Tirion, dopo il 1.190 A.A. – Menegroth, 506 P.E.
Vi sono figure nel Legendarium che portano in sé una contraddizione insanabile: nate sotto una luce che avrebbero potuto abitare per sempre, si ritrovano trascinati sempre più nell’oscurità, non per costrizione, ma per inclinazione. Celegorm, terzo figlio di Fëanor, è una di queste. Principe dei Noldor, amico di un Vala, signore di terre fertili e padrone del più nobile dei cani, egli avrebbe potuto essere ricordato come uno dei grandi cacciatori di Arda. È ricordato, invece, come colui che imprigionò Lúthien e cagionò la caduta di due grandi regni degli Eldar.

Fin dalla giovinezza a Valinor, Celegorm si distingue dai fratelli per la sua natura. Mentre Fëanor e i suoi figli frequentano le sale di Aulë il fabbro, Celegorm segue un’altra voce: quella del corno di Oromë il Cacciatore, il Vala dei boschi e delle bestie selvagge. Nella sua casa apprese qualcosa di rarissimo anche tra i Calaquendi: il linguaggio degli uccelli e delle fiere, la capacità di intendere ciò che la maggior parte degli esseri parlanti non ascolta nemmeno. È un dono che parla di affinità profonda con il mondo vivente, di una sensibilità al confine tra il razionale e il selvatico.
E quasi a suggello di questa peculiarità, Oromë gli ha affidato anche Huan, il grande veltro di Valinor, creatura di fedeltà assoluta, destinata per fato a non cadere sotto i morsi di alcun nemico, eccetto il più potente dei lupi. Huan non è un semplice dono, è una promessa, o forse una prova, a cui Oromë sottopone il figlio di Fëanor, e ch’egli tradirà miseramente.
Perché tutto questo — il Vala amico, il linguaggio delle creature, il cane immortale — disegna un ritratto di Celegorm nella sua forma originaria: nobile, libero, in sintonia con qualcosa di più antico e più puro della politica delle casate e delle ambizioni dei re. Ma sotto l’apparenza luminosa, celava uno spirito più tormentato di quanto sembrasse.

Sarebbe facile attribuire al Giuramento di Fëanor la corruzione di Celegorm, capace di trasformare il suo orgoglio e la sua indole superba in uno scopo. Ma sarebbe anche inesatto.
Il Giuramento è una catena che si stringe attorno a chi già tende verso l’abisso — non è esso stesso l’abisso. Celegorm era già impetuoso, orgoglioso, capace di cinismo; già a Valinor la sua amicizia con Oromë conviveva con una natura difficile da domare, più simile al bagliore della tempesta che alla luce delle Stelle. L’esilio, la guerra, le sconfitte successive — la caduta di Aglon, la fuga verso il Sirion, la perdita delle terre conquistate con fatica — non lo trasformano in qualcosa di diverso da ciò che era: lo rendono più crudo, più spietato, più disposto a usare gli strumenti del potere senza scrupolo.

È significativo che egli si muova spesso in coppia con Curufin, il fratello più sottile e calcolatore. Insieme formano una coppia che unisce l’impeto all’astuzia: Celegorm colpisce, Curufin persuade. Ma la direzione è sempre la stessa, e Celegorm non è mai un esecutore ingenuo, ma un complice consapevole, la cui rapidità all’ira e al conflitto diventava utile strumento per le macchinazioni del fratello.
Dopo lo sbarco nel Beleriand, Celegorm e Curufin ricevono in governo la regione di Himlad e il Passo di Aglon, una posizione strategica tra Himring a nord, Doriath a sud e il bosco di Nan Elmoth a est, quelle terre dove Eöl, il fabbro oscuro, aveva la sua dimora, e con cui salturariamente commerciavano. Per qualche decennio governano quelle terre con mano ferma.
Nel 455 della Prima Era, la Dagor Bragollach — la Battaglia della Fiamma Improvvisa — travolse le difese dei Noldor. Morgoth frantumò l’assedio di Angband con un’eruzione di fuoco che incenerì l’Ard-galen e frantumò le linee dei Casati elfici. Celegorm e Curufin resistettero ad Aglon, ma il passo venne forzato e i due furono costretti alla fuga verso occidente, a malapena in salvo con ciò che rimase della loro scorta a cavallo. È una disfatta che lascia il segno non solo nelle terre perdute, ma nell’animo già ferito di Celegorm.
Nella ritirata, i due fratelli giungono a occidente in tempo per soccorrere Orodreth dalla caduta di Minas Tirith sul Tol Sirion, quando Sauron conquista la fortezza. Combatterono abbastanza a lungo, dando prova di onore in battaglia, tanto da permettere a Orodreth di ritirarsi a Nargothrond, e poi lo seguirono. Ed è qui che la storia di Celegorm prese la svolta definitiva.

