Cuiviénen, di Lída_Holubová

Cuiviénen, di Lída_Holubová

La storia di Ingwë →La storia di Oromë →

 

Sulla strada della Contea Frodo sente un canto in lingua elfica e riconosce subito chi lo canta: «Ma questi sono gli Alti Elfi! Hanno parlato di Elbereth!». Poi spiega agli altri Hobbit che nella Terra di Mezzo, a oriente del Grande Mare, ne sono rimasti pochissimi.

Gli Alti Elfi sono una parte degli Eldar, e gli Eldar sono una parte degli Elfi. Il nome ha una storia che comincia accanto a un lago, sotto le stelle, e un uso che cambia da un passo all’altro. Oggi ci chiediamo chi sono gli Eldar, quali sono le loro stirpi, che cosa distingue i Calaquendi dai Moriquendi, e come la divisione del popolo abbia diviso anche le loro lingue.

 

Il nome

I primi Elfi si svegliarono a Cuiviénen, accanto a un’acqua sotto le stelle, e per molto tempo non incontrarono altre creature che parlassero o cantassero. Si diedero un nome: Quendi, «coloro che parlano con voci». A trovarli fu Oromë, uno dei Valar, che cavalcava a caccia sotto i Monti dell’Est. Il suo cavallo Nahar si arrestò di colpo, e Oromë udì in lontananza molte voci che cantavano.

Oromë chiamò gli Elfi nella loro stessa lingua Eldar, «il Popolo delle Stelle». Il racconto aggiunge subito che quel nome, in seguito, fu portato soltanto da coloro che lo seguirono in Occidente. Il motivo è la chiamata dei Valar: gli Elfi, dapprima restii, mandarono a Valinor tre ambasciatori, Ingwë, Finwë ed Elwë, e al ritorno questi esortarono il popolo a partire.

Fu la prima scissione degli Elfi. Chi accettò l’invit o si chiamò Eldar. Molti rifiutarono, preferendo la luce delle stelle e i vasti spazi della Terra di Mezzo al suono del vento tra gli Alberi: sono gli Avari, «i Riluttanti», che da allora non si ricongiunsero agli Eldar per molte ere.

Nell’uso di ogni giorno gli Elfi di Aman chiamavano se stessi Eldar (in telerin Elloi). Quendi, la parola più antica e più larga, restò il termine dei dotti, dei racconti di un tempo lontano e degli scritti sui popoli e sulle lingue.

Il termine ha però due limiti. In senso stretto, gli Eldar sono gli Elfi che arrivarono a Valinor. Nell’uso più comune del racconto sono gli Elfi delle tre schiere che intrapresero la Grande Marcia, anche se non la portarono a termine. Le antiche cronache lo dicono con chiarezza: il nome indica le Tre Stirpi partite da Cuiviénen «che siano uscite o meno dalla Terra-di-mezzo», con l’esclusione degli Avari. Con questo secondo significato anche gli Elfi rimasti per strada, come i Sindar, sono Eldar.

 

Le tre stirpi

La Grande Marcia si dispose in tre schiere.

La prima a mettersi per via, la più ridotta, fu quella dei Vanyar, «i Chiari», guidati da Ingwë, supremo signore di tutta la razza degli Elfi. Il nome ricorda i capelli dorati. Ingwë entrò in Valinor e siede ai piedi delle Potenze; non tornò mai, e non rimirò mai più la Terra di Mezzo. I Vanyar sono cari a Manwë e Varda, e pochi tra gli Uomini hanno avuto a che fare con loro.

Vennero poi i Noldor, «i Sapienti», coloro che coltivano la conoscenza, il popolo di Finwë, chiamati anche Elfi Profondi. Divennero poi in Valinor amici di Aulë il Fabbro, e sono i protagonisti di gran parte delle antiche cronache, che ricordano le loro guerre e le loro sofferenze nelle Terre del Nord.

La più numerosa giunse per ultima: i Teleri. Indugiarono lungo il cammino, perché non tutti erano d’accordo sul passaggio dal crepuscolo alla luce di Valinor, e quelli che giunsero per ultimi alle sponde orientali erano innamorati del mare. Divennero gli Elfi del Mare, i Falmari, che intonavano musiche presso le onde. I loro due signori erano Elwë Singollo, «Mantogrigio», e suo fratello Olwë.

Le tradizioni più tarde conservano per le tre schiere nomi più antichi. Secondo la leggenda custodita sia dagli Elfi di Aman sia dai Sindar, le stirpi discendono da tre padri, Imin, Tata ed Enel, e da coloro che li seguirono; si chiamarono dapprima Minyar, Tatyar e Nelyar, i Primi, i Secondi e i Terzi. Dei 144 Elfi che si svegliarono per primi, 14 furono con Imin, 56 con Tata e 74 con Enel.

