L'Elmo di Drago del Dor-lómin, di Elena Kukanova

Dor-lómin, 464 P.E. – Cabed-en-Aras, 499 P.E.

 

“Aveva i capelli scuri come sua madre e prometteva di somigliarle anche d’indole: non era allegro e parlava poco, sebbene avesse imparato presto a farlo, e in ogni suo gesto pareva più vecchio dei suoi anni. Túrin era lento a dimenticare l’ingiustizia o la derisione, ma dentro di lui ardeva anche il fuoco del padre, e poteva essere improvviso e impetuoso.
Eppure era pronto alla pietà, e le ferite o la tristezza degli esseri viventi potevano commuoverlo fino alle lacrime.”
JRR Tolkien, I Figli di Húrin, “L’infanzia di Túrin”

 

Un giovane Túrin, di Sara M. Morello
Un giovane Túrindi Sara M. Morello

Figlio di Húrin il Tenace e di Morwen Eledhwen, l’epopea di Túrin è tra le più grandi e le più tragiche tra quelle degli Uomini della Prima Era, e probabilmente di tutti i figli di Ilúvatar. La sua vita, segnata dalla maledizione di Morgoth, e dal lungo confronto con Glaurung il Verme, divenne una delle leggende più cupe del Beleriand: il Narn i Chîn Húrin, Il Racconto dei Figli di Húrin.

In essa Túrin rappresenta la figura centrale, capace di sviluppare uno dei motivi che più di frequente affiora nelle antiche cronache, quello dell’eterna tensione tra Destino e Libero Arbitrio. Ed egli costituisce, forse più di ogni altro, il personaggio che maggiormente tentò di opporsi con la propria forza di volontà a un fato che altri avevano scritto per lui, e che proprio per questo diventa strumento del destino stesso.

 

Le origini

Fin dalla nascita, Túrin portava in sé un duplice retaggio: la fierezza del padre Húrin Thalion, discendente dalla stirpe di Hador, e la malinconia silenziosa della madre Morwen Eledhwen, figlia di Baragund della Casa di Bëor. Aveva i capelli scuri come lei e lo stesso animo introverso e riflessivo: non era allegro e parlava poco, sebbene avesse imparato presto a parlare, e in ogni suo gesto sembrava più vecchio dei suoi anni.
Era lento a dimenticare l’ingiustizia o la derisione, e nel suo cuore ardeva il fuoco del padre, che poteva innescarsi all’improvviso in furia o coraggio. Eppure era capace di profonda pietà: il dolore e la tristezza delle creature viventi potevano commuoverlo fino alle lacrime.

 

Nel Dor-lómin, Túrin ebbe una sorella minore, Urwen, chiamata affettuosamente Lalaith, “la Ridente”. Ma la bambina morì presto, colpita dall’Alito Nero che sin dalla Dagor Bragollach si estendeva da Nord: e lei fu la prima perdita, il primo segno del destino oscuro che incombeva sulla casa di Hador.

Dopo la cattura di Húrin nella Nirnaeth Arnoediad Morwen nascose il figlio per proteggerlo dagli uomini dell’Est, inviati da Morgoth a opprimere l’Hithlum come premio per il tradimento da loro compiuto. Temendo che venisse ucciso o ridotto in schiavitù, lo crebbe in segreto, nascondendo la loro progenitura, con la sola compagnia del vecchio servo Sador, che gli insegnò molte cose e gli intagliava piccoli doni di legno.

 

Túrin nel Doriathdi Marya Filatova

Quando Túrin compì nove anni, Morwen prese la decisione più dolorosa: lo affidò a due fedeli servitori, Gethron e Grithnir, perché lo scortassero nel Doriath, nel reame di Thingol e Melian, dove sarebbe stato al sicuro. Poco dopo la loro partenza nacque Nienor, la seconda figlia di Morwen, che Túrin non avrebbe mai conosciuto.

Il viaggio fu lungo e terribile: fame, freddo e paura li accompagnarono fin quasi ai confini del reame elfico, dove furono infine soccorsi da Beleg Cúthalion, tra i principali guerrieri del Re. Nel Doriath, Túrin fu accolto da Thingol come un figlio, perché Húrin era onorato fra gli Elfi come il più valoroso tra gli uomini: le storie del suo eroismo – e la leggenda secondo la quale egli ancora sfidava Morgoth dall’alto del Thangorodrim – avevano infatti raggiunto Menegroth.

