Il passaggio degli Elfi, di Spiros Gelekas

Il passaggio degli Elfidi Spiros Gelekas

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“Il Signore degli Anelli è la storia della vittoria del Bene contro il Male.”

Questa volta non parliamo di una citazione errata, quanto piuttosto di una semplificazione.

Nessuno attribuisce a Tolkien questa frase: è un riassunto, di quelli che si leggono nelle presentazioni, nelle recensioni frettolose, nelle risposte rapide a chi chiede di che cosa parli il libro. E come riassunto non è sbagliato. Sauron cade, l’Anello è distrutto, il Re torna.

Tolkien però riassumeva la sua storia in un altro modo. E raramente lo si sottolinea.

 

La frase è giusta, ma a metà

Prima di tutto, la parte vera. Nel Signore degli Anelli il Bene e il Male esistono, e non sono questione di punti di vista. Lo dice Aragorn a Éomer, nelle praterie di Rohan, quando il Rohirrim gli chiede come possa un uomo decidere che cosa fare in tempi tanto strani: “Il bene e il male sono rimasti immutati da sempre, e il loro significato è il medesimo per gli Elfi, per i Nani e per gli Uomini. Tocca a ognuno di noi discernerli.”

Un’altra frase del libro, però, complica già il quadro. Al Consiglio di Gran Burrone, Elrond spiega perché i Saggi non possono servirsi dell’Anello: “Nulla è malvagio sin da principio; neppure Sauron lo era.” È l’improprio utilizzo di un Potere, e il suo esercizio sugli altri, a permettere la degradazione necessaria per la crescita del Male.

Invece, per come la storia è raccontata in breve, Male e Bene sembra due eserciti schierati su parti opposte di un campo. Non è così semplice: il Male in Tolkien è una caduta, e può capitare a chiunque. A un Maia come Sauron, a un Istar come Saruman, a un uomo come Boromir, a un hobbit.

 

La lunga sconfitta

Il 15 dicembre 1956 Tolkien risponde ad Amy Ronald, una lettrice con cui era in corrispondenza. Parla di Frodo durante l’Attraversamento della Contea, e ricorda come egli non volesse spargimento di sangue fra hobbit. L’autore osserva anche che Frodo era forse arrivato alla conclusione che combattere fisicamente fosse, in ultima analisi, meno efficace di quanto pensino gli uomini buoni. Poi Tolkien aggiunge: “Del resto sono cristiano, e anzi cattolico romano, così che non mi aspetto che la “storia” sia altro che una “lunga sconfitta”, benché contenga (e in una leggenda possa contenere in modo più chiaro e commovente) alcuni esempi o scorci della vittoria finale.”

L’espressione non è un’immagine estemporanea. Tolkien l’aveva già messa in bocca a Galadriel, che nello Specchio parla di sé e di Celeborn: together through ages of the world we have fought the long defeat, insieme attraverso le ere del mondo abbiamo combattuto la lunga sconfitta. Ottavio Fatica traduce così. Vicky Alliata scrive invece “abbiamo lottato contro la lunga sconfitta”, e la differenza cambia radicalmente il senso della frase, mostrando che, forse, Alliata non aveva compreso il concetto della lunga sconfitta (e quindi non possiamo stupirci del fatto che non lo abbiano fatto neanche i lettori). Dal testo originale la conclusione è chiara: la sconfitta è la guerra stessa, e Galadriel l’ha combattuta sapendo come sarebbe finita.

Al Consiglio Elrond dice la stessa cosa con altre parole: “Ho visto tre ere a ovest del mondo, molte sconfitte e molte vittorie inutili”.

Il legame con la fede cattolica è sempre esplicito, e Tolkien lo aveva dichiarato già tre anni prima a padre Robert Murray: il Signore degli Anelli è “un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica; inconsapevolmente all’inizio, ma consapevolmente nella revisione”.

 

L’Ombra che sempre ritorna

Nel riassunto il Male viene sconfitto e la storia finisce. Nel libro Gandalf avverte Frodo fin dal secondo capitolo che le cose non funzionano così: “Sempre, dopo una disfatta e una tregua, l’Ombra si trasforma e s’ingigantisce nuovamente”.

Lo ripete nell’Ultima Discussione, durante il consiglio dei capitani che stanno per marciare sul Cancello Nero: “Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi.”

Sauron è un emulo, un servo. Il suo padrone, Melkor, è stato cacciato dal mondo alla fine della Prima Era, e ciò nonostante il Silmarillion si chiude ricordando che le menzogne da lui seminate nei cuori di Elfi e Uomini sono “una pianta che non muore né può essere svelta, e che anzi di continuo rispunta e darà tenebrosi frutti fino agli ultimissimi giorni”. E subito dopo: “Se in esso si è passati dall’eccellenza e dalla bellezza alla tenebra e alla rovina, è perché tale era, fin da tempi antichissimi, il destino di Arda Corrotta.”

