Contributo ad una riflessione sulla Lingua in Tolkien come elemento identitario di una comunità
[riduzione di un articolo apparso in “Minas Tirith” #28 / settembre 2025, periodico della Società Tolkieniana Italiana, all’interno di “Tolkien Reading Day 2025, Compagnia e Comunità: Le comunità linguistiche in Arda” di Simone Lapan, Giorgio Todesco e Gianluca Comastri]
Nell’opera di J. R. R. Tolkien la Lingua occupa un ruolo decisamente centrale, non solo sul piano della costruzione di mondo per il suo Legendarium di Arda, ma come vera e propria categoria estetica (e dunque etica) che segna profondamente la narrativa, sostanzialmente determinandola nelle sue fondamenta. La stretta correlazione tra Mito e Linguaggio è stata osservata e analizzata da molti studiosi dell’opera tolkieniana (quali Verlyn Flieger e Carl Hostetter), nel tentativo di ricercare chiavi di lettura utili a comprendere l’ethos dei personaggi di questi racconti e delle società in cui operano.
Colgo l’occasione del tema proposto quest’anno dalla Tolkien Society per il Tolkien Reading Day, ovvero Fellowship and Community, per proporre una riflessione su come la Lingua costituisca, all’interno di opere narrative come Il Silmarillion e Il Signore degli Anelli, uno degli elementi fondamentali per la coesione e la “buona salute” di una comunità.
Quest’idea non solo rappresenta la base e la premessa di tutte le vicende della mitologia tolkieniana (la “diaspora” dei Quendi e le loro progressive scissioni linguistiche e culturali, man mano che migrano verso la Luce di Valinor durante la Grande Marcia all’alba della Prima Era), ma è vieppiù avvalorata dal modo in cui Tolkien qualifica il rapporto di ciascun popolo con la propria lingua: tanto più salutare, accorto e amorevole esso è, tanto più gli individui che lo compongono si dimostrano vicini alla Luce, non solo materialmente ma anche spiritualmente.
In questo modo è possibile osservare una scala di grigi, che va grossomodo dai Vanyar/Noldor (i primi più rigidi e più proni alla tradizione; i secondi più curiosi e più estrosi nell’invenzione linguistica) fino agli Orchi. Scrive infatti Tolkien nell’Appendice F:
Gli Orchi furono inizialmente allevati nei Tempi Remoti dall’Oscuro Potere del Nord. Pare che non avessero un loro linguaggio, ma che s’impadronissero di un gran numero di vocaboli degli altri idiomi, manipolandoli a modo loro; eppure non riuscivano a creare che dialetti brutali, appena sufficienti a esprimere ciò che era loro necessario, cioè maledizioni e bestemmie. Questi esseri pieni di malvagità, che odiavano persino i loro simili, svilupparono velocemente un numero tanto vasto di barbari dialetti quanto numerosi erano i loro vari gruppi e accampamenti, rendendo così estremamente difficile la comunicazione fra i membri delle diverse tribù.
Da queste parole è ancora più chiaro come la lontananza della Lingua dalla Luce generi caos e perdizione. L’assenza di amore per le parole, per la bellezza implicita nel linguaggio, al di là delle sue funzioni strettamente pratiche (la comunicazione), può condurre al furto (linguistico), alla storpiatura cacofonica, all’incomprensione, alla progressiva perdita di amor proprio.
Tolkien credeva fermamente che le lingue fossero opere d’arte, frutto di un lavoro collettivo e duraturo, portato avanti da innumerevoli generazioni di esseri umani, ciascuno all’interno della propria cultura e della propria comunità, ma in un costante e proficuo scambio con l’altro.
Un processo frutto del contributo di numerosissimi ignoti contributori, che egli considerava altrettanti “artisti”, guidati dalla propria sensibilità individuale; e riteneva che, proprio in virtù di questa “artisticità” della sua evoluzione, nel linguaggio potesse risiedere una qualche forma di Verità.