Ma Melian, che vedeva oltre il tempo, tacque a lungo dopo averlo guardato: sapeva che su quel bambino gravava un’ombra che nessuna protezione elfica avrebbe potuto dissolvere.

 

Doriath: l’ombra e l’onore

Túrin chiede congedo da Thingol e Melian, di Anke Eißmann
Túrin chiede congedo da Thingol e Meliandi Anke Eißmann

A Doriath, Túrin crebbe sotto la protezione del re Thingol e della regina Melian. Lì imparò le arti degli Elfi: la caccia, la foresta, l’arco e la spada; e apprese il linguaggio Sindarin con una naturalezza che stupiva persino i sapienti di corte. Ma nel suo cuore non trovò mai pace.

 

Amava il silenzio dei boschi e la compagnia di Beleg, che divenne per lui un amico fraterno.

 

Quando la sua giovinezza volse alla maturità, chiese al re il permesso di unirsi a Beleg nelle marce del Nord, per combattere gli Orchi di Morgoth. Thingol acconsentì, e la madre gli mandò in dono l’Elmo-di-Drago del Dor-lómin, antico cimelio della sua casata: un elmo forgiato dai Nani per il signore Azaghâl di Belegost, decorato con la figura di un drago d’oro, che passò a vari signori Elfici prima di giungere nell’Hithlum tra i tesori della Casa di Hador. Húrin lo aveva portato in battaglia contro gli eserciti dell’Oscuro Signore, e ora Túrin ne ereditava la gloria e il peso.

 

Il salto fatale di Saeros, di Ted Nasmith
Il salto fatale di Saerosdi Ted Nasmith

Sotto quell’elmo, il suo volto sembrava inaccessibile alla paura, e i nemici fuggivano alla sola vista di quel simbolo: gli Orchi lo chiamavano Gorthol, “Elmo del Terrore”. Ma un giorno, al suo ritorno nel Doriath, una lite con Saeros, consigliere del re, sfociò in tragedia: provocato e umiliato, Túrin reagì con violenza e causò accidentalmente la morte dell’elfo.

 

Invece di attendere il giudizio del Re, fuggì nella foresta — convinto d’essere ormai un fuorilegge. Da quel momento assunse il nome di Neithan, “l’Offeso”, e si unì a una banda di uomini senza patria.

 

 

Dor-Cúarthol: il tempo degli eroi

Nei boschi di Brethil, Túrin visse come un cacciatore d’Orchi, insieme ai suoi compagni. E quando l’amico Beleg ottenne da Thingol il permesso di cercarlo, lo trovò fra gli esuli. Ma Túrin, pieno di vergogna, rifiutò di tornare.
Per un tempo combatterono insieme, stabilendosi sul colle di Amon Rûdh, ove fino ad allora dimorava il nanerottolo Mîm, che li aveva accolti a malincuore. Ricordando i tempi in cui erano i Nani a dominare il Beleriand, giurò di obbedire ai fuorilegge, ma covava nel suo cuore la vendetta.

 

La Terra di Arco ed Elmo, di Elena Kukanova
La Terra di Arco ed Elmodi Elena Kukanova

Da quel rifugio nacque Dor-Cúarthol, la “Terra dell’Arco e dell’Elmo”: per breve tempo, la speranza tornò a brillare nel Beleriand, perché si diffuse la voce che un drappello di valorosi continuava a sconfiggere le truppe di Angband che si aggiravano lungo la valle del Sirion. Ed Elfi e Uomini ricordarono cosa significava resistere.

Ma il male non dormiva. Traditi da Mîm, che ne rivelò il rifugio, gli uomini di Túrin furono sterminati, e lui stesso catturato.
Beleg si lanciò al loro inseguimento, con l’obiettivo di salvarlo, non sapendo che nel frattempo Túrin era già riuscito a liberarsi con l’aiuto dell’elfo Gwindor, prigioniero fuggito da Angband dopo essere stato catturato nella Nirnaeth – fu lui, si ricorda, a lanciare un’incauta sortita quando vide suo fratello Gelmir ucciso dagli Orchi all’inizio della battaglia.

 

Túrin disperato per la morte di Beleg, di Denis Gordeev
Túrin disperato per la morte di Belegdi Denis Gordeev

Così Beleg raggiunse Túrin e Gwindor. Ma nel buio del bosco, sorpreso mentre dormiva, Túrin si destò in preda al terrore e uccise per errore il suo amico Beleg, usando la stessa spada che questi aveva portato con sé: Anglachel, forgiata da Eöl l’Elfo Scuro tra i boschi di Nan Elmoth.

