quel luogo sarebbe stato il suo destino.
La Terza Era e la Guerra dell’Anello
All’inizio della Terza Era, la loro figlia Celebrían sposò Elrond Mezzelfo, e dalle loro nozze nacque la stirpe che avrebbe unito per sempre Uomini ed Elfi. Ma Galadriel non trovò riposo. Avvertiva che un’ombra tornava a muoversi in Boscoverde il Grande e nella roccaforte di Dol Guldur. E così lei e Celeborn strinsero alleanza con Thranduil, figlio di Oropher caduto a Dagorlad, per assicurare la vigilanza sulla foresta.

Giunta a Lórien, trovò un regno fiorente, governato dal Re Amroth, figlio di Amdír (del pari morto a Dagorlad), e vide che in quelle foreste splendenti poteva ergersi una nuova difesa contro la tenebra. Dopo la scomparsa di Amroth, ella e Celeborn presero il governo del reame, ma rifiutarono il titolo di sovrani: divennero la Signora e il Signore dei Galadhrim, e sotto la loro guida Lórien divenne il cuore luminoso della Terra di Mezzo.
Fu lei a convocare il Bianco Consiglio nel 2463, scegliendo come suo capo Mithrandir, che stimava e amava, ricordando forse i tempi in cui passeggiava nei giardini di Irmo nel Reame Beato, e Olórin le diffondeva pensieri di pace e saggezza. Ma il comando andò a Saruman, il cui orgoglio si sarebbe in seguito tramutato in ambizione, desiderio e infine in rovina. Quando la figlia Celebrían fu ferita dagli Orchi e costretta a salpare per l’Ovest, il dolore non spense in lei la forza: anzi, la trasformò in compassione, anche e soprattutto verso gli Uomini che vivevano nella Terra di Mezzo, a cui, forse, aveva intuito sarebbe toccato guidare il mondo nelle successive ere.
Fu infatti Galadriel a sollevare le nebbie salvifiche nella battaglia del Campo di Celebrant, aiutando gli Uomini di Eorl e di Gondor. E fu grazie al suo volere che, nel 2941, il Consiglio Bianco si mosse per scacciare Sauron da Dol Guldur.
E così, quando infine Aragorn giunse nei boschi di Lórien, Galadriel lo accolse come un principe, e non come un viandante. Ella comprese che la sua ora stava giungendo, e che presto il tempo degli Eldar sarebbe finito.

Quando la Compagnia dell’Anello giunse finalmente a Caras Galadhon, il 17 gennaio dell’anno 3019 della Terza Era, Galadriel e Celeborn conoscevano già i loro ospiti. Sul grande talan illuminato dalle lanterne dorate, ciascun membro della Compagnia fu accolto per nome. Solo uno mancava: Gandalf il Grigio. Alla notizia della sua caduta nelle Miniere di Moria, Galadriel tacque, e nei suoi occhi si rifletté un dolore antico, profondo come il tempo. Celeborn biasimò la scelta di passare per Khazad-dûm, ma la Signora mostrò pietà e comprensione, persino verso Gimli, il Nano che, inchinandosi davanti a lei, le guadagnò la benevolenza e un legame che avrebbe unito per sempre le loro stirpi, così come l’amicizia che stava maturando per Legolas. Poi, guardando nei cuori dei viandanti, lesse in ciascuno timore e speranza — e tutti sentirono di essere visti fino al profondo dell’anima.
Un mese più tardi, la sera del 15 febbraio, Frodo e Sam seguirono Galadriel in un giardino silenzioso, dove ella mostrò loro uno specchio d’acqua argentea. In esso scorrevano immagini del passato e del futuro, delle cose che erano e di quelle che forse sarebbero state. Frodo vide l’Occhio di Sauron e tremò, ma Galadriel gli parlò con voce ferma: ella conosceva bene quella presenza, poiché anche Sauron cercava di scrutare nella sua mente.