A Nargothrond, Celegorm e Curufin trovano rifugio e, ben presto, influenza. Finrod Felagund, re della città, era legato da un giuramento di fedeltà alla casa di Barahir, padre di Beren. E quando Beren giunse a chiedere aiuto per la sua Impresa, Felagund non potè rifiutare. Ma Celegorm e Curufin sì.
E la riunione nella quale fu decisa la partenza del Re mostra a pieno la sottigliezza politica dei fratelli: Celegorm parlò per primo, con la spada sguainata, dichiarando che i Silmaril apparteneva solo ai figli di Fëanor, e che chiunque li trattenesse o li consegnasse ad altre mani sarebbe stato considerato un nemico da abbattere. Curufin parlò dopo, più piano, con parole che spensero il fuoco, ma scivolarono nella minaccia: evocò la guerra, la rovina, il sangue. Il risultato fu che il popolo di Nargothrond, paralizzato dal terrore, abbandonò il proprio re. E la partenza di Finrod, che lascia il governo in mano al debole nipote, non venne salutata nel modo che sarebbe convenuto a quella di un grande Re, che mai avrebbe rivisto il proprio regno.

Ma dietro la retorica strisciava qualcosa di ancora più calcolato: i due fratelli sapevano che, con il figlio di Finarfin fuori dai giochi, il trono di Nargothrond sarebbe diventato a portata di mano. Il piano che Curufin aveva concepito, infatti, era molto lucido: usare il Giuramento come strumento legittimo per costruire un impero elfico sotto il controllo dei Fëanorioni, imponendo ai regnanti rimasti, Orodreth, Thingol e perfino Turgon il Re Celato l’obbligo di fedeltà, pena la guerra.
È in questo contesto che a Nargothrond arrivò Lúthien, figlia di Thingol, in cerca di Beren. Celegorm la trovò nella Piana Vigilata, finse di volerla aiutare, e la condusse prigioniera a Nargothrond. Il suo disegno era di sposarla: non per amore, per quanto egli se ne fosse immediatamente invaghito, ma per costringere Thingol a un’alleanza politica. Lúthien, la più bella tra tutti gli esseri di Arda, ridotta a pedina matrimoniale.
È qui che troviamo il giudizio più eloquente su Celegorm: non d’Elfo, né d’Uomo o tantomeno di Vala, ma della creatura più fedele presente su Arda. Huan lo abbandonò.
Il grande veltro che Oromë aveva donato al principe dei Noldor, che lo aveva seguito attraverso l’esilio e la guerra e le sconfitte, scelse di aiutare Lúthien a fuggire. Non un tradimento improvviso, ma una scelta ponderata e silenziosa, come se Huan avesse aspettato a lungo il momento in cui il suo padrone avrebbe varcato una soglia oltre la quale non si poteva più seguire. E quel momento arrivò con la prigionia di Lúthien e con la crudeltà con cui vollero minare la più grande impresa compiuta dai Figli di Ilúvatar, per proprio materiale tornaconto.
Perché Huan non ragionava con le categorie del giuramento o della politica: sente. E ciò che sentiva in Celegorm, in quel momento, non era più degno di fedeltà.

