
[DISCLAIMER: Questo articolo è stato pesantemente revisionato e riscritto, integrandolo con riflessioni e teorie che all’epoca della sua prima pubblicazione (risalente al 19 aprile 2023, sulla nostra pagina Facebook di Where Once Was Light Now Darkness Falls) non avevo ancora compiuto. Approfitto della sua ripubblicazione sui nostri canali social per implementare quelle modifiche anche qui sul sito, esponendo così la mia teoria sulla cornice narrativa del Silmarillion e su una ricostruzione – per me plausibile – di come sarebbe potuto apparire un eventuale “Prologo” al Silmarillion se mai J. R. R. Tolkien fosse riuscito a pubblicarlo in vita nel modo in cui voleva. Sono lieto di presentarvi la teoria da me denominata “NOTES ON TOL ERESSËAN RECORDS”. (Rúmil, 20/03/2026)]
Nell’intestazione al Lessico Gnomico che abbiamo esaminato la scorsa volta è presente l’indicazione dell’autore: ERIOL.
Chi conosce Tolkien sa benissimo che il meccanismo letterario dello pseudobiblion è uno dei preferiti dallo scrittore inglese per conferire profondità e credibilità al suo mondo.
Nelle intestazioni in Tengwar e Cirth a Lo Hobbit e al Signore degli Anelli, versioni originali, Tolkien stesso si identifica come il traduttore in inglese del Libro Rosso (cosa accennata anche nell’Appendice F del SdA), trasposto (e adattato) dall’Ovestron.
Altre opere presenti nella History of Middle-Earth (ad esempio gli Annali del Beleriand, gli Annali di Valinor e il Qenta Noldorinwa) sono invece “tradotti” dall’Old English (l’anglo-sassone, che Tolkien insegnò a Leeds e Oxford tra il 1920 e il 1959).
Per simulare questa “traduzione”, Tolkien compose delle versioni in anglosassone di alcuni brani tratti da queste opere (sostanzialmente realizzandone una traduzione attiva dalla versione inglese precedentemente redatta).
È plausibile ipotizzare che molti di questi testi, che nella finzione letteraria imbastita da Tolkien sono stati tramandati in Old English (probabilmente da Eriol/Ælfwine, per l’appunto), provenissero alla lontana da testi ancora più remoti redatti in lingue del Mondo Secondario; d’altro canto una parte consistente di manoscritti era certamente rimasta “non tradotta” dal copista medievale, almeno fino all’intervento di Tolkien stesso, in quanto redatta originariamente in quegli stessi idiomi parlati dai popoli che per primi avevano messo per iscritto queste storie, e così trasmessa fino al XX secolo.
Come nella migliore tradizione del mito, bisogna tener conto che questi testi vivono in virtù di una moltitudine di “trasmissori” e contributori, intervenuti in questo processo in varie epoche e in varie fasi della tradizione.
Per fare un esempio: nella “Nota sulla documentazione della Contea”, inserita in calce al Prologo del SdA nella riedizione del 1966, tra i redattori di una delle copie del Libro Rosso in circolazione nel periodo immediatamente successivo alla morte di Re Elessar viene menzionata la figura di Findegil, copista del Re di Gondor nel III sec. della Quarta Era.
Il contributo dei copisti Gondoriani al Libro Rosso è identificabile, ad esempio, in quei brani delle Appendici racchiusi da parentesi quadre: si tratta di integrazioni, glosse, approfondimenti, testimonianze ricostruite, che non facevano parte della prima stesura del volume, ma che sono state aggiunte in copie successive, più complete in quanto arricchite da punti di vista varii e da resoconti “accademici”. [Sebbene pare che alcuni testi inclusi nelle copie del Libro Rosso conservate nella Contea – come il “Thain’s Book”, ad esempio quelli che interessavano principalmente gli Hobbit, siano stati tralasciati in copie successive redatte dagli Uomini, e ne siano stati tramandati solo i titoli; un esempio di questo potrebbe essere “L’Erborista della Contea”, curato da Meriadoc Brandybuck.]
A partire da questo spunto e da altri simili (che Tolkien non manca di disseminare per l’intera sua opera), possiamo immaginarci, per pressoché ciascuno dei testi-fonte della mitologia di Arda, una tradizione scritta, di cui Tolkien non è che l’ultimo esponente nella ricostruzione filologica (e artefice di un’ulteriore operazione letteraria di adattamento).