 

Quando comprese l’orrore compiuto, Túrin cadde in un profondo torpore, e al suo risveglio, alle Sorgenti di Ivrin, pianse come un bambino. E come alcuni raccontano, da quel momento il destino maledetto della Casa di Hador cominciò a manifestarsi.

 

Nargothrond: l’orgoglio e l’errore

Guidato da Gwindor, Túrin giunse infine al regno sotterraneo di Nargothrond, dove nascose il proprio nome e si fece chiamare Agarwaen, “il Macchiato di Sangue”. Lì fece riforgiare Anglachel, che chiamò Gurthang, “Ferro di Morte”, e la usò con valore contro le forze di Morgoth.

La principessa Finduilas, figlia del re Orodreth, s’innamorò di lui. Il suo amore era puro e limpido, ma Túrin la respinse, temendo di tradire l’amicizia del suo compagno Gwindor, che pure era infatuato della principessa. Finduilas, però, continuò a credere che il guerriero ombroso che chiamava Thurin, “il Segreto”, fosse destinato a una grande prova: e quando egli la lasciò, la sua voce rimase come un’eco nel suo cuore.

 

Túrin il silente, di Jay Johnstone
Túrin il silentedi Jay Johnstone

Il suo coraggio e la sua potenza lo resero presto un capo tra gli Elfi: consigliò Orodreth di abbandonare la prudenza e di affrontare il nemico apertamente, facendo costruire un grande ponte di pietra davanti alle porte di Nargothrond, dichiarando apertamente la propria sfida all’Oscuro Signore.

Ma come spesso accadde nella sua vita, il suo orgoglio mutò in hybris, e il destino lo raggiunse sulle spalle di colui che divenne il suo più grande nemico: Glaurung il Verme, Padre di Draghi, comandante dell’esercito di Morgoth, che si presentò davanti alle porte di Tumhalad con una grande armata, sfidando le forze del Nargothrond.

 

La battaglia che seguì fu un disastro: gli elfi furono schiantati, Orodreth ucciso e Finduilas trascinata via in catene, mentre chiamava il nome di Túrin.

 

Il Sacco di Nargothrond, di Donato Giancola
Il Sacco di Nargothronddi Donato Giancola

Ed egli la udì, ma non potè intervenire. Perché Glaurung non era solo la più possente bestia presente sulla terra, né solo in guerra adoprava la propria nequizia. La sua vera forza risiedeva nella propria voce, in cui Morgoth aveva infuso la sua crudeltà, e nello sguardo il suo odio per i Figli di Ilúvatar. Ed egli fissò Túrin così intensamente da immobilizzarlo, e con le sue parole seminò la menzogna nel suo cuore, istillando il dubbio che la madre e la sorella fossero in pericolo a Dor-lómin, mentre Finduilas veniva trascinata via in catene. Ed ecco, rappresentata dal Grande Verme, la vera forza del male: non la crudeltà, non la morte, ma il potere di piegare la volontà, di deviare il bene con la menzogna.

 

Così Túrin, di fronte alla scelta, credette che il proprio destino fosse innanzitutto quello di proteggere la propria famiglia. E così, svegliatosi molte ore dopo, abbandonò Finduilas e corse verso casa, ignaro che Morwen e Nienor erano salve nel Doriath, e che Finduilas lo stava chiamando invano verso la morte. Nulla si seppe di lei per un certo periodo, ma poi il suo destino fu ricostruito: quando gli Orchi furono assaliti dagli Haladin di Brethil ai guadi del Teiglin, uccisero tutti i loro prigionieri, inchiodando Finduilas a un albero con una lancia.

E gli Haladin seppellirono la fanciulla, di cui ignoravano l’identità, in un tumulo che chiamarono Haudh-en-Elleth, “Il Tumulo della Fanciulla Elfica.”

 

Brethil: il nome del destino

Túrin, di Jan Pospisil
Túrindi Jan Pospisil

Tornato a Dor-lómin, Túrin trovò solo rovine e dolore, e nessuna traccia della madre e della sorella. Uccise il signore orientale Brodda, che aveva usurpato le terre di Húrin, e con ciò condannò a morte anche la nobile Aerin, che lo aveva aiutato e che aveva permesso la fuga di Morwen e Nienor.