Gli storici dei Noldor ne ricavano anche i conti della Grande Marcia. Dei Minyar nessuno divenne Avaro. I Tatyar si divisero a metà: 28 partirono e 28 rimasero. Tra i Nelyar, 28 rimasero e 46 partirono; di questi 46, 20 giunsero ad Aman e 26 furono Sindar e Nandor. Ne risulta che gli Elfi rimasti nella Terra di Mezzo, i Moriquendi nella lingua di Aman, erano i discendenti di questi 82 contro i figli dei 62 che raggiunsero Valinor. I Noldor sostenevano anche che la maggior parte dei Teleri fosse Avara nel cuore, e i Teleri rispondevano lo stesso dei Noldor.

 

Chi arrivò e chi si fermò

Le tre stirpi, giunte nell’estremo Occidente ai tempi degli Alberi, sono dette dagli Elfi di Valinor Calaquendi, cioè Elfi della Luce.

Ma altri Eldar si misero in cammino e non arrivarono. Si perdettero lungo il viaggio, si sbandarono o indugiarono sulle sponde della Terra di Mezzo. Erano per lo più Teleri, e il loro cuore restò rivolto all’Occidente. I Calaquendi li chiamano Úmanyar, «quelli non di Aman», in opposizione a loro stessi, gli Amanyar, «quelli di Aman». Il nome si riferisce a un fatto geografico: non giunsero mai alla terra di Aman e al Reame Beato.

 

Calaquendi e Moriquendi

I Calaquendi chiamano Moriquendi, Elfi delle Tenebre, sia gli Úmanyar sia gli Avari. Le cronache ne riportano il motivo: costoro non videro mai la Luce che era prima del Sole e della Luna, la luce dei Due Alberi.

La distinzione riguarda quindi ciò che si è visto e dove si è vissuto, e dice poco sul carattere o sul valore. Lo mostra il caso dei Sindar: erano Moriquendi, e il Silmarillion lo scrive esplicitamente, ma sotto il governo di Thingol e grazie all’insegnamento di Melian divennero i più belli, i più saggi e i più abili di tutti gli Elfi della Terra di Mezzo.

Il termine poteva tuttavia pesare come un insulto. Si legge infatti che Caranthir, chiamando Thingol Elfo Scuro, lo fece con intenzione offensiva, tanto più perché Thingol era stato in Aman e «non era annoverato tra i Moriquendi», avendo egli visto con i propri occhi la luce di Valinor. Quando Turgon definisce Elfo Scuro il Sindar Eöl, intende dire che Eöl apparteneva ai Moriquendi.

Un saggio tardo sui nomi degli Elfi, scritto nel 1959-60, ricostruisce l’origine dei due termini e il modo in cui cambiarono. Le due parole, kala-kwendi e mori-kwendi, il popolo della Luce e il popolo dell’Oscurità, risalgono a prima della Separazione, al tempo in cui gli Elfi discutevano l’invito dei Valar. Le coniò la parte favorevole a Oromë: i Calaquendi erano quelli che desideravano la Luce di Valinor, i Moriquendi quelli che non volevano un luogo senza stelle. Già prima della partenza mori-kwendi poteva alludere alle nubi che oscuravano le stelle durante la guerra dei Valar e di Melkor, e portava con sé una punta di disprezzo: sembrava dire che quella gente non temeva le ombre di Melkor sulla Terra di Mezzo.

In Quenya, secondo lo stesso testo, Calaquendi indicava soltanto gli Elfi che vivevano o avevano vissuto in Aman, e Moriquendi tutti gli altri, avessero o no seguito la Marcia. I Moriquendi erano giudicati molto inferiori, perché non avevano conosciuto la Luce e non avevano acquisito la scienza e i poteri che dava l’amicizia dei Valar e dei Maiar.

Nel periodo dell’Esilio i Noldor cambiarono uso, perché il termine offendeva i Sindar. Calaquendi cadde in disuso, salvo nei testi dotti dei Noldor. Moriquendi fu riservato agli Elfi diversi dai Noldor e dai Sindar, cioè agli Avari e a quanti non erano da molto in Beleriand né sudditi di Elwë. L’antica distinzione, quando serviva, si faceva con i termini Amanyar e Úmanyar riportati sopra.

Le due fonti non si smentiscono: il Silmarillion fotografa l’uso più antico, quello in cui i Sindar sono Moriquendi, e il saggio racconta come l’Esilio lo rese inaccettabile. Anche i Sindar avevano parole proprie: celbin, che includeva tutti gli Elfi diversi dagli Avari e quindi anche loro, e moerbin, equivalente di Avari.

Nel Silmarillion, infine, l’Indice dedica ai Sindar un’ipotesi sul nome di Elfi Grigi: i Noldor potrebbero averli chiamati così perché i primi incontrati vivevano sotto i cieli grigi attorno al lago Mithrim, oppure perché non erano né della Luce né dell’Oscurità, ma «Elfi del Crepuscolo». Un’altra spiegazione rimanda invece al soprannome di Thingol, «Mantogrigio».