Quando i due fratelli, cacciati da Nargothrond da un popolo finalmente risvegliato, incontrarono Beren e Lúthien sulla strada per Himring, il quadro si completò. Celegorm carica a cavallo contro Beren; Curufin tentò di rapire di nuovo Lúthien; ma entrambi vennero sconfitti da Beren, che saltò dal proprio cavallo al loro, e una volta a terra, e poi trattenuti da Huan. E quando Lúthien, nella sua magnanimità, impedì che fossero uccisi, Curufin rispose con due frecce scoccate di nascosto — una fermata da Huan, l’altra che ferì Beren. Anche qui, è difficile separare la mano di Curufin dall’acquiescenza di Celegorm.
Le conseguenze delle azioni dei due fratelli si protrassero ben oltre la storia di Beren e Lúthien. Quando Maedhros tentò di forgiare la grande alleanza contro Morgoth — quella che passerà alla storia come l’Unione di Maedhros e che esiterà nella Nirnaeth Arnoediad, la Battaglia delle Innumerevoli Lacrime — Thingol e Orodreth rifiutarono di parteciparvi con una forza propria, e ciò quasi esclusivamente a causa delle snaturate azioni di Celegorm e Curufin. Dai due regni, solo contingenti simbolici si uniscono alla coalizione, guidati da Gwindor per il regno del Narog e da Beleg e Mablung per il Doriath, e l’impresa ne uscì indebolita prima ancora di cominciare.
Il disastro del 472 ha certamente molte cause, ma tra esse c’è anche il nome di Celegorm.
I figli di Fëanor sopravvissero alla Nirnaeth, feriti ma non uccisi. Vissero ai margini di Beleriand come signori in esilio, mescolati con gli Elfi Verdi di Ossiriand. Quando nel 495 Nargothrond cadde, travoIta dall’armata di Glaurung, Maedhros ne fu profondamente addolorato, ma Celegorm e Curufin, a quanto si dice, non versarono una lacrima.

Molto nel frattempo era avvenuto. Caduto era Thingol sotto le asce dei Nani, e anche Beren e Lúthien avevano infine abbandonato il mondo, e il loro figlio Dior era tornato al Doriath reclamando l’eredità del nonno. E poche stagioni passarono che i figli di Fëanor attaccarono il Doriath per reclamare il Silmaril, ora in mano al suo erede Dior. È Celegorm stesso ad istigare i fratelli all’assalto, ma non potè gioire delle conseguenze della loro azione.
Egli morirà infatti al culmine della battaglia, ucciso da Dior — che morirà a sua volta. Con lui caddero anche Curufin e Caranthir. Tre dei sette figli di Fëanor si spensero nello stesso giorno, nella stessa azione, per la stessa pietra che non sarà mai loro.
Celegorm è una figura che interroga più di quanto non risponda. Non è un malvagio per vocazione — la sua amicizia con Oromë, il suo dominio sul linguaggio delle creature, la fedeltà (almeno iniziale) di Huan, tutto questo testimonia una natura che avrebbe potuto essere grande. Ma era anche molto umano, per essere un signore degli Eldar: troppo orgoglioso per piegarsi, troppo pragmatico per rispettare i limiti che il bene imporrebbe, troppo abituato a pensare al potere come strumento naturale nelle proprie mani.
Il Giuramento, che forse ha avuto simili conseguenze sui suoi fratelli, non lo ha corrotto, ma lo ha trovato già pronto. Gli ha dato una bandiera da sventolare e una causa da invocare mentre inseguiva ciò che aveva sempre voluto: dominio, alleanze, controllo. La tragedia è che i doni che possedeva, una nobile progenitura, la comprensione del vivente, la compagnia di Huan, la fiducia di un Vala erano doni che richiedevano umiltà per essere custoditi. Qualità di cui Celegorm, invece, fu sempre sprovvisto.




