Turgon con Glamdring, autore sconosciuto

Tirion, 1.300 A.A. – Gondolin, 510 P.E.

 

Ma più di tutti [Morgoth] temeva Turgon perché in tempi antichi a Valinor l’occhio di questi l’aveva investito della sua luce e, ogniqualvolta gli si accostava, un’ombra nera gli scendeva nell’animo, preannuncio che, in un tempo ancora nascosto nel destino, da Turgon sarebbe venuta la sua rovina.
JRR Tolkien, I Figli di Húrin, cap. II, “La Battaglia delle Innumerevoli Lacrime”.

 

Tra gli Eldar che più di altri hanno manifestato i tratti di ciò che chiameremmo regalità, Turgon occupa un posto d’onore. Certo, vi sono stati altri membri della sua stirpe capaci di rappresentare in tutto la figura del Re delle antiche saghe, saggi, severi se necessario, inflessibili verso i nemici e accoglienti verso gli alleati. E Fingolfin padre di Turgon, e il di lui fratello Fingon, sono i primi che vengono alla mente. E forse ancora più di loro si ricorda Thingol del Doriath, capace di mostrare l’intero spettro dei comportamenti tipici di un sovrano: la benevolenza e l’arroganza, la durezza e la comprensione, il cipiglio e le lacrime, l’amore e la repulsione.

Eppure Turgon mantiene, anche a rileggere oggi le antiche cronache, un’aura difficilmente eguagliabile: forse perché l’unico del quale conosciamo davvero la città sulla quale regnava, così splendida e luminosa sulla valle di Tumladen; forse perché egli è tra i pochi Eldar a cui un Valar come Ulmo si è rivolto direttamente, affidandogli una missione e una speranza. Forse ancora perché da lui, e da Thingol, è generata la stella che ha portato la salvezza ai Figli di Ilúvatar. O ancora, perché la caduta di Gondolin rappresenta il momento più alto, più tragico e più eroico di tutte le Guerre del Beleriand: il momento in cui l’ultima speranza di salvezza sembrava essere svanita, e che invece riappariva ancora più luminosa, dalle ceneri della disperazione.

 

Turgon e Idril, di My Silver Green
Turgon e Idrildi My Silver Green

Per comprendere come Turgon abbia assunto questa statura nel corso della Prima Era, facciamo un passo indietro, nella beatitudine di Valinor. Turgon nacque a Tirion nell’anno 1300 degli Alberi, lo stesso anno di suo cugino Finrod. In gioventù sposò Elenwë dei Vanyar, dalla quale ebbe una figlia, Idril.

Dopo l’Oscuramento di Valinor, la morte del Padre e il furto dei Silmaril, Fëanor pronunciò un acceso discorso, declamando insieme ai suoi figli il suo terribile Giuramento. Turgon e suo padre Fingolfin si opposero, e i Fëanoriani arrivarono quasi a sguainare le spade, se non fosse intervenuto Finarfin a richiamare alla riflessione. Turgon e Finrod erano contrari all’Esilio, ma l’assemblea dei Noldor decise diversamente. Pur riluttante, Turgon partì, e non fece ritorno nemmeno quando Mandos, il Profeta Antico, si presentò davanti alla schiera guidata da Fingolfin nella desolazione di Araman. E si dice che ciò avvenne perché “Fingon e Turgon erano arditi e fieri di cuore, e mal sopportavano di abbandonare qualsiasi impresa, fino al suo amaro compimento, se amaro fosse stato”.

 

Dopo che Fëanor e i suoi figli si imbarcarono lasciando indietro il resto dei Noldor, Turgon seguì suo padre attraverso i ghiacci del terribile Helcaraxë. Durante quella traversata, Elenwë e Idril caddero nelle acque gelide. Turgon si gettò per salvarle, riuscendo a trarre in salvo solo Idril, mentre Elenwë perì. Da quel momento, Turgon serbò un’ostilità implacabile verso la Casa di Fëanor.

 

Giunto nella Terra di Mezzo, Turgon si stabilì con il suo popolo a Vinyamar, in Nevrast, il più occidentale dei Regni degli Eldar. E spesso osservava il mare, chiedendo consiglio. Nell’anno 50 della Prima Era, durante un viaggio lungo il Sirion con Finrod, Ulmo inviò a entrambi un sogno: cercare un rifugio nascosto dove potersi difendere dal potere di Morgoth. E l’anno seguente, il Vala apparve direttamente a Turgon, conducendolo nella valle di Tumladen, cinta da montagne: ove l’incavo di un fiume secco si dipartiva dal Sirion, ivi nacque una lunga galleria, che via via fu dotata di Sette Porte riccamente adornate, fino a sbucare in una nascosta valle da cui, nei secoli successivi, fiori Gondolin la Pietra Cantante.