Certo, le parole possono essere vettori di azioni tanto meravigliose quanto terribili (pensiamo al Giuramento di Fëanor, altro momento in cui la coesione culturale, sociale e linguistica del popolo elfico, in special modo presso i fumantini Noldor, viene scossa fin nelle fondamenta – per mano dello stesso Elfo responsabile del celebre shibboleth, non a caso), ma al fondo del loro utilizzo non può che esservi il desiderio genuino e vitale di subcreazione: la passione e la cura amorevole nei confronti del Mondo, e la spinta creativa a nominare gli enti che vi fanno parte, per entrare in relazione dialettica con essi.
Del resto i Quendi, i primi Figli di Ilùvatar a calpestare la Terra di Mezzo, chiamarono così se stessi proprio in virtù della loro facoltà innata: quella di parlare con voci, ovvero con linguaggio articolato (dalla radice Quendiana Primitiva *KWENE, cfr. War of the Jewels, Quendi and Eldar). Già dalla loro prima comparsa, sulle rive di Cuiviénen, la Lingua fu per loro fonte e causa di coesione sociale, di fratellanza, e in ultimo di ispirazione poetica e di desiderio di emulare la bellezza del creato con la (sub)creazione artistica (specialmente nelle forme dell’arte del canto e della trasmissione orale delle storie, attraverso cui la Lingua svolgeva un ruolo di coinvolgimento dei vari membri della comunità, e contribuiva a legarla e cementarla). In seguito, prima ancora che i Quendi entrassero in contatto con i Valar, i servitori di Melkor cominciarono a seminare odio e terrore nei loro cuori; questi timori, suscitati a bella posta, furono la principale causa della diffidenza di una parte degli Elfi nei confronti del Vala Oromë e dell’invito delle Potenze dell’Occidente, e dunque determinarono indirettamente le successive Scissioni che divisero e frammentarono il popolo elfico, e con esso anche la sua lingua. La Lingua è dunque, in questo senso, un indicatore della forza culturale e della coesione sociale di un popolo.
Ma attenzione: sebbene nella narrazione mitica la “miccia” della paura e della divisione sia causata da un Male esterno, non vi è, da parte di Tolkien, alcun giudizio di valore negativo rispetto alla frammentazione e alla differenziazione del linguaggio in quanto tali. La diversità è anche fonte di ricchezza, come Tolkien ben sapeva. Egli amava troppo la varietà disponibile nel variegato scenario offerto dalle lingue del Mondo Primario per non riconoscergli un’implicita bellezza. O felix peccatum Babel! – commenta in chiosa alla conferenza English and Welsh.
Grazie alla certosina argomentazione offerta da Flieger nel suo fondamentale saggio Splintered Light (“Schegge di Luce”), sappiamo che Tolkien teneva in gran conto le teorie di Owen Barfield (suo conoscente e “collega” negli Inklings) riguardo allo sviluppo del linguaggio, espresse in Poetic Diction: A Study in Meaning (1928). Provo a sintetizzare, ai fini del nostro ragionamento:
Se il primo momento “traumatico”, ovvero la prima separazione della forma per tener dietro alla separazione del significato, rappresenta infatti la fuoriuscita dalla “fase mitica” dello sviluppo del linguaggio, le fasi successive di questa progressiva frammentazione danno luogo ad esiti che sono, appunto, frammenti, schegge del Λόγος originario, in un continuo rimescolamento e interscambio di significati e di forme. Questo processo non viene mai stigmatizzato a prescindere, ma se ne colgono anche gli straordinari elementi di fascino, e le opportunità altrimenti impensabili: se l’unità originaria non si fosse frammentata, la capacità definitoria, la precisione e varietà terminologica, sarebbero meno sviluppate; la maggiore versatilità nell’analisi del reale, per rispondere alla sua immensa multiformità e acquisirne conoscenza, sarebbe compromessa; la tendenza dell’individuo all’analogia e all’associazione libera data dall’osservazione non convenzionale del mondo sarebbe impossibile, e fenomeni linguistici/poetici come la metafora e l’aggettivo libero non avrebbero mai visto la luce.
