Una frase circola da anni, in italiano e in inglese, sotto il nome di J.R.R. Tolkien:
“Il male non può creare nulla di nuovo, può solo corrompere o rovinare ciò che le forze del bene hanno inventato o fatto.”
Suona giusta. Dice una cosa che Tolkien pensava davvero, la dice con il suo peso, e chi ha letto il Signore degli Anelli crede di ricordarla. Eppure, Tolkien non l’ha mai scritta.
Il primo segnale è che il testo continua a cambiare
Una citazione autentica ha una lezione sola, perché a monte c’è una pagina stampata. Questa invece esiste in almeno tre forme che convivono:
Evil cannot create anything new, it can only corrupt and ruin what good forces have invented or made.
Evil cannot create anything new, they can only corrupt and ruin…
Evil is not able to create anything new, it can only distort and destroy…
Nessuna delle tre porta un numero di pagina, un titolo, una lettera. Convivono sulle stesse piattaforme, a volte sullo stesso sito, senza che nessuno si accorga che si contraddicono. È il comportamento tipico di una parafrasi che ha perso l’originale e ha cominciato a riprodursi per conto proprio.
Sara Brown, che dirige il programma di Language & Literature alla Signum University, ne ha rintracciato il primo passaggio su TV Tropes. Da lì la frase è arrivata a Goodreads, alle pagine di aforismi, ai poster. Goodreads, va detto, avverte che le citazioni le inseriscono gli utenti e non vengono verificate: l’avviso c’è, nessuno lo legge
.
Febbraio 2022
Dopo il trailer degli Anelli del Potere trasmesso durante il Super Bowl, la frase apocrifa inonda i commenti su YouTube. La usano gli spettatori arrabbiati per le scelte della serie, da Galadriel in armatura all’elfo dalla pelle scura. Compare in inglese e, in grande quantità, in russo. L’argomento è sempre lo stesso: Amazon non può creare, può solo corrompere ciò che Tolkien ha fatto.
Per difendere l’integrità del testo di Tolkien, i commentatori citavano una frase che in quel testo non c’è.
Il caso è stato documentato da TheGamer nel 2022. La studiosa Robin Anne Reid ha descritto lo stesso fenomeno su altri esempi: citazioni tolkieniane false, spesso prese dai film di Peter Jackson o da Goodreads, usate come prova di appartenenza da chi rivendica la fedeltà alla lettera. Marcel Aubron-Bülles cataloga casi simili dal 2013 nella serie Things J.R.R. Tolkien has never said, done, written or had anything to do with, che ritorna in più puntate di questa.
Le parole vere, e dove stanno
Il concetto è autenticamente di Tolkien. Nel romanzo compare due volte, e in nessuna delle due suona come un aforisma.
Frodo, nella Torre di Cirith Ungol, mentre discute con Sam di una faccenda molto concreta, cioè se gli Orchi mangino:
“No, mangiano e bevono, Sam. L’Ombra che li allevò sa solo disfare, non sa fare, creare cose nuove da sola. Non credo che abbia generato gli Orchi; non fece che rovinarli e depravarli, e se devono vivere, devono nutrirsi come gli altri esseri viventi.”
Frodo fa un’osservazione di zoologia che diventa teologia quasi per caso, in un momento in cui ha fame e paura.
Barbalbero, nel capitolo che porta il suo nome, liquida i Troll mentre spiega a Merry e Pipino quanto siano forti gli Ent:
“Ma i Troll non sono che pessime copie degli Ent, fatte dal Nemico all’epoca della Grande Oscurità, così come gli Orchi sono una cattiva imitazione degli Elfi.”
Anche qui il principio arriva di traverso, dentro un ragionamento su tutt’altro. È un vecchio artigiano che parla male del lavoro di un falsario.
La lettera che Tolkien non spedì
Nel settembre del 1954 Peter Hastings, che dirigeva una libreria cattolica a Oxford, scrive a Tolkien per dirgli che ha amato il libro e che però, secondo lui, in alcuni punti ha “oltrepassato il segno in materia metafisica”. Il primo esempio che porta è la battuta di Barbalbero sui Troll e sugli Orchi fatti dall’Oscuro Signore. Hastings obietta che il male è incapace di creare alcunché.
L’argomento che oggi circola come la grande massima di Tolkien sul male, nella sua forma documentata più antica, è l’obiezione che un lettore muove a Tolkien.
Tolkien non gli dà ragione, o almeno non del tutto. Nella lunga risposta che prepara spiega che, nel suo mito, Eru ha concesso agli spiriti più alti il potere di sub-creare, con la garanzia che ciò che fanno abbia la realtà della Creazione. Se Morgoth, dopo la caduta, si fosse messo a fare creature per sé, quelle creature esisterebbero davvero, come realtà fisiche e non come illusioni, per quanto malvagie: sarebbero i suoi peccati più grandi, l’abuso del suo privilegio più alto. . Esisterebbero perché Eru tollera che siano fatte, ed è questo, aggiunge, che gli impedisce di definirle irredimibili: «perfino gli Orchi diverrebbero parte del Mondo, che è di Dio e in ultimo buono». Altra cosa è che possano avere un’anima, perché fare anime è un potere che nel suo mito non si delega. Ed è qui che arriva la frase che somiglia all’apocrifo:
“Ho rappresentato almeno gli Orchi come esseri reali preesistenti, sui quali l’Oscuro Signore ha esercitato la pienezza del suo potere rimodellandoli e corrompendoli, non facendoli.”