 

Turgon mantenne a lungo il segreto, ma dopo la Dagor Aglareb decise di agire. Trasferì in segreto molti degli artigiani più abili e completò la Città Nascosta. E in piccoli gruppi condusse là il suo popolo, così che nessuno potesse accorgersi di una grande migrazione. Quando fu pronta, nell’anno 116, anche il Re lasciò Vinyamar, celato dal potere di Ulmo.

Nella nuova città Turgon divenne Re dei Gondolindrim e la città crebbe in forza, bellezza e ricchezza, e la Piazza del Re era impreziosita da due alberi da lui stesso forgiati, Glingal e Belthil, a immagine dei Due Alberi di Valinor. Prima di abbandonare Vinyamar, Turgon vi lasciò spada, elmo e corazza per colui che, un giorno, sarebbe giunto nel momento di massima necessità, secondo la profezia di Ulmo.

Si dice che fu proprio in questo torno di tempo che egli commissionò agli artigiani della sua corte una nuova spada per sé e i suoi Capitani. E che tra le lame di immenso splendore che furono forgiate , due emergevano per bellezza e maneggevolezza: Glamdring, che diventerà la spada del Re, e Orcrist, che sembra fu brandita da Ecthelion della Fonte, tra i suoi principali vassalli.

 

Turgon, Idril e Maeglin, di Catherine Karina Chmiel
Turgon, Idril e Maeglindi Catherine Karina Chmiel

Nel 400, dopo la tragica vicenda della sorella Aredhel, Turgon accolse Maeglin, figlio di lei, che divenne suo fidato consigliere.

Una disavventura che lasciò profonde cicatrici nello spirito del Re e della sua Corte: poiché Aredhel fu uccisa da un pugnale avvelenato di suo marito Eöl l’Elfo Scuro, e per punizione egli fu gettato nell’abisso davanti agli occhi del figlio, che rimase impassibile.

 

Húrin e Huor giungono a Gondolin, di Alan Lee
Húrin e Huor giungono a Gondolindi Alan Lee

Nel 458 della Prima Era, Turgon accolse a Gondolin Húrin e Huor, salvati dalle Aquile.

 

Con loro strinse amicizia, e dopo un anno permise che lasciassero la città, pur contro la legge, poiché loro erano giunti in volo e in deliquio, e sarebbero stati incapaci di riconoscere la diritta via, anche avessero voluto. Perché Turgon sapeva che molto dipendeva dalle azioni dei figli di Galdor, e molti dolori per il Nemico, insieme a quelli da loro stessi patiti, dipesero da questa scelta.

 

Turgon guida i suoi eserciti alla Nirnaeth Arnoediad, autore sconosciuto
Turgon guida i suoi eserciti alla Nirnaeth Arnoediad, autore sconosciuto

I tre si reincontrarono alla Nirnaeth Arnoediad, quando ormai la situazione volgeva al peggio: Fingon cadde, i figli di Fëanor furono messi in rotta, e la battaglia fu perduta. Gli Uomini del Dor-Lómin gestivano la retroguardia di Turgon, ora a tutti gli effetti Re Supremo dei Noldor. Il Re avrebbe voluto combattere, ma Huor lo esortò a fuggire, predicendo che da lui dipendeva il futuro dei Popoli Liberi. E così gli disse “questo prevedo ora, Signore, che sono prossimo alla morte: che da te e da me nascerà una nuova stella”. Così, grazie al sacrificio degli Uomini della Casa di Hador, i Gondolindrim si salvarono. Huor cadde, e Húrin fu catturato mentre brandiva la sua ascia, circondata dai nemici. L’intervento di Turgon impedì il totale annientamento degli eserciti elfi e alleati.

 

Tornato non visto a Gondolin grazie al loro sacrificio, Turgon diventò l’Eldar più temuto da Morgoth: la città rimase nascosta, e con essa la speranza. Ma il Re sapeva che l’unica speranza veniva da Ovest. Quindi, con l’aiuto di Círdan, Turgon inviò sette navi verso Occidente per chiedere soccorso ai Valar, ma nessuna giunse a destinazione.

 

Nel 495, Voronwë, unico sopravvissuto di quei naufragi, condusse a Gondolin un uomo: e costui era nientemeno che Tuor, figlio di Huor. E non giungeva a mani vuote: quando fu ricevuto nella Torre del Re, Tuor rivelò le armi lasciate da Turgon a Vinyamar, segno del fatto che egli agiva secondo la volontà di Ulmo Signore delle Acque. Il Vala ammoniva: i Gondolindrim dovevano abbandonare la città e scendere al mare, poiché il destino della città si approssimava.