 

Gli Eldar della Terra di Mezzo

I Teleri che non arrivarono si divisero in più gruppi.

I Nandor, nome che si diceva significare «coloro che tornano sui propri passi», rifiutarono di superare i Monti Brumosi: a guidarli nel rifiuto fu Lenwë. Il saggio più tardo osserva che nessuno di loro, in realtà, sembra essere tornato indietro né essersi riunito agli Avari; molti si stabilirono lungo l’Anduin e alcuni vagarono verso sud. Una parte, guidata da Denethor, attraversò più tardi i Monti Azzurri e si stabilì nell’Ossiriand: sono gli Elfi Verdi, i Laiquendi. Gli altri rimasero nella valle dell’Anduin e nella Grande Foresta Verde, e sono gli Elfi Silvani.

I Sindar, gli Elfi Grigi, sono gli Elfi di origine telerin che i Noldor, tornati nel Beleriand, trovarono là. Tra di loro i Falathrim, gli Elfi telerin delle Falas, avevano per signore Círdan.

I Teleri che invece arrivarono ad Aman sono i Falmari, gli Elfi del Mare.

 

Le lingue

La divisione del popolo diventò divisione di lingue. Il Quenya è l’antica lingua comune a tutti gli Elfi, nella forma che assunse in Valinor: i Noldor la portarono nella Terra di Mezzo, e il Silmarillion la chiama anche Alto Eldarin, Alto Elfico, favella degli Elfi di Valinor, Alta Lingua dell’Occidente. Il Sindarin è la lingua degli Elfi del Beleriand, derivata dalla stessa favella comune e molto cambiata nel tempo rispetto al Quenya di Valinor.

La differenza si sentì al primo incontro. Quando i Noldor, tornati in Beleriand, trovarono gli Elfi Grigi nel Mithrim, il colloquio dapprima non fu facile, perché durante la lunga separazione le lingue dei Calaquendi di Valinor e dei Moriquendi del Beleriand si erano assai diversificate.

Poi venne l’editto di Thingol. Quando Angrod gli raccontò il sangue versato ad Alqualondë, il re ordinò che la lingua dei Noldor non fosse più parlata pubblicamente nel suo regno, finché sedesse sul trono, e che i Sindar non rispondessero a chi la usasse: chi vi ricorresse sarebbe stato considerato fratricida e traditore impenitente. I Sindar, informati del comando, rifiutarono da un capo all’altro del Beleriand la lingua dei Noldor e schivarono chi la parlava in pubblico. Gli Esiliati presero l’abitudine di servirsi del Sindarin nell’uso quotidiano, e l’Alta Lingua dell’Occidente fu parlata soltanto dai signori dei Noldor tra loro. Sopravvisse come favella sapienziale sui lidi del mare.

Il saggio tardo aggiunge la lingua dei Teleri. Gli Elfi Telerin non la consideravano un dialetto del Quenya e la chiamavano Lindarin o Lindalambë; il Quenya lo chiamavano Goldorin o Goldolambë (“Lingua dei Noldor”), perché avevano pochi contatti con i Vanyar, e lasciavano ai Noldor l’interesse per lo studio delle lingue. I dotti, tuttavia, includevano nel Quenya anche il dialetto dei Teleri, che restava comprensibile ai Vanyar e ai Noldor. Sui Sindar il testo precisa che, prima del ritorno dei Noldor, gli Elfi del Beleriand non conoscevano altra lingua che la loro, di ceppo telerin.

Per la lingua dei Nandor e per la storia delle lingue elfiche, dal Quenya primitivo all’Eldarin Comune, rimandiamo alla serie di approfondimenti sul sito.

 

Approfondimenti

 

Fonti

  • Il Silmarillion: «L’inizio dei giorni»; «L’avvento degli Elfi e la cattività di Melkor»; «I Sindar»; «I Noldor del Beleriand»; «Il ritorno dei Noldor»; «Il viaggio di Eärendil e la Guerra d’Ira»; Indice dei nomi (Avari, Calaquendi, Eldar, Elfi Scuri, Elfi Verdi, Elfi Silvani, Falathrim, Falmari, Nandor, Noldor, Quendi, Quenya, Sindar, Sindarin, Úmanyar, Vanyar).
  • The History of Middle-earth, XI (The War of the Jewels): «Quendi and Eldar» (1959-60), sezioni sui nomi Quendi, Eldar, Kalaquendi e Moriquendi, Telerin, Sindarin, Avari, Nandor e sui nomi delle tre stirpi.
  • Il Signore degli Anelli, trad. Vicky Alliata di Villafranca: Libro I, la scena degli Alti Elfi sulla strada della Contea (Frodo e Sam).
  • Racconti Incompiuti: Indice (Nandor, Elfi Silvani).

 

 

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