“Quando tornerà il Re”
Detto popolare di Gondor
Per quasi mille anni il trono del più grande regno degli Uomini nella Terra di Mezzo è rimasto vuoto. Non usurpato, né abbandonato: semplicemente vuoto, custodito da chi non vi si sarebbe mai seduto, in attesa di un ritorno che i più avevano ormai smesso di credere possibile.
Dal 2050 della Terza Era, infatti, il potere a Gondor è stato esercitato dai Sovrintendenti della Casa di Húrin, in attesa del Ritorno di un Re andato perduto a Minas Morgul. Ma come si è giunti a questa decisione, e perché solo al termine della Guerra dell’Anello l’erede di Isildur ha reclamato il proprio ruolo?
Si potrebbe rispondere che la fine della stirpe dei Re discesi da Meneldil figlio di Anárion è dovuta a tre disgrazie, avvenute una dietro l’altra, che nel giro di tre generazioni ha reso la scelta di un nuovo Re così difficile e rischiosa da preferire il governo dei Sovrintendenti.[1]prova

La prima disgrazia porta il nome di Ondoher. Il re cadde in battaglia contro i Carrieri insieme a entrambi i suoi figli, Artamir e Faramir, nella grande invasione che sconvolse Gondor a metà della Terza Era. Per la prima volta dalla fondazione del regno, la linea maschile diretta era spezzata: restava solo Fíriel, la figlia di Ondoher, andata in sposa ad Arvedui, ultimo re del Regno del Nord, ormai ridotto al solo Arthedain, e diretto discendente di Isildur.
Fu proprio Arvedui a rivendicare la corona, richiamandosi all’antica legge di Númenor, per cui lo scettro sarebbe dovuto spettare al figlio maggiore del re, uomo o donna che fosse, non essendovi più eredi maschi. Il Consiglio di Gondor rispose che nel Regno del Sud la corona era sempre appartenuta soltanto ai discendenti maschi di Meneldil, figlio di Anárion, e la assegnò invece a Eärnil, il capitano che aveva salvato il regno dagli Carrieri e che, pur di sangue reale, discendeva da un ramo collaterale della casata.
Arvedui non oppose resistenza, non avendone né la forza né la volontà di creare un incidente dinastico: ma quella rivendicazione, respinta e non dimenticata, sarebbe rimasta viva nella memoria dei suoi discendenti per quasi mille anni, fino ad Aragorn.

La seconda disgrazia arrivò con il figlio di Eärnil, Eärnur: un re valoroso in battaglia, ma privo di ogni interesse per il matrimonio o per una discendenza, più a suo agio tra le armi e i cavalli che tra le corti. Fu proprio lui a ricevere, per due volte, la sfida personale del Re Stregone di Angmar, ormai insediato a Minas Morgul, dopo che l’esercito di Gondor guidato da Eärnur stesso non lo scacciò dal suo Regno del Nord. La prima volta il Sovrintendente Mardil riuscì a trattenerlo. La seconda, Eärnur non volle sentire ragioni: partì con una piccola scorta di cavalieri verso le porte di Minas Morgul, e non fece mai ritorno.
Con la sua scomparsa si concluse la linea di Anárion. E qui si consumò la terza disgrazia, la più antica e la più determinante di tutte: cinque secoli prima, il regno era già stato lacerato dalla Lotta delle Stirpi, la guerra civile scoppiata quando Castamir usurpò il trono a Eldacar, giudicato da una parte dei nobili non abbastanza puro di sangue per regnare, essendo figlio di Valacar di Gondor e di Vidumavi, figlia del Re del Rhovanion Vidugavia.

Eldacar riconquistò infine la corona, ma la ferita non si rimarginò mai del tutto: i discendenti di Castamir trovarono rifugio a Umbar, legandosi a famiglie di Númenóreani Neri e dando probabilmente origine ai Corsari che per generazioni avrebbero tormentato le coste di Gondor. I Re, resi diffidenti da quel trauma, iniziarono a guardare con sospetto ogni parente troppo vicino al trono. Molti di sangue reale scelsero allora di allontanarsi da quella pericolosa vicinanza, sposando donne di stirpi non númenóreane o ritirandosi dalla vita di corte, così che ai tempi di Eärnur pochissimi discendenti di sangue puro erano ancora in vita. Nessuna pretesa, alla sua scomparsa, avrebbe potuto raccogliere un consenso pieno, e tutti temevano che riaprire quella contesa significasse riaprire la Lotta delle Stirpi stessa. Fu così che Mardil, che già reggeva il regno in assenza del re, continuò semplicemente a governarlo in suo nome: nacque così la lunga stirpe dei Sovrintendenti, custodi fedeli di un trono che avevano giurato di non occupare mai.

Fu in quel momento, e non prima, che l’attesa di Gondor si trasformò in qualcosa di più grande di una semplice reggenza politica: divenne un’abitudine dell’anima, tramandata di Sovrintendente in Sovrintendente fino a Denethor II, e infine in un modo di dire che i Guardiani della Città ripetevano quasi come una formula, senza più troppa speranza: quando tornerà il Re. Anche i simboli stessi della regalità, come la corona e il corno di Gondor, furono riposti in attesa, non distrutti né reclamati da nessuno, quasi a custodire fisicamente ciò che nessuno osava più custodire con la propria pretesa.
C’è qualcosa di profondamente tolkieniano in questa scelta collettiva: Gondor non scelse il caos né l’usurpazione, ma la pazienza. Preferì un trono vuoto e fedele a un trono occupato ingiustamente, anche a costo di attendere quasi mille anni. Non è la storia di un regno che ha perso il proprio re, ma di un popolo che ha scelto, generazione dopo generazione, di non tradire un’assenza pur di non tradire la verità.
Fonti: Il Signore degli Anelli, Appendice A, “I Re Numenoreani” – “Gondor e gli Eredi di Anárion” (Lotta delle Stirpi, morte di Ondoher, rivendicazione di Arvedui, incoronazione di Eärnil, le due sfide del Re Stregone a Eärnur); Appendice B, “Racconto degli Anni” (datazione degli eventi); Racconti Incompiuti, Parte Tre, “Cirion ed Eorl e l’amicizia tra Gondor e Rohan” – “Gli Uomini del Nord e gli Uomini dei Carri” (dettaglio della guerra contro i Carrieri).
- prova ↩
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