Vecchio Uomo Salice, di Alan Lee

Vecchio Uomo Salicedi Alan Lee

Il Vecchio Uomo Salice è un Ent inselvatichito?

“Uno spirito grigio e assetato, imprigionato nel più grande salice della Foresta”
Tom Bombadil a proposito del Vecchio Uomo Salice

 

Old Man Willow, di John Ronald Reuel Tolkien
Old Man Willowdi John Ronald Reuel Tolkien

Chi legge per la prima volta l’episodio della Vecchia Foresta si porta dietro una domanda semplice: cos’è, esattamente, il Vecchio Uomo Salice?

Un albero maledetto e basta? Un Ent imbarbarito, tornato quasi del tutto pianta dopo secoli di solitudine? La tentazione è di infilarlo in una categoria già nota, magari proprio quella degli Ent, così affascinante da quando abbiamo conosciuto Barbalbero e i suoi fratelli a Fangorn.

 

Ma le fonti, su questo punto, restano deliberatamente vaghe, e la risposta più onesta è che nessuno ha mai voluto scioglierla del tutto.

Le antiche cronache raccontano che la Vecchia Foresta era un tempo parte di un’immensa distesa boschiva che ricopriva quasi tutta la terra alle origini del mondo, la stessa foresta primordiale a cui appartiene anche Fangorn. Ecco perché la domanda nasce spontanea: se gli Ent sono i pastori di quei boschi antichissimi, e il Vecchio Salice affonda le radici nella medesima eredità, non potrebbe essere anche lui uno di loro, per quanto isolato e reso ostile dal tempo e dalla solitudine?

 

Vecchio Uomo Salice, di John Howe
Vecchio Uomo Salicedi John Howe

Il punto è proprio nella distinzione tra pastore e gregge. Gli Ent non sono alberi: sono spiriti chiamati a proteggerli e guidarli, custodi consapevoli di una foresta che altrimenti non avrebbe voce.

 

Esiste però una via di mezzo, raccontata da Meriadoc dopo il suo soggiorno a Fangorn: gli Ucorni, alberi che, a contatto con gli Ent o semplicemente nel corso di ere sterminate, si sono in parte risvegliati, capaci di percepire, di muoversi, perfino di parlare con i loro pastori, ma senza mai raggiungere una piena coscienza. Quando nessun Ent li sorveglia più, dice Meriadoc, gli Ucorni diventano “bizzarri e selvaggi”: proprio quello che sembra essere accaduto nella Vecchia Foresta, tagliata fuori da millenni da qualunque presenza dei pastori degli alberi.

 

Il Vecchio Uomo Salice, allora, non è un Ent decaduto, ma potrebbe essere un rancoroso Ucorno, capace di piegare al proprio odio gran parte della Foresta. In alcune stesure preparatorie del racconto, Tom Bombadil lo descrive come “uno spirito grigio e assetato, legato alla terra”, imprigionato nel più grande salice del bosco: un’immagine che rafforza l’idea di una coscienza tradita e ristretta dentro il legno, più che di un pastore d’alberi rimasto semplicemente incolto.

 

C’è un dettaglio che vale la pena sottolineare, perché smentisce una lettura affrettata: il male del Vecchio Salice non discende da Sauron né da alcun signore oscuro. Quando un adattamento radiofonico lo dipinse come alleato di Mordor, Tolkien se ne dispiacque apertamente, chiedendosi perché non si potesse immaginare qualcosa di ostile agli Uomini e agli Hobbit senza doverlo per forza arruolare al servizio del Nemico.

 

L'Uomo Salice è domato, di Ted Nasmith
L’Uomo Salice è domatodi Ted Nasmith

Il rancore del Vecchio Salice è più antico e più intimo di qualunque guerra: è la gelosia accumulata da una foresta ferita per secoli da asce e fuoco, lasciata sola a covare la propria collera.

Ed è per questo che nemmeno Tom Bombadil gli fa alcun male, quando arriva a salvare Merry e Pipino imprigionati nella corteccia. Lo doma, lo rimprovera, ne contiene la malvagità, e poi lo invita a dormire, tenendolo a bada con il più dolce degli ordini.

 

Forse è proprio questo il senso più profondo dell’enigma: non tutto, nella Terra di Mezzo, è fatto per essere spiegato fino in fondo. Alcune ombre restano ombre, testimoni di un mondo più antico e più selvatico di quello narrato dalle antiche cronache.

 

 

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