Egli è un “lettore moderno” che si ritrova nella condizione di tramandare il classico “manoscritto ritrovato”: topos narrativo che noi lettori italiani conosciamo bene grazie ad Alessandro Manzoni (che infatti, dopo aver offerto un assaggio della prosa polverosa e barocca dello “scartafaccio secentesco”, si sobbarca l’impresa di parafrasarlo e adattarlo nel contenuto).
Tolkien porta questo meccanismo ad un livello ancora più complesso e raffinato, in cui interviene non solo il puro “device letterario”, ma anche un’impalcatura linguistica (derivata dalla sua passione per le “conlang“– constructed languages) e una dettagliatissima costruzione di mondo, in un tripudio di pluristratificazione e multidisciplinarità.
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Man mano che Tolkien ha perfezionato e reso sempre più complessa e coerente questa costruzione narratologica, con l’emergere di una quantità sempre maggiori di elementi (specialmente i nuovi concept sopraggiunti durante la stesura del Signore degli Anelli, tra il 1937 e il 1949-50), è diventata chiara l’idea di un filo rosso continuo tra i vari redattori della materia mitologica, che conduce dalle tradizioni Elfiche a quelle Umane (attraverso il contributo hobbit di Bilbo, con le sue “Traduzioni dall’Elfico”); e tutto questo materiale sarebbe stato infine trasmesso, in forma sia orale che scritta, all’ignoto marinaio anglo Eriol/Ælfwine.
Secondo questa idea, dunque, esisterebbe una catena ininterrotta di copisti/redattori/narratori, che va dal Mondo Primario al Mondo Secondario; parte dalla Terza/Quarta Era (a cui risale il Libro Rosso, che raccoglie e organizza anche la materia dei Giorni Antichi, relativi alle origini mitiche di Arda e alle prime due Ere) e procede fino ad arrivare alla Settima (quella attuale, cfr. Lettera 211).
Nel periodo intermedio tra l’epoca del SdA e noi (e dunque durante la Sesta Era, se seguiamo sempre la “nomenclatura” tolkieniana) si colloca anche il periodo delle Grandi Migrazioni del Nord Europa del IX-X secolo d.C.
A quest’epoca apparteneva senz’altro anche il fantomatico redattore del “Libro d’Oro”, che sarebbe proprio il nostro Eriol/Ælfwine. [Un’altra versione vorrebbe che il “Libro d’Oro degli Elfi” (Parma Kuluina) fosse stato semplicemente trascritto da Ælfwine, non più un protagonista attivo della vicenda, ma un testimone e un cronista. In tal caso si tratterebbe di un testo originariamente elfico, e perciò scritto nella lingua degli elfi.]
In un caso o nell’altro, per essere riuscito a trasmettere queste storie, Ælfwine entrò probabilmente in contatto con manifestazioni residuali della cultura autoctona delle Isole Britanniche (sopravvissute alle numerose invasioni che Tolkien enumera nei suoi schemi, tra cui la più tremenda fu senz’altro quella dei Rúmhoth, i Romani).
Beneficiando di un contatto diretto con gli Elfi, come ci viene raccontato nella cornice narrativa dei Racconti Perduti e nel frontespizio del Qenta, Ælfwine evidentemente recepì materiali sia in Elfico che in Ovestron, ne tradusse una parte nella propria lingua (l’anglosassone) e tramandò tutto ciò ai propri discendenti, in primis Heorrenda.
Così, questa catena di tradizioni scritte arriverebbe fino a Tolkien stesso, che si è ritrovato tra le mani un corpus misto di testi anglosassoni (traduzioni a loro volta) e in lingua “originale” Ovestron (quelli che Ælfwine non ha fatto in tempo a tradurre? Ad esempio il “Libro Rosso”?), probabilmente accompagnati da una “stele di Rosetta” (una grammatica, un glossario, un lessico Ovestron-Anglosassone…) lasciato dal suo predecessore; ed è grazie a questi strumenti che sarebbe riuscito a tradurre le parti relative al “Libro Rosso”, ancora intatte.