Resosi conto dell’inganno del Drago, tentò poi di ritrovare Finduilas, ma giunse troppo tardi: era stata uccisa dagli Orchi di Morgoth, ed egli ritrovo solo il tumulo eretto dai boscaioli del Brethil. Lì Túrin cadde in ginocchio e giurò che non sarebbe stato più schiavo del destino. E si diede un nuovo nome: Turambar, “Signore del Fato”.

 

Túrin trova Nienor, di Denis Gordeev
Túrin trova Nienordi Denis Gordeev

Per un breve tempo visse in pace fra la gente di Brethil, temuto ma tollerato dal loro capo Brandir. Un giorno, durante una battuta sui confini della foresta, salvò una giovane donna priva di memoria, che chiamò Níniel — “Lacrima” — e la prese in moglie. Ciò che egli non sapeva era che Níniel altri non era che Nienor, sua sorella, che Glaurung aveva privato dei ricordi. La primavera successiva la ragazza rimase incinta, non sapendo che il figlio che portava in grembo era del suo stesso fratello.

 

Ma proprio in quel torno di tempo, Glaurung aveva rivolto la sua attenzione agli Uomini del Brethil, dal momento che le genti di Bëor erano consunte e disperse, e il popolo di Hador era schiavo nel Dor-Lómin. E così si diresse verso la foresta, con l’intenzione di raderla al suolo e scacciarne gli abitanti in altre terre, ove sarebbe stato più semplice dividerli e dominarli.

 

Ma quando Túrin ricevette notizia del suo arrivo, comprese che il giorno che egli attendeva era arrivato. Portando con sé due compagni, di cui uno si dimostrò fedifrago e li abbandonò al cospetto del Drago, Túrin studiò un piano per cogliere il verme di sorpresa. E si nascose poco sotto la grande fenditura di Cabed-en-Aras, attendendo il momento in cui il Drago, attraversandola, avrebbe esposto il proprio ventre.

E quando l’enorme mole gli fu sopra, Túrin estrasse Gurthang e la conficcò a fondo nelle molli viscere del Drago, che cadde sulle rocce sottostanti. Ma prima di morire, conficcò nuovamente il proprio sguardo negli occhi di Túrin che, riconoscendo la verità al di là delle menzogne in cui era caduto, cadde svenuto.

 

La morte di Glaurung, di John Howe
La morte di Glaurungdi John Howe

Fu allora che sopraggiunse Níniel, che preoccupata per lui era giunta fino alla Cabed-en-Aras, distanziando lo zoppo Brandir che cercava invano di inseguirla. E, trovatasi che fu di fronte al Drago, quest’ultimo aprì un grande occhio, e si rivolse a lei: “Salute, Nienor figlia di Húrin. Ecco che ci si rivede prima della fine. Ti do la bella notizia che hai finalmente trovato tuo fratello. E ora saprai chi è: uno che colpisce al buio, proditorio con i nemici, infedele con gli amici, e una maledizione per il suo stesso sangue, tale è Túrin figlio di Húrin! Ma la peggiore delle sue imprese la sperimenterai su te stessa”.

E così il velo della menzogna cadde anche dagli occhi di lei, lacerata dall’amore per l’uomo e dal sacrilegio che insieme avevano compiuto. E così, salutando un’ultima volta il fratello – “Addio, due volte amato! A Túrin Turambar turun ambartanen: dominatore della sor-te dominato dalla sorte! Felice tu che sei morto!” – si gettò nel Teiglin, e nessuno seppe dove le sue fredde acque l’avessero condotta.

 

Non passò molto che Túrin si riscosse, e non trovando Níniel, si recò nuovamente dagli Haladin. E qui Brandir rivelò tutto ciò che aveva saputo dalla voce del Drago, e altro che aveva intuito. E in un’ultima ribellione al proprio fato, Turambar lo uccise, fuggendo via gridando che non erano altro che menzogne.

Ma poco lontano, ecco un drappello di Elfi del Doriath guidati da Mablung, giunti alla ricerca di Nienor e attirati dall’agonia del Drago. Furono loro a rivelare a Túrin che quanto detto da Brandir corrispondeva a verità: che sua sorella era viva ma fuggita dal Doriath verso Nord, in preda a un incantesimo di confusione e oblio, e che loro stessi si aspettavano di trovarla nella Foresta.