“Ho rappresentato”: Tolkien descrive una scelta narrativa, e ne discute la tenuta con un libraio che gliel’ha contestata.
La lettera non partì mai. In cima al foglio Tolkien annotò: Not sent. E sotto, per spiegarsi: It seemed to be taking myself too importantly. Mi sembrava di prendermi troppo sul serio.
Il problema che non ha mai risolto
Nell’apocrifo “il male non può creare” è una conclusione, pronta per il poster. Nel lavoro di Tolkien è un vincolo, e per quasi un decennio lo costrinse a riscrivere l’origine degli Orchi.
Negli Annali di Aman, all’inizio degli anni Cinquanta, la soluzione sembra trovata. Melkor corruppe gli Elfi catturati e ne fece gli Orchi, “poiché nulla che avesse vita propria, né parvenza di vita, poté mai Melkor fare dopo la sua ribellione nell’Ainulindalë prima del Principio: così dicono i saggi”. È la versione che Christopher Tolkien sceglierà per il Silmarillion. Conta la clausola finale: così dicono i saggi. Non è l’autore che certifica, è una tradizione interna al mondo.
Sul dattiloscritto di quelle stesse pagine, suo padre annota a margine: Alter this. Orcs are not Elvish. Cambia questo. Gli Orchi non sono elfici.
Nel 1959 ci torna sopra con un breve saggio intitolato Orcs, che Christopher Tolkien definisce una registrazione del «pensare con la penna». Comincia così: “La loro natura e la loro origine richiedono maggiore riflessione. Non sono facili da far rientrare nella teoria e nel sistema”. E poi elenca il problema per punti.
“(1) Come mostra il caso di Aulë e dei Nani, solo Eru poteva fare creature con volontà indipendente e capacità di ragionare. Ma gli Orchi sembrano avere entrambe: possono cercare di imbrogliare Morgoth o Sauron, ribellarsi a lui, o criticarlo. (2) Dunque devono essere corruzioni di qualcosa di preesistente. (3) Ma gli Uomini non erano ancora comparsi, quando gli Orchi già esistevano.”
Tutto il lavoro successivo nasce da queste tre righe. Tolkien prova a uscirne facendo degli Orchi delle bestie di forma umanizzata, prive di spirito, a cui Melkor ha insegnato a parlare: il loro discorso sarebbe la ripetizione di “registrazioni” impresse in loro, e anche le loro parole ribelli e critiche sarebbero previste da chi le ha installate. Sul piano teologico la soluzione regge. Poi, nello stesso saggio, si corregge da solo: “Resta dunque terribilmente possibile che vi fosse una componente elfica negli Orchi”.
L’ultima strada, alla fine degli anni Cinquanta, è quella degli Uomini corrotti e incrociati lungo generazioni. Risolve il problema cronologico spostando l’operazione su Sauron, che ha la freddezza e la pazienza che a Melkor mancano, e che “fu spesso in grado di portare a termine cose concepite per primo da Melkor, che il suo signore non volle o non poté completare nella furiosa fretta della sua malizia”. In quel testo compare anche la formulazione più vicina all’apocrifo che Tolkien abbia mai scritto:
“Melkor era impotente a produrre alcuna cosa vivente, ma abile nel corrompere le cose che non procedevano da lui stesso, se poteva dominarle.”
E subito dopo l’argomento decisivo: se avesse davvero tentato di fare creature proprie, a imitazione o a scherno degli Incarnati, “come Aulë, sarebbe riuscito soltanto a produrre marionette”.
Christopher Tolkien commenta che questa sembra essere stata la posizione finale di suo padre. E aggiunge, in riga: “Ma, come sempre, non è così semplice”.
Una differenza che conta
La citazione falsa consola. Divide il mondo in forze del bene che inventano e un male che guasta, e lascia chi legge dalla parte giusta del confine.
Quella vera non consola affatto, perché ha una conseguenza che l’altra non dice. Se l’Ombra non può fare, allora tutto ciò che è orribile deve essere stato, prima, qualcosa di buono. Non esiste un nemico nato nemico. Ogni Orco è la rovina di qualcun altro: homo homini orcus.
- Il Signore degli Anelli, libro VI, cap. 1 “La Torre di Cirith Ungol”, e libro III, cap. 4 “Barbalbero”. Citazioni dalla traduzione di Vicky Alliata di Villafranca.
- The Letters of J.R.R. Tolkien, lettera 153 a Peter Hastings, settembre 1954 (bozza non spedita).
- Morgoth’s Ring (HoMe X): Annals of Aman §42-45 e la nota a margine a p. 80; “Myths Transformed”, testo VIII (Orcs, 1959) e testo X, con il commento di Christopher Tolkien.
- The Rings of Power’s Detractors Are Spreading False Quotes, TheGamer, 2022, con la ricostruzione di Sara Brown.
- Robin Anne Reid, Misquoting Tolkien, 2023.
- Traduzioni dall’inglese nostre.





