Tirion, c.a. 1.195 A.A. – Doriath, 506 P.E.
Tra i sette figli di Fëanor, Caranthir è passato alla storia come il più aspro di cuore e il più pronto all’ira già in gioventù, nella beatitudine di Aman.

Se Maedhros rappresentava il lato più nobile e riflessivo della Casa di Fëanor, e Celegorm la sua impetuosa audacia, Caranthir ne incarnava gli aspetti più duri: il rancore, la superbia, la diffidenza verso chiunque non appartenesse alla propria cerchia. Eppure, anche nella sua figura così spigolosa, si intravede talvolta l’eco di una nobiltà antica, soffocata ma non del tutto spenta.
Come i suoi fratelli, era legato dal terribile Giuramento di Fëanor alla riconquista dei Silmaril sottratti da Morgoth. E se quelle parole pronunciate a Valinor avrebbero condotto i Noldor nella Terra di Mezzo e avvolto di sangue la storia della loro stirpe, pure è durante l’esilio che Caranthir ha acquisito una profondità e un ruolo centrale nelle vicende degli Eldar.
Dopo il ritorno in Terra di Mezzo, fu Angrod, della Casa di Finarfin, a recarsi per primo a Menegroth come messaggero dei Noldor presso il re Thingol. Il Signore del Doriath concesse loro di dimorare nelle terre libere del Beleriand, ma non entro i confini del suo reame, di cui si riteneva unico signore.

Quando Angrod riportò queste parole nel consiglio che si teneva intorno al lago Mithrim, Maedhros rise, osservando che Thingol donava ciò che di fatto non poteva controllare.
Ma fu Caranthir a incendiare l’assemblea: egli disprezzava profondamente i figli di Finarfin, che considerava tiepidi e pronti a compiacere i Sindar, e scagliò parole dure contro Angrod, sostenendo che non avrebbe dovuto parlare in nome di tutta i discendenti di Finwë, ma solo per la propria parte.
Maedhros lo rimproverò, ma quella lite contribuì ad approfondire le fratture interne fra le grandi case dei Noldor, che più tardi avrebbero avuto conseguenze fatali. Non tardò molto, infatti, che Melian e Thingol intuissero molto di quanto avvenuto di là dal mare, e in particolare del Massacro di Alqualondë, fino a quando lo stesso Angrod non rivelò loro la verità durante la permanenza nel Doriath.

Caranthir si spinse verso l’estremo oriente del Beleriand, fino ai Monti Azzurri (Ered Luin). Là stabilì il suo dominio a Thargelion, sulle rive del lago Helevorn, una regione che in seguito fu chiamata anche Dor Caranthir, la Terra di Caranthir.
Fu lui il primo dei Noldor a incontrare i Nani provenienti dalle città oltre le montagne. Ne detestava l’aspetto e il portamento, e tra le due genti vi fu poca amicizia; ma il comune odio per Morgoth portò a una alleanza prudente, cementata più dal calcolo che dalla benevolenza. Eppure, questa alleanza consentì di rendere il Thargelion una delle aree più ricche e prospere del Beleriand, capace di rifornire la prima dell’Assedio.
Da quell’incontro naturalmente Caranthir trasse grande profitto: ogni commercio dei Nani verso l’ovest del Beleriand passava innanzitutto per le sue mani, e il Principe di Thargelion accumulò una ricchezza notevole. Le sue roccaforti divennero così non solo avamposti militari, ma centri di scambio in cui transitarono armi, metalli preziosi e manufatti di grande valore.