Questa ricostruzione, che tenta di “salvare capra e cavoli”, ovvero sguazza tra fasi concettuali diverse del Legendarium di Arda, non è altro che una mera teoria (di cui mi assumo interamente la responsabilità!). Il suo scopo principale è riuscire a conciliare:
(1) l’affermazione di Tolkien secondo cui il testo originale del Libro Rosso sarebbe arrivato a lui ancora in Sôval Phârë, la Lingua Comune degli Hobbit e degli Uomini parlata nella Terza/Quarta Era di Arda (è difficile non considerare questo dato, dal momento che Tolkien, ad esempio nella “Nota sulla Traduzione” in Appendice F al SdA, si dilunga sull’onomastica dell’Ovestron);
(2) il concept del marinaio anglo che traduce in anglosassone il Libro d’Oro (che contiene il “Silmarillion” con annessi e connessi), e dunque la cornice narrativa del “Silmarillion” stesso, che Tolkien non arrivò mai a completare, men che mai a integrare nelle leggende che componevano il suo magnum opus;
(3) la “genealogia filologica” di questi testi, che contempla una continuità senza soluzione tra Mondo Primario e Mondo Secondario, e dunque tra lingue “inventate” e lingue “reali”.
[Dell’intento, da parte di Tolkien, di costruire delle lingue che potessero plausibilmente essere considerate come le “antenate” delle nostre, passando dal proto-indoeuropeo, vi sono numerose prove, in primis etimologiche all’interno delle lingue medesime, ma non è questa la sede per trattare questo argomento.]
Immaginando un testo che desse conto di questo complesso processo, e che Tolkien avrebbe forse potuto inserire in testa al Silmarillion (se mai fosse riuscito a pubblicare in vita il suo “Silmarillion ideale”, comprensivo di testi poetici, annalistici, linguistici, saggistici e filosofici); immaginando, dicevo, un “Prologo” che raccontasse la genesi di questo Silmarillion attraverso la vicenda del suo ritrovamento, si potrebbe soprannominare questa teoria “NOTES ON TOL ERESSËAN RECORDS”, con chiaro riferimento al precedente costituito dal Prologo del SdA del 1966.
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Per spiegare la scelta di questa denominazione, a questo punto del nostro discorso trovo utile compiere una digressione proprio su Tol Eressëa, l’Isola Solitaria, al fine di chiarire ulteriormente lo statuto del redattore intermedio (Ælfwine) di queste leggende, in rapporto alla cornice narrativa del Silmarillion e alla sua collocazione spazio-temporale.
Nel corso della vita di Tolkien, infatti, la concezione dell’Isola Solitaria è cambiata diverse volte: nella fase del cosiddetto “Early Legendarium”, quando Tolkien desiderava ancora che le proprie storie costituissero un corpus mitologico legato precipuamente all’Inghilterra e ai suoi legami mitici con gli Elfi, Tol Eressëa coincideva con la Gran Bretagna stessa, come dimostra anche la poesia “The Lonely Isle” (1916, pubblicata nel 1924 nella raccolta “Leeds University Verse 1914-24”). L’Isola Solitaria era fisicamente il luogo che in seguito all’evento cataclismatico/escatologico del “Faring Forth” (la “Partenza”, nella traduzione italiana) sarebbe stato ancorato a largo delle coste nord-occidentali dell’Europa (con Ossë che, cercando inutilmente di trattenerla e riportarla nell’Occaso, avrebbe fatto separare la propaggine occidentale, facendola diventare l‘Isola di Iverin: l’odierna Irlanda).
Le tre città principali dell’isola, fondate in origine dagli Elfi, sono Kortirion, Tavrobel e Taruithorn. Queste, nel corso delle Ere successive agli eventi presentati nella cornice dei Racconti, DIVENTANO rispettivamente le città inglesi di Warwick, Great Haywood e Oxford.
In questa fase concettuale la visita di Eriol e la sua interazione con la cultura Eressëana sono strettamente legate agli eventi che porteranno infine alla disfatta degli Elfi e al progressivo abbandono di questa terra (dopo la Battaglia della Brughiera della Volta Celeste). Addirittura, in una delle versioni abbozzate da Tolkien tra il 1916 e il 1917, Eriol è il diretto responsabile dell’innesco anticipato (e prematuro) del Faring Forth, a causa del suo egoistico capriccio di fare ritorno in patria (per nostalgia di casa), nonostante il divieto di Meril-i-Turinqi. Infatti il ritorno gli era precluso per aver assunto il limpë, la bevanda benedetta degli Elfi. Come scrive Christopher, tuttavia, “nulla indica che queste idee abbiano mai oltrepassato lo stadio esplorativo”.
