THE ROAD GOES EVER ON – A SONG CYCLE - Errantry [7]

Illustrazioni di Alan Lee per Errantry in Tales from the Perilous Realm, compilation di scritti che comprende Farmer Giles, The Adventures of Tom Bombadil, “Leaf” by Niggle e Smith of Wootton Major

Cari amici, ben ritrovati alla mini-rubrica dedicata a The Road Goes Ever On – a song cycle, la raccolta di canzoni legata all’universo di Arda.

Quest’oggi affrontiamo il settimo brano della raccolta (che era anche l’ultimo della prima edizione di RGEO), Errantry.

Unica canzone-poesia dell’originale song cycle a non far parte del Signore degli Anelli, Errantry (traduzioni italiane Alla Ventura o Il Cavaliere Errante, a seconda delle edizioni) fu scritta da Tolkien molti anni prima della pubblicazione del romanzo (c. 1931), e pubblicata originariamente il 9 novembre 1933 sull’Oxford Magazine. Successivamente apparve, con alcune modifiche, all’interno della raccolta di poesie Le Avventure di Tom Bombadil (1962). Nella Prefazione dell’autore, Tolkien la contestualizza per la prima volta come facente parte del Legendarium e del corpus poetico presente all’interno del Libro Rosso dei Confini Occidentali, attribuendone la composizione a Bilbo Baggins. Scrive infatti:

[“Errantry”] è un esempio di un altro genere che sembrava divertire gli Hobbit: una poesia o storia la cui fine riprende l’inizio, e può così essere recitata finché gli ascoltatori non si ribellano. Se ne trovano molti esempi nel Libro Rosso, ma gli altri sono più semplici e rozzi; la numero 3 [all’interno della raccolta Le Avventure di Tom Bombadil] è la più lunga ed elaborata e fu evidentemente composta da Bilbo, come indica chiaramente la relazione con quella, più lunga, da lui recitata (quale composizione) nella casa di Elrond. In origine filastrocca in versi, nella versione di Rivendell risulta trasformata e riferita, un po’ incongruentemente, alle leggende alto-elfiche e númenoreane di Eärendil, forse perché Bilbo ne aveva inventato lo schema metrico, e ne andava fiero. Tale schema non compare in nessun’altra poesia del Libro Rosso. La forma più antica – che è quella qui riportata – deve appartenere al periodo immediatamente successivo al ritorno di Bilbo dal suo viaggio.
Sebbene l’influenza delle tradizioni elfiche sia evidente, esse non sono trattate in modo serio, e i nomi usati (Derrilyn, Thellamie, Belmarie, Aerie) sono pure invenzioni in stile elfico, che in realtà elfiche non lo sono affatto.

In effetti la struttura della poesia ricorda da vicino il cosiddetto Eärendillinwë, ovvero il Canto di Eärendil (“Eärendil era un marinaio”) che compare nel capitolo “Molti incontri”, primo del Libro II del Signore degli Anelli. La natura “odisseica” del mito di Eärendil ben si sposa con il tema del “viaggio ricominciato”, sebbene ovviamente nel caso dell’eroe Mezzelfo esso sia stato trattato da Bilbo (con il contributo di Aragorn!) in maniera un po’ più seriosa.

Dal punto di vista stilistico si tratta di uno dei punti più alti e complessi della produzione poetica di Tolkien: il metro era effettivamente di sua invenzione (dunque, ancora più che in altri frangenti, Bilbo è in questo caso decisamente l’avatar di Tolkien): nella Lettera 133 il Professore spiega a Rayner Unwin che si tratta di una “forma metrica basata su assonanze o quasi-assonanze trisillabiche, è una cosa talmente difficile che tranne in questo caso non sono mai stato più capace di usarle nuovamente – quella volta mi è uscito di getto.” Nella medesima lettera Tolkien afferma di considerarla la sua poesia più affascinante (“most attractive”), e questo parere era condiviso anche da altri, come Warren Lewis (fratello di Clive Staples), che l’aveva recensita positivamente.