Nell’anno 375 della Prima Era, le genti della Seconda casa degli Edain, da poco giunta nel Beleriand, furono assalite dagli Orchi e quasi annientate: la loro Capitana Haleth ne resse le difese dopo la morte del padre e del fratello per sette giorni, protetta da una semplice palizzata.
Fu Caranthir con le sue schiere, a giungere in loro soccorso e a spezzare l’assedio. Fino ad allora egli aveva guardato gli Uomini con sospetto e con un senso di superiorità; ma di fronte al coraggio di Haleth e della sua gente cominciò a riconoscere il valore della stirpe mortale.
Offrì loro un feudo nei suoi domini del Nord, così che vivessero sotto la sua protezione.
Ma il cuore di Haleth era fiero quanto il suo, e non desiderava che il suo popolo servisse alcun signore. Ringraziò Caranthir per l’aiuto, ma scelse un’altra via: condusse gli Haladin a ovest, verso la Foresta di Brethil, dove avrebbero vissuto liberi, pur tra molti pericoli. E la mediazione di Finrod Felagund ottenne per loro questo territorio.
Con la Dagor Bragollach, la Battaglia della Fiamma Improvvisa, le difese del Nord crollarono.
Le fortezze di Caranthir furono travolte, e egli fu costretto a ritirarsi, raccogliendo i superstiti del suo popolo insieme alle sparse genti di Amrod e Amras, i fratelli minori.
Insieme scesero verso sud e posero un presidio su Amon Ereb, il colle solitario che dominava la pianura, mantenendovi una stretta sorveglianza con l’aiuto dei Laegrim, gli Elfi Verdi.
Il potere dei figli di Fëanor era ormai frantumato in domini separati, legati più dal Giuramento che da una vera unità d’intenti.

Nel 463 della Prima Era giunsero oltre le Ered Luin nuove genti di Uomini provenienti da di là dei Monti Azzurri. Per questo furono chiamati genericamente Orientali. Due erano le loro schiere, la prima guidata da Bór, la seconda da Ulfang. Entrambi strinsero alleanza con Maedhros e i secondi giurarono fedeltà diretta a Caranthir, da cui ricevettero terre nel Lothlann.
Quando Maedhros organizzò la grande offensiva che avrebbe dovuto spezzare definitivamente il potere di Morgoth — la Nirnaeth Arnoediad, la Battaglia delle Innumerevoli Lacrime — gli Orientali combatterono nelle sue file. Ma l’inganno covava già da tempo: una parte dei seguaci di Ulfang era segretamente legata a Morgoth, e nel momento decisivo voltò le spalle ai suoi alleati.
Il loro tradimento contribuì alla devastante sconfitta delle armate elfiche. I figli di Fëanor furono dispersi, e Caranthir perse una gran parte delle sue forze e del suo prestigio, trascinato nel vortice di una guerra che sembrava ormai senza speranza. Insieme ai fratelli, ferito ma salvo, si spostò a Sud, abbandonando le terre che per secoli aveva dominato e protetto.
Ma anche in un’epoca di sconfitte, fughe e dolore, l’ombra del Giuramento di Fëanor non si allentò. Quando, dopo la rovina del Doriath, il Silmaril sottratto a Morgoth da Beren e Lúthien giunse nelle mani di Dior Eluchíl loro figlio, i figli di Fëanor considerarono ancora una volta tradito il patto sacro pronunciato in Valinor. E dopo due missive colme di livore in cui si domandava all’erede di Thingol la restituzione del gioiello, i fratelli attaccarono.
Così nel 506 della Prima Era, Caranthir prese parte al secondo Fratricidio: l’assalto a Menegroth, le Mille Caverne, con lo scopo di strappare con la forza il gioiello dalle mani di Dior. La battaglia fu terribile e infamante: molti Elfi del Doriath caddero, e anche tra i Fëanoriani la carneficina fu grande.
Là, tra le sale scolpite nella roccia sotto le querce di Neldoreth, Caranthir trovò infine la morte, insieme ai fratelli Celegorm e Curufin. Il Silmaril sfuggì ancora dalle loro mani, e con loro si estinse una parte dell’orgogliosa ma tragica discendenza di Fëanor.

La memoria di Caranthir rimase legata alla superbia e all’ira che spesso guidarono le sue scelte, ma le tragedie di Alqualondë e Menegroth incorniciano un’esistenza che, vista sotto un’altra prospettiva, lo rende uno dei personaggi cruciali della grande epopea dei Noldor nella Terra di Mezzo: figura chiave nell’alleanza con i Nani, salvatore e protettore della Seconda Stirpe degli Edain, punto di contatto tra i fratelli e gli abitanti dell’Ossiriand, da cui spesso ricevette supporto e aiuto militare.
E, in generale, la capacità, da fiero comandante, di riconoscere fierezza e onore in altri, senza sentirsene sminuito, o invidioso, ma anzi desideroso di guadagnarne i servigi.
Esempi che mostrano come, tra coloro che ereditarono la superbia e il fuoco di Fëanor, rimanesse ancora, seppur adombrata dalle conseguenze del Giuramento, una scintilla di grandezza.
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