Vi sono regni che si costruiscono e regni che si sognano. Doriath fu un sogno tenuto in piedi per un’intera Era: l’illusione, lungamente riuscita, che la bellezza potesse essere recintata, che esistesse un angolo del mondo in cui il dolore non avrebbe avuto diritto di entrare. Per quasi tutta la storia del Beleriand quel sogno resse. Le guerre ardevano a settentrione, i regni dei Noldor si spezzavano uno dopo l’altro, le pianure si coprivano di cenere. E nel cuore della terra, sotto le foreste più antiche, il Re degli Elfi Grigi e una regina venuta da oltre il mondo continuavano a regnare come se nulla potesse raggiungerli.
Nulla, per molto tempo, li raggiunse. Il Doriath non cadde sotto le fiamme del Nemico: di tutti i grandi reami elfici fu il più longevo, e fu l’unico a non essere mai espugnato da Morgoth. Ma proprio per questo la sua rovina è la più amara di tutte. Perché quando la fine venne, non venne da fuori. Venne dal di dentro: da un gioiello, da un giuramento, dall’avidità di alleati che avevano un tempo lavorato fianco a fianco con il regno che poi distrussero.

Il Doriath non nacque da un piano, ma da un incantesimo. Quando le stirpi degli Elfi marciavano ancora verso occidente, nelle ere in cui la luce veniva solo dalle stelle, Thingol, Elwë Singollo dei Teleri, signore di una delle grandi schiere, si smarrì nei boschi di Nan Elmoth. Là incontrò Melian, una Maia discesa nel mondo, e nell’attimo in cui le loro mani si sfiorarono il tempo cessò di contare per entrambi. Rimase con lei, immobile, mentre intorno gli anni passavano e gran parte del suo popolo proseguiva oltre il mare senza di lui. Quando l’incanto si sciolse, Elwë non era più soltanto un re: era lo sposo di una potenza che apparteneva all’ordine stesso del mondo. Coloro che erano rimasti a cercarlo divennero il suo popolo, e con lui e Melian fondarono un reame nel cuore del Beleriand.
Quel reame prese il nome di Doriath, “la terra della cintura”. Si estendeva sulle due grandi foreste di Neldoreth e di Region, attraversate dall’Esgalduin, il fiume che scendeva oscuro tra le radici degli alberi. Quando la minaccia di Melkor tornò a farsi sentire, Thingol chiese ai Nani di Nogrod e Belegost di scavargli una dimora difendibile, e così sorse Menegroth, le Mille Caverne, la città più bella che la Terra di Mezzo avesse conosciuto: un bosco di pietra scolpito sottoterra, con pilastri a forma di faggi e lampade come frutti d’argento. Ma Menegroth, per quanto magnifica, era soltanto il cuore di qualcosa di più vasto. Il vero confine del Doriath non era fatto di mura, ma di alberi.

Il nome deriva dal fatto che intorno a tutto il regno Melian tese un’ombra di potere che le antiche storie chiamano la Cintura: una barriera invisibile di smarrimento e paura che nessuna volontà ostile poteva varcare senza il consenso della regina. Chi tentava di entrare senza permesso si perdeva in sentieri che si ripiegavano su se stessi, finché non tornava indietro o non cedeva alla disperazione. Per secoli fu la difesa più efficace di tutto il Beleriand — più di ogni fortezza, più di ogni esercito.
Eppure la Cintura è anche il simbolo più ambiguo di Doriath, perché ogni protezione perfetta è anche una forma di chiusura. Mentre i regni del nord si dissanguavano per tenere il fronte contro Angband, Doriath restava intatto e, troppo spesso, distante. La sua sicurezza era reale, ma aveva un prezzo morale: il regno che poteva permettersi di non soffrire scelse, a lungo, di non condividere la sofferenza altrui. La Cintura teneva fuori il male, ma teneva fuori anche il mondo. E quando infine si lacerò, non fu un nemico ad averla forzata: fu il dolore di chi l’aveva creata.
Per quanto si volesse separato, Doriath fu attraversato dalle vite che cambiarono il destino di Arda. Vi crebbe Túrin, accolto come figlio adottivo alla corte di Thingol dopo che il padre Húrin era stato incatenato dal Nemico; e da quella corte partì, per orgoglio ferito, verso la lunga catena di rovine che porta il suo nome. Vi risuonò la musica di Daeron, il più grande dei cantori elfici, che amò senza essere riamato. Qui, si dice, Galadriel figlia di Finarfin apprese da Melian la forza e la saggezza che molto le servirono nei secoli successivi. Ma soprattutto, a Doriath, accadde l’incontro che nessuna Cintura aveva previsto.
Quando Beren, un Uomo mortale e fuggiasco, attraversò ciò che nessun nemico aveva mai attraversato ed entrò nei boschi di Neldoreth, vide danzare Lúthien, figlia di Thingol e Melian, la più bella tra tutti i Figli di Ilúvatar. Da quell’incontro nacque la storia che avrebbe piegato la storia stessa. Per ottenere la mano di Lúthien, Thingol — sprezzante verso un mortale — impose a Beren un prezzo che credeva impossibile: un Silmaril, strappato dalla corona di ferro di Morgoth. Era un modo per condannarlo. Divenne invece il modo in cui un gioiello sacro, l’oggetto più conteso del mondo, entrò per la prima volta entro i confini di Doriath. E con esso entrò la maledizione che lo seguiva.