Per fornire un esempio di questo metro, e spiegare in cosa consista esattamente, analizziamo appena la prima strofa. Le stesse considerazioni possono essere avanzate anche per la versione presente nel SdA, “Eärendil Was a Mariner”, anzi per certi versi in quel caso siamo di fronte a un perfezionamento e ad una ancor maggiore raffinatezza, ma, come Tolkien stesso tendeva a fare, potremmo considerare quest’ultima come un’evoluzione della medesima composizione. Altro appunto: oltre alle assonanze, peculari e caratteristiche di questa poesia, è a quanto pare impossibile “sfuggire” alla figura dell’allitterazione, con la quale Tolkien si era già cimentato copiosamente ai tempi dei Lai del Beleriand. Ecco un esempio tratto dai primi otto versi di Errantry. Segnalo con grassetti le allitterazioni, con sottolineature le varie assonanze (es. passenger/messenger/mariner/had_in_her/provender/perfumed her/lavender sono tutte parole assonanti tra loro, così come anche gondola/load of ye-; oranges/porridge_for_his; marjoram_and/cardamom_and, etc), e indico eventuali cesure (|).

There was a merry passenger,
a messenger, | a mariner:
he built a gilded gondola
to wander in, | and had in her
a load of yellow oranges
and porridge for his provender;
he perfumed her with marjoram
and cardamom and lavender.

Calligrafia di J. R. R. Tolkien in Tengwar (inglese fonetico) con le prime strofe di Errantry, con traslitterazione a fronte

È notevole la densità di figure retoriche utilizzate, specialmente gli enjambement che, insieme al metro tetrametro giambico (unstressed/stressed) conferiscono un ritmo forsennato e travolgente, che sembra spingerci al viaggio insieme al protagonista della poesia.
In una lettera del 14 ottobre 1966 a Donald Swann (e stiamo finalmente arrivando a parlare dell’inserimento di questa poesia in The Road Goes Ever On!), citata da Christopher in The Treason of Isengard, Tolkien spiega, a fini di messa in musica e di recitazione, come deve essere concepita la poesia da un punto di vista performativo (traduzione mia):

It is of course a piece of verbal acrobatics and metrical high-jinks; and was intended for recitation with great variations of speed. It needs a reciter or chanter capable of producing the words with great clarity, but in places with great rapidity. The ‘stanzas’ as printed indicate the speed-groups. In general these were meant to begin at speed and slow down.
Except the last group, which was to begin slowly, and pick up at errand too! and end at high speed to match the beginning. Also of course the reciter was supposed at once to begin repeating (at even higher speed) the beginning, unless somebody cried ‘Once is enough’.

Si tratta ovviamente di un pezzo caratterizzato da acrobazie verbali e giochi metrici; ed era pensato per essere recitato con grandi variazioni di velocità. Necessita di un dicitore o cantante capace di pronunciare le parole con grande chiarezza, ma a tratti con estrema rapidità. Le “strofe” così come sono scandite nella stampa indicano i gruppi-di-velocità [Tolkien sta spiegando che ciascuna strofa, o gruppo di versi, costituisce una sorta di “unità ritmica”, quasi come se fosse un “sintagma” inscindibile, e va letta d’un fiato, con variazioni di velocità all’interno]. In generale per questi [gruppi] l’idea era quella di cominciare ciascuna strofa in velocità e poi rallentare. Eccetto che per l’ultimo gruppo, che doveva cominciare lentamente, e riprendersi a “errand too!” [v. 87] e concludersi a grande velocità per accordarsi con l’inizio. Inoltre, come è ovvio, all’epoca non era insolito che il dicitore cominciasse a ripetere (a velocità ancora più forsennata) la poesia dall’inizio, finché qualcuno non avesse urlato “Una volta è sufficiente!”.

Da questo racconto ironico possiamo notare come, ancora una volta, TUTTO per Tolkien è narrazione. Ogni qual volta si trova a spiegare ad altre persone elementi del suo mondo, vi si riferisce storicizzandoli, rendendoli reali, creando un contesto per accoglierli, e conferendo loro un realismo estremo, in cui Mondo Primario e Mondo Secondario si fondono. Nelle Lettere, nelle varie prefazioni alle sue opere, nella saggistica – lo fa costantemente. Tranne che in rari casi o in contesti particolari, non si riferiva mai alle sue composizioni parlando del proprio contributo creativo in prima persona, ma usava sempre espressioni come appunto “was intended for”, “were meant to”, “was supposed at once to”, come se amasse richiamarsi alle consuetudini del passato mitico oggetto dei suoi racconti, per dargli profondità e tridimensionalità. Non era semplicemente un vezzo da narratore, ma una dimostrazione della grande serietà con cui prendeva la sua creazione.