 

La maledizione del Drago, di John Howe
La maledizione del Dragodi John Howe

E così l’ultima verità affiorò definitivamente alla mente di Túrin, e seppe ciò che era accaduto a sé, ai propri amati e alla propria sorella. Così maledisse la propria vita e, corso lungo le sponde del Teiglin, conficcò Gurthang nel terreno, chiedendole di prendere la sua vita dopo le molte che avevano preso assieme. E Gurthang rispose, con una voce fredda con il metallo: “Ma certo, berrò volentieri il tuo sangue, sì da poter dimenticare quello di Beleg mio signore, e il sangue di Brandir ingiustamente ucciso. Ti spaccerò in quattro e quattr’otto”.

E senza dire altro, Túrin si lasciò cadere su di essa. E trovò pace nel silenzio del suo stesso strumento.

 

Mablung e gli Elfi giunti insieme a lui, con l’aiuto degli Haladin, edificarono un tumulo sul suo corpo, accanto a quella di Finduilas. E qui scrissero in rune di Doriath:

 

TÚRIN TURAMBAR DAGNIR GLAURUNGA
Túrin Turambar, Signore del Fato, rovina di Glaurung.

E sotto, in memoria della sorella perduta:
NIENOR NÍNIEL.

 

Non molto tempo dopo, due figure si riunirono di fronte ad esso: Morwen Eledhwen, ivi giunta alla ricerca dei figli, e Húrin Thalion, liberato dal giogo di Morgoth per scopi che saranno altrove approfonditi. E insieme salutarono i propri figli, prima che anche lei spirasse al tramonto.

 

Il destino: colpa e redenzione

Così si chiude la storia di Túrin, il più grande fra gli uomini di Dor-lómin e il più infelice fra gli eroi.
La sua vita, dal principio alla fine, fu una lotta contro la maledizione di Morgoth, ma anche contro se stesso: ogni suo gesto, pur nobile o coraggioso, generava dolore; ogni vittoria portava con sé una perdita, come se l’ombra che lo inseguiva trovasse forza proprio nella sua grandezza.

In lui, nelle sue gesta, è posta la domanda cruciale di tutte le antiche cronache: può l’uomo sfuggire al proprio destino, o la libertà stessa è parte del suo compimento?
Túrin volle essere libero, e per affermare quella libertà negò l’esistenza di forze a lui superiori; ma la sua ribellione — oscurata dal male — non fece che stringerlo più saldamente alla catena del fato.
Ogni atto di rivolta divenne un passo verso la sua rovina, e quando infine vendicò ogni torto, non gli restò che il silenzio: la vendetta consumata, la volontà esaurita, un suicidio finale.

In quell’ultimo gesto, quando impugnò la sua spada per chiedere perdono a sé stesso e agli dèi, Túrin conobbe forse la verità: che solo nella rinuncia la libertà si compie pienamente. Nel suo nome finale, Turambar, “Signore del Fato”, c’è tutta la sua illusione e tutto il suo dolore: perché nessuno, nemmeno l’eroe più grande, può dominare ciò che nasce nel cuore degli dèi.

Túrin è la tragedia della libertà assoluta che si trasforma in prigionia. Nel suo coraggio vive la grandezza degli Edain; nel suo orgoglio, il rischio di tutta la loro stirpe, così prossima al disastro quando contaminata dalla hybris. Eppure, nella pietà che a tratti lo attraversa — nel pianto per la sorella, nell’amore per Beleg, nel dolore per Finduilas — rimane la scintilla che nessuna maledizione può spegnere: la capacità di chiedere perdono per le proprie colpe, volute e non volute.

Come un’eco finale, il suo racconto si chiude con un passaggio di eredità: dopo Túrin verrà Tuor, il portatore di speranza.
Così si chiude l’epoca degli eroi solitari, e comincia quella degli uomini che guardano al mare.

 

Ma la leggenda non termina qui. Tra gli Uomini, si dice infatti che un giorno, passate che saranno molte ere del Mondo, e i Valar diventeranno nient’altro che una lontana eco sul mondo, Morgoth riuscirà a fuggire dalle porte della Notte e a tornare in Arda, per reclamarne la signoria.

E in quel tempo le forze dei Valar e di Morgoth si scontreranno ancora una volta, e Dagor Dagorath segnerà la fine del mondo, e un nuovo inizio. Si dice dunque che quando la speranza dei Figli di Ilúvatar vacillerà, una figura di nero ammantata si leverà dalle Aule di Mandos, brandendo una spada dal nero filo, e si presenterà sul campo di battaglia accanto a Tulkas ed Eönwë, come campione dei Valar.

E quel giorno sul Campo di Dagorath Túrin Turambar sfiderà Melkor a duello, reclamando vendetta per i figli di Húrin e tutti i Secondinati.

 

 

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