Nogrod, c.a. 260 P.E. – Perduto nella rovina del Beleriand (?)
Acciaio grigio lucente, adorno d’oro,
forgiato dai maestri e inciso di rune,
di forza e vittoria, su cui sedeva un potere
che difendeva da ferite e morte colui che lo portava.
Chi lo portava in battaglia, splendente e terribile,
drago dalla cresta d’oro, ispirava terrore nei cuori nemici.
JRR Tolkien, I Figli di Húrin, “L’infanzia di Túrin
Nei giorni antichi della Prima Era, nelle profondità delle città dei Nani sui Monti Azzurri, fu forgiato l’elmo di drago , detto anche elmo di Hador, che divenne poi un glorioso cimelio della stirpe degli Edain.

Fu il grande artefice Telchar di Nogrod, grande fra i fabbri dei Nani, a darne la forma, scegliendo di ritrarre sulla sua punta un drago in procinto di attaccare. È questa la ragione per cui possiamo supporre che l’Elmo sia stato forgiato dopo il 260 della Prima Era, quando Glaurung, ancora giovane e vulnerabile, compì le sue prime sortire da Angband verso Sud.
Nessuna mano elfica avrebbe potuto reggerlo a lungo, tanto era grave il suo peso. E persino gli uomini lo trovavano massiccio e temibile, e solo pochi fra i discendenti di Hador ebbero la forza di portarlo senza piegarsi.
Si racconta che sulla visiera e sulla nuca fossero state incise rune di vittoria, e molti dicevano che su di esse dimorasse un potere che respingeva le ferite e faceva tremare i cuori nemici; e che il suono dell’acciaio, quando il guerriero lo indossava, fosse come il ruggito d’un drago nel vento del nord. Una tradizione vuole che l’elmo fosse incantato, e che proteggesse il suo portatore da ferite o dolore. Ma se ciò fosse vero, ci spingerebbe a chiederci quale incantamento fosse in grado di conferire a un’arma un artigiano nanico, il cui rapporto con quella che chiamiamo magia era molto diverso da quello degli Eldar. Riteniamo dunque più probabile che, più che di magia, bisognerebbe parlare di tecnologia, vale a dire della capacità dei Nani, e di Telchar in particolare, di creare manufatti così perfetti e resistenti da apparire invulnerabili.

L’elmo fu dapprima destinato al signore nano Azaghâl di Belegost, che in segno di gratitudine lo donò a Maedhros, dopo che questi aveva salvato la sua vita e il suo tesoro da un’imboscata di Orchi lungo la via dei Nani. Maedhros, a sua volta, lo diede al cugino Fingon per celebrare la sortita che egli compì con i suoi arcieri a cavallo per scacciare il drago da Ard-Galen.
E quando Fingolfin infeudò Hador Lórindol come signore di Dor-lómin, Fingon gli offrì l’elmo in dono d’onore e di signoria. Così il destino dell’elmo si legò a quello degli Uomini di Hador, e il suo splendore divenne segno della loro stirpe.
Molte furono le battaglie in cui Hador e il figlio Galdor lo portarono; e quando i loro guerrieri scorgevano, sopra la calca della mischia, la cresta dorata del drago, indossata dai loro alti signori, si diceva che nessuna paura potesse vincerli.
Sfortuna volle però che Galdor non lo indossasse quando, sette anni dopo la Dagor Bragollach, una grande schiera di Orchi assalì Eithel Sirion. E là Galdor trovò la morte, trafitto da una freccia.
Il figlio Húrin ne divenne custode, ma lo portò di rado. Figlio di Haleth degli Haladin, portava in sé alcune delle caratteristiche di questo popolo: era infatti più basso del padre, e troppo fiero per celare il volto sotto un simbolo così pesante. Perciò l’Elmo rimase tra gli averi della casata anche dopo la Nirnaeth Arnoediad e la cattura di Húrin, perché sua moglie Morwen Eledhwen lo nascose e, temendo che andasse perduto, lo inviò al Re Thingol del Doriath.
Il sovrano lo ricevette con solennità e lo conservò fra i tesori del reame finché giunse il tempo in cui Túrin, figlio di Húrin, raggiunse la sua corte, ove crebbe quasi come figlio adottivo del Re e di Melian. E quando giunse alla maturità, sempre più spesso si univa alle guardie e ai cacciatori del Doriath nella lotta contro i servi di Morgoth.
Quando il giovane guerriero partì per combattere nelle marce del Nord, chiese che l’elmo gli fosse restituito, e Thingol glielo consegnò in segno di fiducia e di onore. Allora l’Elmo-di-drago tornò a brillare e a infondere il terrore nei nemici, e molti credettero che lo stesso Húrin fosse ritornato da Thangorodrim in cerca di vendetta.
Più tardi, quando Túrin fuggì da Doriath, l’elmo rimase per un tempo custodito a corte; ma il fedele Beleg Cúthalion, partendo alla ricerca dell’amico, lo prese con sé e glielo restituì sul colle di Amon Rûdh. Da quel giorno, i due compagni furono conosciuti come l’Arco e l’Elmo, e la terra che difesero venne chiamata Dor-Cúarthol, la Terra dell’Arco e dell’Elmo.
Sotto quel cimiero dorato, Túrin parve invincibile: i nemici lo temevano e gli amici lo salutavano come Gorthol, “l’Elmo del Terrore”. Eppure, come ogni dono troppo grande, anche l’elmo recava in sé il segno del destino: ciò che proteggeva dal ferro, non poteva proteggere dal fato.