[In un’altra versione ancora la terra di Luthany (Lúthien) non è un’isola ma una penisola. Vi vivono i discendenti di Re Ing (da cui poi il nome “Inghilterra”), i quali sono un popolo amico delle “fate”. In questa ipotesi sono le continue invasioni di popoli feroci e avversi alle creature delle vecchie leggende a causare la risoluzione estrema, da parte del popolo di Ing, di distaccare la loro patria dalla terraferma, ricavando uno stretto di mare laddove prima Luthany era collegata al continente da un istmo, e creando così l’”Isola Solitaria”.]
In una fase di poco successiva (intorno al 1920), il personaggio di Eriol lascia il passo a Ælfwine d’Inghilterra, sebbene queste figure siano inevitabilmente correlate e, per certi aspetti, sovrapponibili. È una cifra assolutamente tolkieniana, quella di procedere per accumulo di idee, senza che una concezione sorpassi del tutto la precedente: anche in questo caso la “fase Ælfwine” non è nettamente separata dalla precedente (la “fase Eriol”), ma teniamo pur sempre conto che di tutto ciò non esistono altro che schemi approssimativi e vecchi appunti. Per quanto riguarda l’Isola Solitaria: è stata utilizzata nei Giorni Antichi come “traghetto” per le schiere elfiche trasportate in Valinor, pertanto si trova effettivamente a Occidente, al di là del Mare, e le città elfiche di Kortirion, Tavrobel e Taruithorn che sorgono su di essa sono ISPIRATE alle loro più antiche controparti britanniche (sorte dunque nell’Europa nord-occidentale all’epoca in cui era ancora la “Terra di Mezzo”) di Warwick, Great Haywood e Oxford. Questa versione della storia, pur con le dovute modifiche, e con l’esclusione del legame con la storia dell’Inghilterra che caratterizzava fortemente la visione di Tolkien fino all’inizio degli anni ’20, è sostanzialmente la visione di Tol Eressëa valida fino al periodo del Signore degli Anelli.
La mia “teoria” comporterebbe un parziale ritorno alla prima concezione: il marinaio Eriol/Ælfwine (che potremmo “stabilizzare” intorno al X secolo d.C.) non ha mai passato l’Oceano, ma semplicemente il Mare del Nord (essendo un anglo nella stagione di migrazioni verso le Isole Britanniche ciò sarebbe anche coerente con la sua origine). Ha quivi incontrato una comunità di Elfi (gli ospiti di Mar Vanwa Tyaliéva, la Casetta del Gioco Perduto), praticamente gli ultimi testimoni rimasti di ciò che sopravvive della Terra di Mezzo nord-occidentale (ovvero le vestigia della Contea e dei Porti! ormai “ridotte” a Gran Bretagna e Irlanda), dove sono ancora conservate delle copie vetuste dei testi tramandati dai Fairbairn della Marca Occidentale (“Belpiccolo” o “Bellinfante” a seconda delle traduzioni), tra cui una copia del “Libro Rosso” e delle “Traduzioni dall’Elfico” di Bilbo Baggins e discendenti, redatti in Ovestron (con inserti in altre lingue parlate nella TdM in quell’epoca preistorica), e probabilmente altri testi di tradizione elfica o gondoriana con la trascrizione delle leggende dei Giorni Antichi. Eriol/Ælfwine avrebbe appreso tutto ciò di prima mano, imparando la lingua Elfica e la lingua Ovestron direttamente dai suoi ospiti, e avendo pertanto la possibilità di tradurre una parte (quella riferita alle leggende più antiche) di questo immenso corpus mitico all’interno del “Libro d’Oro”, e di trascrivere e tramandare il resto.
Se mai Tolkien fosse riuscito a completare il “Silmarillion” in vita, mi piace pensare che avrebbe scritto un “Prologo” (in maniera non dissimile da quanto fatto per Il Signore degli Anelli), in cui avrebbe raccontato questa storia, completando il resoconto offerto nel Prologo del SdA e rivelando finalmente come fosse riuscito a tradurre le parti del Libro Rosso riferite alle storie di Bilbo e Frodo da una lingua praticamente preistorica come l’Ovestron: attraverso l’aiuto di risorse allegate all’opera di trascrizione effettuata da copisti intermedi, intorno al X secolo d.C.