Fu allora che, grazie alla sua natura di Portatore, Frodo vide brillare al dito di Galadriel Nenya, l’Anello di Diamante, simbolo della purezza e del potere di conservare senza corrompere. Gli rivelò che la forza di quell’anello sarebbe svanita quando l’Unico fosse distrutto, e che allora anche Lórien sarebbe destinata a dissolversi. Frodo, mosso da compassione e timore, le offrì l’Anello.

Galadriel rise, ma la sua voce era intrisa di tristezza. «Non nego — disse — che il mio cuore abbia a lungo desiderato ciò che tu mi offri.» Per un istante, la potenza che era in lei parve manifestarsi intera: la terra tremò, Nenya scintillò come una stella, e Galadriel apparve terribile e maestosa, alta come una regina delle ere passate.
“E ora infine giunge a me. Tu mi daresti l’Anello di tua iniziativa! Al posto dell’Oscuro Signore vuoi mettere una Regina. E io non sarò oscura, ma bella e terribile come la Mattina e la Notte! Splendida come il Mare e il Sole e la Neve sulla Montagna! Temuta come i Fulmini e la Tempesta! Più forte delle fondamenta della terra. Tutti mi ameranno, disperandosi!”
JRR Tolkien, Il Signore degli Anelli, “Lo Specchio di Galadriel”
Ma questo era il momento della sua prova, a lungo atteso. E rifiutando il destino a cui il potere dell’Anello l’avrebbe condotta, Galadriel rifiutò: la luce si spense, e il sorriso tornò sulle sue labbra. “Ho superato la prova. Perderò i poteri, e andrò verso l’Ovest, e rimarrò Galadriel”. In quel momento, la rinuncia divenne redenzione. L’orgoglio che l’aveva condotta via da Valinor trovò pace, e il bando dei Valar fu sciolto.
Il mattino seguente, la Compagnia fu convocata per la partenza. Galadriel li congedò con parole di conforto e doni di grande valore: mantelli elfici, lembas, e oggetti scelti per ciascuno, simboli del destino che li attendeva.
Ad Aragorn consegnò l’Elessar, la gemma verde della speranza, dono di Arwen e presagio delle nozze future. A Gimli, dopo che egli l’aveva elogiata come la più bella tra le figlie di Ilúvatar, ella donò tre fili d’oro dei suoi capelli, in memoria dell’antico rifiuto opposto a Fëanor. A Frodo, ultimo fra tutti, porse una fiala di cristallo contenente la luce di Eärendil, la stella del mattino, dicendogli che in essa avrebbe trovato la forza anche nelle tenebre più profonde.
Quando la Compagnia prese il largo lungo l’Anduin, la videro per l’ultima volta: una figura bianca e splendente, le braccia alzate in segno di benedizione, la voce che cantava in lingua elfica un addio alla Terra di Mezzo e un saluto a Eldamar, la patria lontana.
La Fine dell’Ombra e il tramonto della Terza Era
Non molto tempo dopo, Gandalf il Bianco, rinato dalla lotta contro il Balrog, fu portato a Lórien da Gwaihir, inviato da Galadriel stessa. Ella lo accolse e lo guarì, e prima della sua partenza gli affidò parole profetiche per Aragorn, Legolas e Gimli.
Ma la guerra non risparmiò il suo reame: tra l’11 e il 18 marzo, Dol Guldur mosse tre assalti contro Lórien. Nessuno ebbe la meglio. Dopo la caduta di Barad-dûr, Celeborn guidò un esercito attraverso l’Anduin e iniziò la distruzione della fortezza del Nemico. Fu Galadriel, infine, a gettare giù le mura di Dol Guldur, e a spalancare i suoi abissi, purificando con la luce ciò che per secoli era stato corrotto dall’Ombra.