Dopo la caduta di Bar-en-Danwedh, dell’Elmo si perdono le tracce. Ma vi sono racconti che parlano di come Túrin lo portò con sé a Nargothrond, ma rifiutasse di indossarlo fino a quando le tattiche belliche rimasero legate alla guerriglia e alla segretezza. Ma quando l’orgoglio crebbe in lui e negli Eldar, anche le modalità di combattimento cambiarono. E così si dice che Túrin lo portasse ancora alla battaglia di Tumhalad, e che l’elmo lo avesse inizialmente preservato dall’incantamento di Glaurung. Al che il Verme, vedendo la propria effigie sul capo dell’uomo, cercò di piegarlo dicendo che, portando la sua immagine, egli gli apparteneva come vassallo. Ma Túrin, nella sua fierezza, volle rispondere da pari a questa provocazione. Così sollevò la visiera per guardarlo negli occhi — e in quel gesto si compì l’inganno del Drago: come sappiamo, infatti, lo sguardo di Glaurung lo immobilizzò per il tempo sufficiente a completare la strage degli abitanti e di catturarne in gran numero, tra cui Finduilas la bella, figlia di Re Orodreth.
Alcuni scritti raccontano che Morwen, udendo che il misterioso guerriero chiamato Mormegil portava con sé l’Elmo-di-drago, comprese allora che si trattava del proprio figlio e da queste notizie fu spinta a muoversi verso il Brethil, ove infine si ricongiunse con Húrin per l’ultimo saluto.
Se Túrin indossasse o meno l’Elmo-di-Drago durante la tenzone finale con Glaurung a Cabed-en-Aras, nessuno può dirlo con certezza. Tuttavia, le fonti ritengono che così non fosse, e che in quel torno di tempo l’elmo non si trovava nel Brethil, o se vi era conservato non era indossato da Túrin in un’epoca di scontri furtivi tra i boschi e non di battaglie campali.
Quale che sia la storia, l’Elmo-di-drago giunse infine agli Haladin, che lo recuperarono e lo restituirono al vecchio Húrin, quando passò dal Brethil, in modo che il cimelio tornasse ai membri della sua casata.
Di ciò che fu dell’Elmo dopo questi eventi, nessuno lo sa. E rimane l’immagine di un monile capace di accompagnare la leggenda di un uomo come Túrin Turambar, Signore della Sorte dalla Sorte dominato. Come se l’Elmo-di-drago capace di proteggerlo da ogni ferita, non fosse in grado di farlo per quelle di cui egli stesso era cagione.
Il simbolo più adatto a rappresentare un guerriero che nessuna lama poteva ferire, ma che nessun potere poteva salvare.




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