È infine proprio nella ricomposizione dell’unità originaria, partendo dalle singole schegge, attraverso l’arte e la subcreazione, la sintesi dialettica e costruttiva tra la Parola e le parole, che l’intero processo acquisisce senso e compimento – un po’ come il Terzo Tema musicale di Ilúvatar, che, al termine del periplo di sofferenza e conflitto insito nella natura di Arda Corrotta a causa della Dissonanza, ritornerà inevitabilmente all’origine, per la maggior gloria del Creatore. Le conseguenze stesse di tale frammentazione non avranno fatto altro che contribuire ad accrescere questa Gloria.
La Comunità è il luogo in seno al quale questi processi non univoci si svolgono: è il luogo dei travagli, delle sconfitte, delle incomprensioni, dei conflitti, ma anche la sede dove si svolge l’agone intersoggettivo dell’attribuzione dei significati, per usare una terminologia peirceiana; è il luogo della cooperazione tra individui, della riconciliazione, dell’Eucatrastrofe.
La Lingua è cruciale in questo percorso di formazione dell’Io e della Comunità di individui, un percorso in cui, come dicevamo, l’Identità si può formare pienamente solo se entra in un rapporto dialettico e proficuo con l’Alterità, solo se ammette e tollera (anzi ama e preserva) l’esistenza di altre Identità comunitarie con pari dignità, con una propria Storia, con la propria Cultura, e portatrici della ricchezza che da queste deriva.
[…] la lingua – a maggior ragione come espressione che come comunicazione – è un prodotto naturale della nostra umanità. Quindi è anche un prodotto delle nostre individualità. Ognuno di noi ha il suo potenziale linguistico personale; ognuno di noi ha una lingua natia [“native language”]. Ma non è la lingua che parliamo, la nostra lingua materna [“cradle-tongue”], quella imparata per prima. Da un punto di vista linguistico tutti indossiamo dei vestiti preconfezionati, e la nostra lingua natia giunge raramente all’espressione, tranne forse stiracchiando il vestito perché si adatti un po’ meglio. Ma per quanto possa restare sepolta, non è mai estinta, e il contatto con altre lingue può smuoverla in profondità.
Queste sono affermazioni che Tolkien pronunciava nel 21 ottobre 1955, nella già citata conferenza English and Welsh, tenuta per un ciclo di O’Donnell Lectures.
Trovo estremamente importante riflettere su come la visione del Professore, che amava considerarsi un inglese della Mercia, un pagano convertito (e che percepiva per se stesso la definizione di “britannico” come un’appropriazione indebita e storicamente scorretta, e pertanto la rigettava recisamente), fosse tutt’altro che “nazionalista” o “sovranista”, nell’accezione becera e squallida che oggi attribuiamo a questi termini, e di cui osserviamo così tanti esempi guidati dall’ignoranza e dall’intolleranza.
Tolkien era un “patriottico” nel senso più salubre del termine: fortemente critico nei confronti dell’imperialismo inglese, riteneva che il ruolo che il Regno Unito si era assunto politicamente e storicamente avesse avuto come conseguenza quella di diluire l’inglesità della propria cultura (mentre non mancava di fare grossi danni nel resto del mondo) e di aver condotto la lingua inglese ad un conformismo e un’uniformità dannosi – essendo diventata “aspirante al disastroso onore di diventare la lingua franca del mondo”.
Il “patriottismo linguistico” di Tolkien è perfettamente espresso, per tornare al tema iniziale, dalle parole di Sjéra Tómas Sæmundsson, intellettuale islandese del XIX secolo che il Professore cita nella medesima conferenza:
“Le lingue sono i principali segni distintivi dei popoli. In effetti, nessun popolo giunge a esistere finché non parla una sua propria lingua; che le lingue scompaiano e scompariranno anche i popoli, o diventeranno popoli diversi. Ma questo non accade mai se non come risultato dell’oppressione e della sofferenza”.
-Rúmil