Galadriel e Celeborn parteciparono alle nozze di Aragorn e Arwen, e subito dopo si unirono al corteo funebre di Re Théoden, accompagnando il suo corpo fino a Edoras. E si dice che, a causa della loro presenza e di quella di Elrond Mezzelfo Dopo le cerimonie nella Sala Dorata, ripresero il viaggio verso nord insieme ad altri compagni e si fermarono a Isengard, dove incontrarono Barbalbero. L’Ent raccontò loro di aver liberato Saruman, e con rammarico confessò che non li avrebbe più rivisti. Celeborn, incerto, rimase in silenzio, ma Galadriel gli rispose che per lei quella sarebbe stata davvero l’ultima volta. Salutò l’Ent con parole enigmatiche — come se già vedesse oltre il tempo, quando il mondo sarà ricostruito: “Non nella Terra di Mezzo, non prima che le terre sommerse dalle acque emergano nuovamente. Allora forse nei boschi di salici del Tasarinan c’incontreremo un giorno di Primavera. Addio!”.
Poco dopo incontrarono Saruman stesso, che, consumato dall’odio e dall’amarezza, la accusò di aver sempre disprezzato il suo potere. ”Ora” le disse “troverò conforto sapendo che anche il tuo reame è perduto come il mio.” Ma Galadriel non rispose.

Due anni più tardi, il 22 settembre del 3021, Frodo e Sam incontrarono nei confini dello Shire una Compagnia Errante: tra loro c’erano Elrond, Bilbo e Galadriel, che portava ancora Nenya al dito, e la cui figura brillava come la luna. Frodo comprese allora che il suo tempo nella Terra di Mezzo era finito, e decise di partire con loro. Il 29 settembre raggiunsero i Porti Grigi, e da lì salparono verso Ovest, ponendo fine alla Terza Era.
In tempi successivi, quando la pace tornò nelle terre degli uomini, Celeborn attraversò il Mare per raggiungere la sua sposa. Molto più tardi, nel 120 della Quarta Era, si narra che Gimli stesso fu ammesso nelle Terre Imperiture — unico dei Nani — per rivedere ancora una volta la Signora di Lórien. E si dice che fu grazie all’intercessione di lei che gli venne concesso quel dono.
Galadriel: Rinuncia e Redenzione
Così si chiude la storia di Galadriel, l’ultima grande tra gli Eldar rimasti in Terra di Mezzo. In lei si compie il destino di tutta la stirpe dei Noldor, o quantomeno di coloro che, tra di essi, hanno saputo comprendere il proprio posto nel mondo: la discesa dall’orgoglio alla saggezza, dalla sete di potere al dono di sé. Partita da Aman anche per desiderio di dominio, attraversò le Ere fino a comprendere che la vera grandezza non è nel possedere, ma nel conservare. E, quando il proprio ruolo è esaurito, saper rinunciare.
Quando rifiutò l’Unico Anello, non solo resistette alla tentazione di diventare regina del mondo: scelse consapevolmente di accettare la fine della propria epoca. La sua rinuncia fu accettazione dell’ordine del creato, non sottomissione; fu l’uso pieno e libero del proprio volere per compiere ciò che era giusto.
Per questo Tolkien la presenta come immagine di redenzione compiuta — l’anti-Fëanor, colei che restituisce al mondo ciò che un tempo era stato rubato. Se Melkor e Sauron avevano scelto di legarsi alle cose del mondo fino a esserne distrutti, Galadriel riconobbe che nulla, nemmeno la luce di Lórien, poteva essere trattenuto per sempre. La sua partenza sul mare non è abbandono del mondo, ma ritorno: ritorno all’armonia perduta, al principio primo, a Eru.
Come ha scritto Verlyn Flieger, la rinuncia in Tolkien non è perdita, ma rivelazione di un disegno più grande. E per Galadriel, la salvezza era la capacità di riconoscere il proprio posto in quel disegno: passare la prova, e accettare se stessi, rimanendo Galadriel.
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