Ma Turgon, divenuto fiero e legato a Gondolin, rifiutò. Ordinò anzi di sigillare le Sette Porte, isolando definitivamente la città dal mondo.

Più tardi, Húrin, liberato da Morgoth, giunse presso gli Echoriath, sperando di rientrare a Gondolin. Turgon non si fidò e gli negò l’ingresso. Più tardi se ne pentì, ma era troppo tardi: per quanto Húrin non fosse in grado di ricordare la posizione precisa, ora Morgoth aveva un’idea più chiara dell’area in cui si trovava la Città Nascosta, e concentrò le ricerche in quella zona.

 

Il destino di Gondolin era ormai pronto a scoccare. Sette anni dopo l’arrivo di Tuor, Turgon acconsentì al matrimonio tra lui e Idril, benedicendo l’unione. Ma nel 510, Maeglin – che segretamente amava Idril, ed ebbe il cuore esulcerato dalla sua preferenza per un Uomo – si spinse troppo lontano nelle sue prospezioni minerarie, e venne catturato dal Nemico. E fosse per dolore, per paura o per calcolo (vi era, infatti, la possibilità che Morgoth lo premiasse con la mano di Idril), egli rivelò come giungere a Gondolin.

 

Turgon affronta un Drago, di Donato Giancola
Turgon affronta un Dragodi Donato Giancola

Dopo una lunga preparazione, Morgoth scagliò il suo assalto. E molto, delle azioni di disperato eroismo e inflessibile orgoglio che si verificarono quel giorno, è narrato ne La Caduta di Gondolin: “dello scontro tra Ecthelion della Fonte con Gothmog, Signore di Balrog, nella stessa piazza del Re, dove ciascuno dei due uccise l’altro, della morte di Rôg del Martello d’Ira, fuori le mura, e della difesa della torre di Turgon per mano dei suoi familiari, e lo stesso Re difese Gondolin fino all’ultimo insieme al suo popolo. Ma la torre stessa venne abbattuta; e risonante fu la sua caduta, e Turgon trascinato nella sua rovina.”

Così morì Turgon figlio di Fingolfin, alto Re dei Noldor, benedetto da Ulmo, e grande fu il dolore che attraversò la schiera dei Gondolidrim, come descritto nell’opera.

 

“Allora il re esclamò: « Grande è la caduta di Gondolin! », e gli uomini rabbrividirono, poiché quelle erano le parole di Mandos, il profeta antico; ma Tuor, con voce resa selvaggia dal dolore e dall’affetto per il sovrano, gridò: «Gondolin resiste ancora, e Ulmo non la lascerà perire!» Turgon rispose però: «Ho trascinato la sciagura sul Fiore della Piana a dispetto di Ulmo, e ora egli lo lascia avvizzire nel fuoco. Ebbene! Nel cuore non ho più speranza per la mia città d’incanto, ma i figli dei Noldor non soccomberanno per sempre.» Al che i Gondolindrim fecero risuonare le armi, poiché molti erano lì accanto, ma Turgon continuò: «Non combattete contro il destino, o figli! Chi può cerchi salvezza con la fuga, se mai ne resta il tempo: ma siate fedeli a Tuor.» Tuor ribatté allora: «Tu sei il sovrano»; ma Turgon rispose: «Pure io non infliggerò più nessun colpo», e gettò la corona alle radici di Glingal. Galdor, che era nei pressi, la raccolse, tuttavia Turgon non la accettò, e con il capo scoperto salì sul pinnacolo più alto della candida torre presso il palazzo. Qui gridò con voce simile a corno fatto risuonare fra i monti, e tutti coloro che erano raccolti sotto gli Alberi e i nemici nelle nebbie della piazza lo udirono: «Grande è la vittoria dei Noldor!» Si narra che fosse allora mezzanotte, e che gli Orchi lanciassero urla di scherno.”
JRR Tolkien, Racconti Perduti, parte III, “La Caduta di Gondolin”.

 

Alle Foci del Sirion, gli esuli crearono un nuovo Regno, spigolatura di Gondolin, del Doriath e di Nargothrond. E qui Gil-galad fu proclamato Alto Re dei Noldor. Dal sangue di Turgon, attraverso Idril e Tuor, nacque Eärendil il Benedetto, colui che, pochi anni dopo, un Silmaril in fronte, riuscì a trovare la diritta via per Valinor e lì parlare al cospetto dei Valar, per impetrare salvezza per Uomini ed Elfi, realizzando il timore che da sempre Morgoth celava nel suo nero cuore: che proprio attraverso Turgon la sua rovina si sarebbe approssimata a lui, e il destino lo avrebbe infine afferrato.

 

 

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