Minas Tirith, di Stefan Meisl

Ci sono fortezze che cadono una volta sola, e la cui rovina chiude una storia. Tol Sirion cadde due volte: la prima quando fu presa, la seconda quando fu liberata. E delle due, fu forse la seconda caduta — quella della sua stessa torre, abbattuta da un canto anziché da un assedio — a segnare più a fondo la memoria degli Eldar.

 

Finrod e Andreth a Tol Sirion, di Victoria Clare
Finrod e Andreth a Tol Siriondi Victoria Clare

Al centro del fiume Sirion, dove le acque si stringevano in un passaggio obbligato tra il nord e il sud del Beleriand, sorgeva un’isola. Finrod Felagund vi innalzò Minas Tirith — la Torre della Guardia, un nome che secoli più tardi sarebbe stato portato con altrettanto orgoglio da un’altra fortezza, ben più a sud, senza che le due avessero altro in comune se non il compito di vegliare.

La torre di Finrod dominava dall’alto la valle del grande fiume, e per secoli fu il punto più avanzato della difesa dei Noldor: da lì si vedeva la piana verde di Ard-galen a nord, e nessun esercito poteva muoversi lungo il Sirion senza essere visto dalle sue mura.

Quando la Dagor Bragollach spezzò l’Assedio di Angband, la difesa di Tol Sirion non resse. Nel giro di un anno Sauron, luogotenente di Morgoth, prese l’isola e la trasformò nel proprio dominio: la fortezza che aveva vegliato sul Beleriand divenne Tol-in-Gaurhoth, l’Isola dei Lupi Mannari, riempita di licantropi e creature al servizio dell’Oscuro Signore. Non restava quasi nulla, in quella nuova torre, del baluardo che era stata: il nome stesso, Minas Tirith, fu abbandonato, come se la corruzione avesse cancellato anche la memoria di ciò che l’isola era destinata a custodire.

 

Tol-in-Gaurhoth, di Elena Kukanova
Tol-in-Gaurhothdi Elena Kukanova

Fu a Tol-in-Gaurhoth che, molti anni dopo, Beren e Finrod, catturati mentre attraversavano il Beleriand travestiti da Orchi insieme ai dieci compagni guidati da Edrahil, furono condotti prigionieri. Sauron non riuscì a scoprire i loro nomi né il loro scopo, ma li rinchiuse ugualmente, e uno dopo l’altro i compagni di Beren furono divorati dai licantropi nell’oscurità delle celle.

Fu allora che Finrod, per salvare l’ultimo dei prigionieri rimasti, sciolse ogni catena con la forza del proprio potere e affrontò a mani nude il licantropo venuto a uccidere Beren, uccidendolo  ma ne uscì mortalmente ferito. Morì nell’oscurità della torre che lui stesso aveva innalzato molti secoli prima, riscattando così il giuramento fatto a Barahir. Fu il più grande dei Noldor a cadere per mano di Sauron, e il primo dei suoi discendenti a pagare di persona il prezzo di un’amicizia giurata agli Uomini.

 

 

Non passò molto tempo prima che Lúthien, guidata da un presagio, giungesse a Tol-in-Gaurhoth in cerca di Beren. Con lei era Huan, il grande mastino di Valinor, che aveva scelto di abbandonare i propri antichi padroni per seguirla. Insieme sconfissero i luogotenenti di Sauron — Draugluin, signore dei licantropi, e Thuringwethil, la sua messaggera — e costrinsero lo stesso Sauron, mutato in forma di enorme lupo, a cedere la signoria dell’isola prima di fuggire verso il Dorthonion.

Fu allora che Lúthien, salita sul ponte della torre, cantò un incantesimo che nessuna pietra poté reggere: le mura di Tol-in-Gaurhoth crollarono, e con esse ogni prigione, ogni cella, ogni ombra che Sauron vi aveva costruito. I prigionieri ancora vivi furono liberati, e Beren, ritrovato tra i pochi superstiti,  poté finalmente piangere Finrod insieme a colei che lo aveva salvato.

L’isola fu restituita a Orodreth, che ne riprese il governo in nome di Nargothrond. Ma Tol Sirion non recuperò mai lo splendore della torre di Finrod: la fortezza che aveva vegliato sul Beleriand per generazioni restò, fino alla fine della Prima Era, il ricordo di un doppio crollo: quello delle sue mura sotto l’assedio di Sauron, e quello, ancora più profondo, di ciò che una fortezza costruita per proteggere può diventare quando cade nelle mani sbagliate.

 

 

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