Il Meneltarma, chiamato anche la Montagna Sacra, era per gli Uomini di Númenor un luogo consacrato a Eru Ilúvatar. Vi era imposto un assoluto silenzio a chiunque ne percorresse i sentieri, un’usanza tanto antica e radicata che persino gli stranieri la rispettavano. Solo il Re poteva elevare preghiere e rendere grazie a Ilúvatar, durante le solenni feste di Erukyermë, Erulaitalë ed Eruhantalë.
Nessun animale osava avvicinarsi al luogo: soltanto le Aquile di Manwë si libravano in volo sopra la cima, viste come custodi sacri della montagna e della terra intera. Per lunghi secoli, il Meneltarma rimase il cuore spirituale di Númenor, simbolo del legame diretto tra gli Edain e il Creatore.
Ma il rispetto delle tradizioni e la sacralità del luogo furono via via messi in crisi con il progressivo rifiuto che gli Uomini di Númenor rivolsero all’amicizia con gli Eldar e al rispetto dei Valar, guidato, almeno inizialmente, dall’invidia per la loro vita immortale e per la beatitudine di Aman.
Questo declino era già iniziato da alcuni secoli quando salì al trono Ar-Pharazôn, venticinquesimo Re di Númenor, usurpando il trono della cugina e chiudendo definitivamente con le passate usanze. Il suo orgoglio lo spinse a guardare verso Est, alla Terra di Mezzo ove Sauron stava nuovamente ampliando il proprio dominio, arrivando ormai a insediare gli empori e le colonie della Terra della Stella.
Spinto dalla volontà di piegarlo al proprio dominio, egli salpò per la Terra di Mezzo con un esercito così possente da far fuggire i servitori del Nemico. Lo stesso Sauron, riconosciuto di non poter vincere con la forza delle armi, si arrese e fu condotto prigioniero a Númenor.
In pochi anni, tuttavia, egli riuscì a conquistare il favore del Re, divenendone il primo consigliere e corrompendo il cuore della maggior parte del popolo. Così, molti si volsero all’adorazione dell’Oscurità e del suo Signore, Melkor. E così, Sauron divenne Zigûr, il Mago, conoscitore di segreti e arcane arti, capace – secondo quanto egli stesso rivelò a Pharazôn, di trovare la soluzione alla morte stessa.
Non potendo allora reclamare per sé stesso lo status di divinità, Sauron predicò la liberazione dalla morte e il potere promesso attraverso il culto del suo antico padrone. Fu allora che ordinò la costruzione di un immenso Tempio nel cuore di Armenelos, eretto su un colle e destinato a diventare il centro della nuova religione. E da centro della venerazione di Eru da parte degli Uomini, la capitale di Númenor divenne il centro del culto di Melkor, colui contro il quale per secoli gli antenati degli Uomini avevano combattuto al fianco degli Eldar.
Il Tempio aveva fondamenta circolari, mura spesse cinquanta piedi e alte cinquecento, e un diametro di altrettanti. Il tetto era una grande cupola d’argento che scintillava alla luce del sole, ma presto annerì a causa dei fumi rituali. Nel santuario interiore ardeva infatti un altare di fuoco, e dall’apertura sulla sommità della cupola si levava senza tregua un denso fumo. Il primo sacrificio sull’altare fu il legno reciso di Nimloth, l’Albero Bianco di Númenor. E quando venne infine bruciato, per sette giorni una nera nube stagnò sopra la città, e molti la ammirarono come segno di potere.
Si racconta che presto l’altare venne utilizzato per pratiche ancora più oscure, che coinvolgevano anche sacrifici umani: e le vittime erano spesso membri dei Fedeli, ivi trascinati con qualche falsa accusa, poiché ancora a quel tempo gli Uomini del Re avevano timore ad arrestare qualcuno solo perché mostrava apertamente la sua fedeltà a Ilúvatar. In risposta a tali empietà, nubi di tempesta, a forma di aquile, si addensarono sempre più spesso sopra Númenor, giungendo da Ovest. Ma Sauron, irridendo i segni del Cielo, li utilizzò per sobillare ulteriormente il Re, interpretandoli come un primo tentativo dei Valar di muovere guerra ai veri Signori dell’Occidente. E aggiungendo che, se davvero voleva reclamare questo titolo, Ar-Pharazôn avrebbe dovuto muovere guerra a Valinor stessa.
E così, definitivamente corrotto da Sauron e ormai trascinato in un’incipiente vecchiaia, molto precoce per un sovrano di Númenor. Ar-Pharazôn preparò una Grande Armata per sfidare Valinor, verso cui salpò con l’arroganza e l’ingenuità di chi si ritiene imbattibile.
Durante la spedizione, Sauron rimase nel cuore del Tempio, esigendo nuovi sacrifici e deridendo i corni di guerra della flotta. Alcuni dei suoi uomini tentarono persino di catturare Elendil per condurlo al santuario oscuro, ma egli riuscì a sfuggire e a salpare verso la Terra di Mezzo.

Infine, nel 3319 della Seconda Era, novecentotredici giorni dopo la partenza della Grande Armata, la fine giunse sulle ali di possenti venti e incontenibili mareggiate. E dalla cima del Meneltarma esplosero fiamme, e l’intera isola fu avvolta da terremoti e devastazioni, che dall’Ovest si trascinavano a Est. E mentre Sauron rideva del destino degli Edain, infine annientati dal loro stesso orgoglio, il trono nero su cui sedeva e lo stesso Tempio furono inghiottiti dall’abisso aperto da Eru, in cui precipitarono Númenor e tutti gli abitanti, fuorché i Fedeli che navigavano con Elendil, Isildur e Anárion e coloro che risiedevano sulle coste della Terra di Mezzo. E da allora non si parlò più di Elenna, ma di Atalantë la Caduta, e di Mar-nu-Falmar inghiottita dalle acque.
Ma lo stesso Sauron passò rapidamente dal trionfo al terrore. Trascinato dalle acque, dovette abbandonare la sua forma corporea, e tornare in forma di nero spirito all’Est, nella sua terra di Mordor. E da allora più non fu in grado di vestire un sembiante bello e attraente come nei secoli passati.