 

Vincere con l’Anello

C’è un secondo motivo per cui la frase del riassunto è insufficiente: descrive due poteri concepiti per sopraffarsi a vicenda. Ma nel Signore degli Anelli il bene non vince quando è più forte.

Ce lo dice sempre Elrond: se uno dei Saggi sconfiggesse Sauron con l’Anello, si installerebbe sul suo trono, “segnando così l’apparizione di un altro Oscuro Signore”. Tolkien lo ripete fuori dal libro, con molta chiarezza: nel luglio 1947, scrivendo all’editore Stanley Unwin, ammette che si può leggere l’Anello come un’allegoria del nostro tempo, ma soltanto in un senso: come allegoria del “destino inevitabile che attende tutti i tentativi di sconfiggere il potere malvagio con il potere”.

Tre anni prima, il 6 maggio 1944, aveva scritto qualcosa di più amaro al figlio Christopher, che era in Sudafrica con la RAF: “Stiamo cercando di vincere Sauron con l’Anello. E ci riusciremo (a quanto pare). Ma la pena, come sai, è generare nuovi Sauron, e trasformare lentamente Uomini ed Elfi in Orchi.”

 

Perché Frodo non ce la fa

Poi c’è la scena che il riassunto nasconde meglio. Sul Monte Fato Frodo non distrugge l’Anello: lo reclama. L’Anello finisce nel fuoco perché Gollum glielo strappa con un morso e cade nel baratro.

Tolkien su questo punto è netto. A una lettrice, Miss J. Burn, nel luglio 1956, scrive: “No, Frodo “fallì”. […] Ma bisogna guardare in faccia il fatto: il potere del Male nel mondo non è, alla fine, resistibile da creature incarnate, per quanto “buone”; e lo Scrittore della Storia non è uno di noi.”

Pochi mesi prima, rispondendo a Michael Straight, direttore della New Republic, aveva scritto che la Cerca “era destinata a fallire come piano per il mondo”. Quello che salva il mondo e Frodo è la pietà che lui e Bilbo avevano avuto per Gollum: risparmiarlo era stata, agli occhi di qualunque persona prudente, una follia, oppure una fede mistica nel valore ultimo della pietà e della generosità, “anche se disastrose nel mondo del tempo”. Per una “grazia”, scrive Tolkien, l’ultimo tradimento di Gollum arrivò nel momento esatto in cui era la cosa più positiva che chiunque potesse fare per Frodo: strappargli l’anello, e distruggerlo al suo posto.

Nel 1963, a un’altra lettrice, Eileen Elgar, Tolkien ammette che Frodo “fallì” come eroe, se lo si giudica come fanno le menti semplici: non resistette fino in fondo, cedette. E spiega perché, per lui, quella non fu una colpa morale: Frodo aveva dato tutto ciò che aveva, e nessuna creatura avrebbe potuto resistere all’ultima pressione dell’Anello.

 

Il costo della vittoria

Anche quando la vittoria arriva, Tolkien la fa pagare a chi l’ha voluta. Galadriel lo sa prima che la Compagnia riparta da Lórien: “Se tu fallisci, noi rimarremo inermi innanzi al Nemico. Eppure, se la tua Missione riesce, il nostro potere diminuirà, e Lothlórien dovrà svanire, spazzata via dalle onde del Tempo.”

Barbalbero lo sa quando gli Ent scendono su Isengard: “molto probabilmente stiamo marciando verso la nostra distruzione: l’ultima marcia degli Ent”. Ce lo aveva già raccontato qualche pagina prima, d’altronde: le Entesse non torneranno, e solo la speranza è rimasta ai Pastori degli Alberi.

 

E lo sa Frodo, che ai Porti Grigi spiega a Sam perché deve partire. In inglese la frase è questa: I tried to save the Shire, and it has been saved, but not for me. Ho cercato di salvare la Contea, ed è stata salvata, ma non per me. Fatica la rende alla lettera. Alliata scrive “ed è stata salvata, ma non per merito mio”, e così la frase, anche stavolta, dice un’altra cosa: diventa un atto di modestia, mentre Frodo sta parlando di una perdita. Lo chiarisce subito dopo: “qualcuno deve rinunciare, perderle, affinché altri possano conservarle”.

L’ultima pagina della storia di Aragorn e Arwen, nelle Appendici, è la più triste di tutte. Morto Aragorn, Arwen lascia Minas Tirith e va a Lórien, che è ormai deserta: Galadriel è partita, Celeborn se n’è andato, “e tutto era silenzio”. Si distende sul Cerin Amroth quando cadono le foglie dei mallorn, e lì resta, dimenticata dagli uomini che verranno.