La storia testuale di Errantry è molto complessa, ed è stata ricostruita meticolosamente da Wayne G. Hammond e Christina Scull nella recente e straordinaria antologia delle Collected Poems of J.R.R. Tolkien (1910-1967). Nel corso degli anni Tolkien ha composto circa quindici versioni di questa poesia, e nelle ultime si può osservare il passaggio graduale dal “cavaliere errante”, fiabesco e semi-comico, presente in Errantry, all’eroe della mitologia del Silmarillion, Eärendil, man mano che la composizione si avvicina alla versione presente nel Signore degli Anelli. E dunque i paesi fittizi di Belmarie e Thellamie lasciano pian piano il passo a Tirion e al Carakilian (> Calacirian), il fantasioso fiume Derrilyn viene sostituito da Arvernien e dalle Falas, i fiabeschi nemici-insetti combattuti dal “merry passenger” (calabroni, libellule, bombi, api…) vengono man mano rimpiazzati da figure molto più fosche e inerenti il Legendarium, come Ungoliant.
In poche parole: durante la lunga evoluzione di questa poesia, che copre un arco di più di 30 anni, si passa dall’esplicita “silliness” di Errantry a quello che Tolkien titola The Short Lay of Earendel: Earendillinwe* [* Dedicheremo un futuro appuntamento a The Short Lay of Earendel, per approfondire quest’opera sia stilisticamente che narrativamente], composto addirittura anni dopo la pubblicazione del SdA.

 

 

Di seguito presento il testo completo della versione più celebre di Errantry [testo D, nelle Collected Poems], ovvero quella inclusa anche ne Le Avventure di Tom Bombadil, la stessa musicata da Donald Swann per The Road Goes Ever On.

There was a merry passenger,
a messenger, a mariner:
he built a gilded gondola
to wander in, and had in her
5        a load of yellow oranges
and porridge for his provender;
he perfumed her with marjoram
and cardamom and lavender.
He called the winds of argosies
10      with cargoes in to carry him
across the rivers seventeen
that lay between to tarry him.
He landed all in loneliness
where stonily the pebbles on
15       the running river Derrilyn
goes merrily for ever on.
He journeyed then through meadow-lands
to Shadow-land that dreary lay,
and under hill and over hill,
20     went roving still a weary way.
He sat and sang a melody,
his errantry a-tarrying;
he begged a pretty butterfly
that fluttered by to marry him.
25     She scorned him and she scoffed at him,
she laughed at him unpitying;
so long he studied wizardry
and sigaldry and smithying.
He wove a tissue airy-thin
30     to snare her in; to follow her
he made a beetle-leather wing
and feather wing and swallow-hair.
He caught her in bewilderment
with filament of spider-thread;
35     he made her soft pavilions
of lilies, and a bridal bed
of flowers and of thistle-down
to nestle down and rest her in;
and silken webs of filmy white
40     and silver light he dressed her in.
He threaded gems in necklaces,
but recklessly she squandered them
and fell to bitter quarrelling;
then sorrowing he wandered on,
45     and there he left her withering,
as shivering he fled away;
with windy weather following
on swallow-wing he sped away.
He passed the archipelagoes
50     where yellow grows the marigold,
where countless silver fountains are,
and mountains are of fairy-gold.
He took to war and foraying
a-harrying beyond the sea,
55     and roaming over Belmarie
and Thellamie and Fantasie.
He made a shield and morion
of coral and of ivory,
a sword he made of emerald,
60    and terrible his rivalry
with elven-knights of Aerie
and Faerie, with paladins
that golden-haired and shining-eyed
came riding by and challenged him.
65    Of crystal was his habergeon,
his scabbard of chalcedony;
with silver tipped at plenilune
his spear was hewn of ebony.
His javelins were of malachite
70    and stalactite – he brandished them,
and went and fought the dragon-flies
of Paradise, and vanquished them.
He battled with the Dumbledores,
the Hummerhorns, and Honeybees,
75     and won the Golden Honeycomb;
and running home on sunny seas
in ship of leaves and gossamer
with blossom for a canopy,
he sat and sang, and furbished up
80    and burnished up his panoply.
He tarried for a little while
in little isles that lonely lay,
and found there naught but blowing grass;
and so at last the only way
85    he took, and turned, and coming home
with honeycomb, to memory
his message came, and errand too!
In derring-do and glamoury
he had forgot them, journeying
90    and tourneying, a wanderer.
So now he must depart again
and start again his gondola,
for ever still a messenger,
a passenger, a tarrier,
95    a-roving as a feather does,
a weather-driven mariner.