Grandi sofferenze affrontarono Beren e Lúthien per riconquistare il gioiello, che fu però portato nel Regno dal più improbabile e nefasto degli ospiti: Il lupo Carcharoth, che aveva ingoiato il Silmaril insieme alla mano di Beren fuori dalle porte di Angband. E quando giunse lungo le rive dell’Esgalduin, una grande caccia al Lupo fu organizzata, e vi presero parte alcuni degli eroi di quella terra, insieme al Re e Beren, come Beleg Arcoforte e Mablung dalla Mano Pesante.
Grave fu l’esito di quella caccia. Perché benché il Silmaril fosse stato recuperato, Beren e Huan giacevano morti al termine della Battaglia.
E da quando il Silmaril entrò nella storia del Doriath, il regno nascosto smise di essere al riparo. Aveva tra le mani la cosa che ogni potenza di Arda desiderava. La Cintura poteva fermare gli eserciti, non il desiderio.
E così la sua fine fu lenta e venne per gradi, e in ogni suo passaggio il colpo arrivò da chi avrebbe dovuto essere amico.

Il primo passo fu un’opera d’arte. Thingol affidò il Silmaril ai Nani di Nogrod perché lo incastonassero nella Nauglamír, la più bella delle collane, un tempo creata per Finrod Felagund. Quando l’opera fu compiuta, l’avidità accese i cuori degli artefici: i Nani reclamarono il gioiello come proprio, Thingol li scacciò con parole di scherno, e nelle sale stesse di Menegroth il re grigio fu ucciso. Era la prima volta che il signore di Doriath cadeva, e cadeva non per mano del Nemico, ma di mani amiche corrotte dalla bellezza che esse stesse avevano forgiato.

Il dolore fece il resto. Spezzata dalla morte dello sposo con cui aveva legato la propria immortalità al mondo, Melian abbandonò la Terra di Mezzo e tornò oltre il mare. E con la sua partenza la Cintura svanì. In un solo istante Doriath, per la prima volta in tutta la sua storia, fu un regno come gli altri: visibile, raggiungibile, vulnerabile. I Nani di Nogrod tornarono in armi, saccheggiarono Menegroth e portarono via la Nauglamír — finché Beren stesso, sceso dal suo esilio, non li attese ai guadi del Gelion e riprese il gioiello.
Per un breve tempo parve possibile una rinascita. Dior, figlio di Beren e Lúthien ed erede di Thingol, restaurò il regno e cinse al collo la Nauglamír con il suo Silmaril. Ma la luce di quel gioiello era anche un richiamo, e a udirlo furono i figli di Fëanor, vincolati dal giuramento che li obbligava a reclamare i Silmaril contro chiunque, amico o nemico. Calarono su Menegroth, e in quella che le cronache ricordano come la Battaglia delle Mille Caverne — il secondo fratricidio di Elfi per mano di Elfi — Dior fu ucciso, i suoi figli bambini lasciati morire nelle selve, e il regno nascosto venne distrutto per sempre. Solo Elwing, figlia di Dior, fuggì verso i porti del Sirion portando con sé il Silmaril: e da lei quella luce sarebbe passata a Eärendil, e da Eärendil al cielo.

Doriath è il luogo che insegna la più dura delle verità delle antiche storie di Arda: che nessun confine, per quanto sacro, mette davvero al riparo dal mondo. Fu il regno più protetto e il più longevo, e proprio per questo la sua caduta pesa più di ogni altra — perché dimostra che ciò che distrugge le cose belle non è quasi mai il male puro che le assedia da fuori, ma l’avidità, l’orgoglio e il giuramento che germogliano fra coloro che dovrebbero custodirle. La Cintura tenne lontano Morgoth per un’intera Era; non poté nulla contro un gioiello desiderato e una parola data con troppa leggerezza.
Eppure dalla fine di Doriath, e solo da essa, venne la salvezza. Il Silmaril che ne causò la rovina sopravvisse alla strage, sfuggì alle mani che lo bramavano e fu portato, di fuga in fuga, fino alle stelle: la stessa luce che aveva condannato il regno nascosto divenne il segno che chiamò i Valar in guerra e rovesciò il Nemico. Doriath non sopravvisse a se stesso. Ma il suo ultimo, involontario dono fu la speranza — ed è forse questo il destino di tutte le cose troppo belle per durare: non restare, ma trasmettere ciò che di luminoso custodivano, prima di scomparire sotto le acque del tempo.
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