A Michael Straight, che gli chiedeva perché i Portatori partissero dai Porti come chi ha vinto ma non possono godersi la vittoria, Tolkien rispose: “Sì: penso che i “vincitori” non possano mai godere la “vittoria”, non nei termini che avevano immaginato”.

 

Una sconfitta che non è disperazione

A questo punto si rischia l’errore opposto, cioè leggere Tolkien come uno scrittore della sconfitta e basta. La stessa lettera del 1956 che parla di lunga sconfitta parla anche degli “scorci della vittoria finale” che una leggenda può mostrare meglio della storia.

Húrin lo grida nella peggiore disfatta della Prima Era, la Nirnaeth Arnoediad, ultimo superstite della retroguardia, a ogni colpo d’ascia: “Aurë entuluva! Il giorno risorgerà!”. Settanta volte, prima di essere sepolto dagli Orchi e portato vivo da Morgoth.

 

Aragorn lo nomina sul letto di morte, rispondendo al dolore di Arwen: “In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi.”

In un dialogo che il Silmarillion non contiene, l’Athrabeth Finrod ah Andreth, Finrod distingue due speranze. La prima gli Elfi la chiamano amdir, “guardare in alto”: l’attesa di un bene che ha qualche fondamento in ciò che si conosce. La seconda è estel, “fiducia”, e ha un’altra origine: “Non è sconfitta dalle vie del mondo, perché non viene dall’esperienza, ma dalla nostra natura e dal nostro primo essere.”

È la stessa speranza che Tolkien chiamava, nella sua teoria narrativa, eucatastrofe: il lieto fine improvviso che non nega il dolore. Nel novembre 1944 la descrive a Christopher come una gioia che fa piangere, perché viene “da quei luoghi dove Gioia e Dolore sono una cosa sola, riconciliati”. C’è una frase molto simile anche nella descrizione della festa al Campo di Cormallen, quando ascoltando i bardi che ricordavano la sconfitta dell’Oscuro Signore, si dice che i cuori dei presenti vennero portati là dove “piacere e dolore sono una cosa sola, e le lacrime sono il nettare del godimento”.

In una lettera di qualche mese prima, sempre a Christopher, c’è forse la definizione più diretta di tutto questo. Parlando della guerra, della propaganda, dei grandi imperi, Tolkien scrive al figlio che loro due appartengono “alla parte sempre sconfitta, mai del tutto sottomessa”.

Il riassunto resta vero nel suo pezzo: nel Signore degli Anelli il Bene vince contro il Male. Ma vince una battaglia, dentro una storia che Tolkien sapeva più lunga, e la vince grazie a un fallimento e a una pietà. Sulle scale di Cirith Ungol Sam chiede a Frodo se i grandi racconti non abbiano mai una fine. “No, non terminano mai i racconti”, risponde Frodo. “Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando è terminata la loro parte.”

 

IMMAGINE

“Il passaggio degli Elfi”, di Spiros Gelekas

 

– Húrin

Fonti

Il Signore degli Anelli, traduzione di Vicky Alliata di Villafranca: libro I, cap. 2 “L’Ombra del passato”; libro II, cap. 2 “Il Consiglio di Elrond” e cap. 7 “Lo Specchio di Galadriel”; libro III, cap. 2 “I Cavalieri di Rohan” e cap. 4 “Barbalbero”; libro IV, cap. 8 “Le scale di Cirith Ungol”; libro V, cap. 9 “L’ultima discussione”; libro VI, cap. 9 “I Porti Grigi”; Appendice A, I, v, “Storia di Aragorn e Arwen”. Per il confronto, la traduzione di Ottavio Fatica (Bompiani, 2020) e il testo inglese.

Il Silmarillion, traduzione di Francesco Saba Sardi: cap. XX “La Quinta Battaglia, Nirnaeth Arnoediad” e la chiusa del cap. XXIV.

The Letters of J.R.R. Tolkien: n. 66 e n. 77 a Christopher Tolkien (6 maggio e 31 luglio 1944); n. 89 a Christopher Tolkien (7-8 novembre 1944); n. 109 a Stanley Unwin (luglio 1947); n. 142 a Robert Murray (dicembre 1953); n. 181 a Michael Straight (bozze, inizio 1956); n. 191 a Miss J. Burn (26 luglio 1956); n. 195 ad Amy Ronald (15 dicembre 1956); n. 246 a Eileen Elgar (bozze, settembre 1963).

Morgoth’s Ring (HoMe X), Athrabeth Finrod ah Andreth.

Traduzioni dall’inglese nostre.

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