Prime due pagine di spartito del brano musicato da Donald Swann (dalla prima edizione di RGEO)

 

Donald Swann racconta, nella prefazione alla seconda edizione di RGEO, di aver composto la musica per Errantry in un secondo momento rispetto ai primi sei brani inizialmente previsti per la raccolta, durante un tour negli USA. Lo aveva colpito la forte componente di musicalità della poesia, e la dinamica di accelerazioni e decelerazioni che il Professore gli aveva descritto per lettera, come abbiamo visto.
Lo musicò dandovi risalto, con indicazioni agogiche che diventano sempre più frenetiche (“with easy motion”, “misterioso”, pp but forcefully”, “detached”), e che a un certo punto, intorno al v. 84, “and so at last the only way / he took, and turned”, lasciano il posto a un “recitativo, non a tempo”: la musica rallenta, quasi fino a sparire, e il cantore comincia a recitare, piuttosto che cantare, con l’indicazione che dice “a little thoughtfully”, ed è in questo modo bizzarro che si arriva ai versi 88-90. Dal verso 91 la musica riprende, e con essa il cantato, nuovamente a tempo: il viaggio, dopo essere arrivato ad un punto morto e alla realizzazione della futilità di questo vagabondaggio senza meta, riparte con nuovo vigore.
È da menzionare anche il fatto che il tema principale del song cycle, già ascoltato in The Road Goes Ever On e in A Elbereth Gilthoniel, qui ricompare in una variante, ai versi 21-24 e 91-96 (finale).
Swann scrive (traduzione mia, mentre la traduzione di versi della poesia è quella di Bianca Pitzorno e Maria Teresa Vignolo – 1993):

Cominciai a vedere Errantry come il lungo bis di Bilbo. Egli racconta nuovamente la sua Odissea, ma il tono è diventato più leggero, più delicato, si potrebbe quasi dire più fiabesco.
Il testo di [questa poesia, inclusa ne Le Avventure di] Tom Bombadil ha il più complesso schema di rime che sia mai stato concepito. Bilbo è messo alla prova da questo tour de force, e chiede ai suoi compagni di aiutarlo. Questa mia forte sensazione ha prodotto le indicazioni sul coro che si possono ora osservare in Errantry. Sebbene Bilbo sia sempre presente, altre voci intervengono in versi individuali; brevi passaggi di armonie arricchiscono il suono qua e là, e infine conferiscono al brano una coda. Bilbo ha affrontato, combattuto ed esplorato. Arriva al punto più remoto, e lì, sulle “isolette solitarie” trova “solamente erbe del vento”. Comprende che tutto quel vagabondare ha fatto sì che dimenticasse il suo messaggio. Bilbo prende una lunga pausa… e poi ricomincia, essendo “ancor / viaggiator che troppo indugia”.

Ovviamente sappiamo che il personaggio della canzone non è propriamente Bilbo, ma che sarebbe diventato Eärendil, in seguito all’evoluzione concettuale della poesia.
Tuttavia è interessante che il brano, a discrezione degli esecutori, possa essere interpretato anche come canto corale, con una parte centrale e con parti accessorie per altri cantori secondari.

Con questo brano, il più lungo della raccolta (ben 4’48”), si concludeva la prima edizione di The Road Goes Ever On, essendo anche l’ultimo della registrazione effettuata il 12 giugno 1967 con la performance del cantante baritono William Elvin.
Dalla prossima volta vedremo i brani che Swann aggiunse in anni successivi, Bilbo’s Last Song e Lúthien Tinúviel, e che furono inclusi, tanto con testi e spartiti quanto con nuove registrazioni, nelle successive edizioni di RGEO.

 

Come sempre, allego alcuni media per l’approfondimento:

AUDIO:

1). Non esiste, ahimè, una registrazione di Tolkien che legge Errantry, ma lascio qui a mo’ di trivia una sua lettura della poesia eponima de Le Avventure di Tom Bombadil, con cui condivide in parte tono e stile: https://www.youtube.com/watch?v=i0f16xERFCc
2). Brano all’interno del song cycle (Donald Swann al piano, William Elvin alla voce): https://www.youtube.com/watch?v=YtH6ROfV7WA&t=750s

 

-Rúmil

 

 

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