Doriath, Prima Era – Dagorlad, 3.434 S.E.
Vi sono re, nella Terra di Mezzo, che fondano città di pietra e innalzano torri destinate a durare nei secoli. E ve ne sono altri che scelgono la segretezza, la penombra delle foglie, e un regno che non si misura in mura, ma in sentieri, fiumi e alberi, seguendo la lezione dei Re Thingol nella Prima Era.
Oropher fu uno di questi.
Egli non fu un principe ricordato per aver preso parte alle alleanze e alla politica degli Eldar. Non prese parte ai consigli dell’Ovest, né cercò la sapienza di Valinor. Fu uno dei Sindar di Doriath, cresciuto all’ombra della regalità di Thingol e della protezione di Melian, e come molti della sua gente sopravvisse alla rovina del Beleriand scegliendo di non partire verso Occidente.
Una scelta che ci permette di conoscerlo meglio. Perché, tra coloro che rimasero, vi furono coloro che non cercavano la luce dei Valar né il ritorno a ciò che era stato perduto, bensì una forma diversa di esistenza, più semplice, più radicata nei luoghi e meno esposta ai grandi sconvolgimenti della Storia.
E così, Oropher si mosse verso est.

Prima che l’Ombra tornasse a distendersi apertamente sulla Terra di Mezzo, egli guidò un gruppo di Sindar oltre le Montagne Nebbiose, fino alla grande foresta di Boscoverde il Grande. Là, attorno all’anno 750 della Seconda Era, fu accolto dagli Elfi Silvani come loro re e fondò il Reame Boscoso.
Ma ciò che più colpisce non è tanto la fondazione di un nuovo regno, quanto il modo in cui egli scelse di regnarvi.
I Sindar che lo avevano seguito si mescolarono rapidamente agli Elfi Silvani, adottandone lingua, costumi e perfino i nomi. Non si trattò di una dominazione, né di una trasposizione della cultura di Doriath in una nuova terra, ma di una trasformazione volontaria. Oropher e la sua casa sembrano aver cercato deliberatamente un ritorno a una forma più antica e naturale dell’esistenza elfica, precedente all’influenza dei Valar e alle divisioni che avevano segnato gli Eldar.
In questo senso, egli rappresenta una figura profondamente diversa dai grandi signori dell’Ovest. Dove i Noldor avevano costruito città, accumulato sapienza e, insieme alla gloria, grande dolor, Oropher scelse il bosco e una regalità più discreta, quasi nascosta, ma non per questo meno autentica.

Il suo regno, inizialmente stabilito nel sud della foresta attorno alla collina di Amon Lanc, non rimase immutato. Nel corso della Seconda Era, via via che l’Oscurità cresceva, egli condusse il suo popolo sempre più a nord, in una serie di migrazioni che riflettono bene il suo carattere e le sue diffidenze.
Da un lato vi era il crescente potere dei Nani di Khazad-dûm, che egli guardava con sospetto perché non dimenticava che furono i Naugrim a cagionare la morte di Mantogrigio. Dall’altro vi erano figure come Celeborn e Galadriel, portatori di una visione elfica più nobile, legata all’eredità dell’Ovest di cui la figlia di Finarfin divenne custode. Oropher preferì allontanarsi da loro, evitando ciò che percepiva come una nuova forma di ingerenza.
Ma quando Sauron cominciò a rivelare nuovamente la propria forza, e la sua presenza si fece sentire nella Terra di Mezzo, Oropher reagì secondo la sua natura: non cercando lo scontro diretto, ma spostando il proprio popolo, adattandosi, cercando distanza. Alla fine della Seconda Era egli dimorava nelle valli occidentali degli Emyn Duir, mentre il suo popolo si estendeva nelle foreste fino all’Anduin.
E tuttavia, per quanto fosse incline a evitare le grandi vicende del mondo, non poté sottrarsi del tutto al loro corso.
Quando si formò l’Ultima Alleanza tra Elfi e Uomini, Oropher comprese che la minaccia di Sauron non poteva essere ignorata, né sconfitta solo attraverso segretezza e occultamento. E così, nonostante la sua natura indipendente, radunò un grande esercito e si unì alla guerra, affiancando le forze più esigue di Amdír di Lórien e contribuendo a formare un vasto contingente di Elfi Silvani.

Ma fu proprio in questa circostanza che emersero i limiti della sua indole, e del popolo che guidava.
Gli Elfi Silvani erano numerosi e valorosi, ma meno armati e protetti rispetto ai Noldor. E né Oropher né Amdír erano disposti a sottomettersi pienamente al comando supremo di Gil-galad. Questa scelta, che rifletteva la loro autonomia ma anche la menzionata diffidenza per le grandi stirpi dell’Ovest, ebbe conseguenze tragiche.

Nel primo assalto contro Mordor, Oropher si lanciò alla guida dei suoi uomini ancora prima che fosse dato il segnale di attacco. Fu un gesto di coraggio, ma anche di impazienza, che mostra come i Silvani, eccellenti nella guerriglia boschiva e nelle tattiche di aggiramento, non erano addestrati a sufficienza per una guerra aperta.
E così, alla testa dell’armata del Reame Boscoso, Oropher cadde durante le prime schermaglie. E con lui, nel corso della guerra, perirono molti dei suoi: si racconta che due terzi delle sue schiere non fecero ritorno a Boscoverde insieme a suo figlio Thranduil, che da allora gli succedette come Signore, e che poi diventerà padre del celebre Legolas Verdefoglia, membro dei Nove Viandanti. Così il re che aveva cercato per tutta la vita di tenere il proprio popolo lontano dai grandi disastri del mondo, trovò infine la morte proprio nel cuore di uno di essi.
Dopo la sconfitta di Sauron, a Thranduil che toccò il compito di governare un popolo segnato dalla perdita, ma ancora saldo nella propria identità.
In questo si può forse cogliere il vero significato della figura di Oropher.
Egli non fu un grande stratega né un re destinato a lasciare opere durature nel senso più visibile del termine. Ma fu uno di coloro che, dopo la rovina del Beleriand, scelsero consapevolmente un’altra via per gli Elfi della Terra di Mezzo: una via più semplice, più appartata, meno legata alle ambizioni e ai conflitti delle grandi stirpi.
Una via che non li salvò del tutto dalla guerra, ma che contribuì a preservare qualcosa di diverso: un modo di essere Elfi che, pur lontano dalla gloria di Valinor, rimase vivo nei boschi della Terra di Mezzo.
E forse è proprio per questo che il suo nome sopravvive, non tanto nelle grandi imprese, quanto nella memoria di un regno che non volle mai essere al centro del mondo, e che proprio per questo riuscì, almeno in parte, a sopravvivere alla sua fine. E a stringere con i Nani di Erebor e gli Uomini di Dale un’alleanza destinata a perdurare a lungo nel corso della Quarta Era.




