Si sente dire spesso che la Terra di Mezzo è un’utopia senza economia monetaria: un mondo dove la ricchezza è oro di drago e tesoro di re, e dove nessuno paga e nessuno viene pagato. Tolkien Gateway, l’enciclopedia tolkieniana in lingua inglese, la registra fra gli equivoci più diffusi, e ricorda che già Robert Foster l’aveva segnalata.
L’idea ha una base. Nello Hobbit e nel Signore degli Anelli la parola denaro compare di rado, le transazioni si contano sulle dita, e la ricchezza, quando entra in scena, ha la forma del tesoro: l’oro di Smaug, la cotta di mithril. Sono oggetti da racconto, e nessuno ne conosce il prezzo.
Trenta soldi d’argento
A Brea, dopo la notte dell’attacco dei Cavalieri Neri, gli hobbit si ritrovano senza cavalcature e devono comprare un pony. L’unico in vendita è di Billy Felci, e il prezzo lo fa lui:
Il prezzo chiesto da Billy Felci era dodici soldi d’argento, almeno tre volte il valore corrente di un pony da quelle parti. […] Il signor Cactaceo lo pagò personalmente, e offrì a Merry altri diciotto soldi per compensarlo alla meglio degli animali andati persi. Era un uomo onesto e benestante, o perlomeno tale veniva considerato a Brea: tuttavia trenta soldi d’argento erano un colpo duro da ingoiare, ed esser preso in giro da Billy Felci rendeva il tutto ancora più penoso e sgradevole.
In poche righe Tolkien mette un prezzo di mercato, un venditore che lo triplica approfittando dell’emergenza, e un oste che sa con esattezza quanto gli è costata la notte. Poi aggiunge un dettaglio che nessuna utopia conterrebbe: a guadagnarci, alla fine, fu Omorzo Cactaceo, perché un solo cavallo era stato davvero rubato e gli altri furono ritrovati. Il pony comprato da Felci è Bill, e seguirà la Compagnia fino alle porte di Moria.
Tolkien sull’economia
Il 25 settembre 1954 Tolkien rispose a una lettera della scrittrice Naomi Mitchison, che aveva appena recensito il libro. Su un punto fu esplicito:
Non sono incapace di pensiero economico, né ignaro di esso; e credo che, per quanto riguarda i “mortali”, Uomini, Hobbit e Nani, le situazioni siano congegnate in modo che una plausibilità economica ci sia e si possa ricostruire: Gondor ha “terre cittadine” e feudi a sufficienza, con buoni accessi d’acqua e di strade, per provvedere alla sua popolazione; e ha evidentemente molte industrie, anche se vi si accenna appena.
Poco più avanti, nella stessa lettera:
Ma gli hobbit non sono una visione utopica, né vengono raccomandati come un ideale, nella loro epoca o in qualsiasi altra.
Le monete che hanno un nome
Di Gondor conosciamo anche le monete, da una sola nota di Tolkien pubblicata postuma ne I Popoli della Terra di Mezzo: il castar, che in noldorin si chiamava mirian, e il tharni, in noldorin canath, che ne valeva un quarto. Le abbiamo raccontate nella scheda sui Castar, insieme alle monete che Tolkien inventò e poi scartò mentre scriveva il primo capitolo del Signore degli Anelli: i ducati e i doppi draghi con cui Bilbo, in due stesure abbandonate, paga la sua festa.
Prima delle monete
Risalendo alla Prima Era le monete scompaiono, e resta lo scambio. In una nota del 1968 pubblicata poi in The Nature of Middle-Earth, Tolkien descrive i Sindar che vivevano fuori dai confini di Doriath: allevavano bestiame, coltivavano grano e prosperavano, perché a ovest il Doriath e a est i Nani erano pronti a comprare quanto potevano. I Nani, dal canto loro, coltivavano la terra solo nei periodi in cui restavano isolati e non potevano procurarsi il grano con il baratto.
La Terra di Mezzo ha prezzi e mercanti, e anche chi si lamenta dei prezzi. Tolkien li tiene sullo sfondo, in un capitolo di locanda e in una lettera a una scrittrice che lo aveva recensito.
- Tolkien Gateway, voce Misconceptions.
- Il Signore degli Anelli, libro I, cap. 11 “Un coltello nel buio”, traduzione di Vicky Alliata di Villafranca.
- The Letters of J.R.R. Tolkien, lettera 154 a Naomi Mitchison, 25 settembre 1954.
- The Peoples of Middle-earth (HoMe XII), “The Appendix on Languages”, p. 48.
- The Return of the Shadow (HoMe VI), “A Long-expected Party”, pp. 16 e 252.
- The Nature of Middle-earth, “Note on Elvish Economy”, pp. 297-98.
- Traduzioni dall’inglese nostre.