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Tornando al principio (mi scuso per la lunga digressione), anche se ad una fase ancora primitiva nella concezione del Legendarium, nel caso del Lessico Gnomico e del suo frontespizio siamo di fronte ad una “doppia traduzione”: Eriol ha trasmesso una nutrita lista di vocaboli gnomici, tratta dalla sapienza degli Elfi di Tol Eressëa, Gilfanon (> Pengolodh) su tutti, apponendo delle didascalie esplicative nella propria lingua, l’anglo-sassone o Old English, e Tolkien, in quel di Withernsea nel 1917 ha tradotto in inglese il lemmario anglo-sassone di Eriol.
Sulla storia di Eriol, affascinante quanto complessa, rimando al Libro dei Racconti Perduti, di cui è il principale punto di vista, e che, a proposito di pseudobiblia, riferirà nel Libro d’Oro (di cui i Racconti Perduti stessi non sono che una “traduzione” riadattata, come abbiamo appena discusso).
Siccome questa è una rubrica dedicata ad argomenti linguistici, vorrei soffermarmi un attimo sui nomi e soprannomi di Eriol, così come compaiono nell’intestazione del GL.
Riporto pertanto la loro traduzione etimologica, e farò poi qualche appunto:
- Eriol [= (Qenya/Quenya) “Colui che sogna da solo”]. Soprannome elfico.
- Sarothron [= il Navigatore, o il Viaggiatore] (Gnomico: da sarothod o sarothwad “viaggiatore, navigatore” o più propriamente “straniero (venuto) da oltreoceano”).
- Angol [= “terra tra i due mari”, oppure “scogliere di ferro”]. Soprannome datogli dagli Elfi di Tol Eressëa in lingua Gnomica.
- Ottor [= (anglo-sassone) “lontra”]. Nome proprio di Eriol nella sua patria natìa.
- Wǽfre [= (anglo-sassone) “irrequieto, vagabondo”]. Soprannome autoattribuito da Eriol nella propria lingua.
Analizziamo un attimo queste traduzioni facendo uso delle informazioni stesse riportate nel GL (e anche nel Lessico Qenya, QL).
Che questo sia un assaggio di ciò che in futuro affronteremo con delle traduzioni complete di frasi del corpus Quenya o Sindarin.
Nel GL, s.v. Angol, viene detto che Eriollo in Qenya ha lo stesso significato di Angol in Goldogrin, e si riferisce a una regione continentale delle Grandi Terre settentrionali. È molto complicato qui anche solo accennare alla storia di questo enigmatico personaggio, ma limitiamoci a dire che in questa fase della mitologia Eriol proveniva probabilmente dall’odierna Danimarca (cfr. Angeln nella penisola danese, la terra da cui gli Angli giunsero in Inghilterra nel V sec. d.C.).
Il soprannome dato al marinaio Ottor dagli Elfi, Eriol/Angol, fa riferimento sia alla “terra tra i mari” del nord, sia alle nere “scogliere di ferro” tipiche della sua patria. Il significato di “colui che sogna da solo”, coerente con l’etimologia anche del Quenya posteriore, è così tradotto nel testo de La Casetta del Gioco Perduto, il racconto introduttivo della raccolta, in cui facciamo la conoscenza di Eriol, appena giunto a Tol Eressëa, e dei suoi ospiti.
Ma com’è possibile questa doppia etimo per il Qenya?
Si dà il caso che in Qenya, come riportato in QL, esistano due radici distinte, ERE-(1) “restare solo” ed ERE(N)(2) “ferro o acciaio”. Combinate rispettivamente con OLOR “sogno, sognare” e ollŏ, oldō (GL, s.v. ol [< ôl], ôla, ovvero le parole Qenya corrispondenti per “scogliera”), formano due nomi congruenti, ma dai diversi significati. Non è l’unico caso in cui una cosa del genere succeda, evidentemente gli Elfi (e quindi Tolkien) amavano particolarmente giocare non solo con i “nomi paranti”, ma con gli stessi significati delle parole, associandone diversi quando riuscissero a combinarli con le qualifiche del soggetto designato.
Bibliografia di riferimento:
- The Lord of the Rings (1955; 1966).
- The Book of Lost Tales. Part I (1983) e Part II (1984), ed. Christopher Tolkien.
- i·Lam na·Ngoldathon. The Grammar and Lexicon of The Gnomish Tongue tratto da Parma Eldalamberon 11 (1995) ed. Gilson – Wynne – Smith – Hostetter.
- Qenyaqetsa. The Qenya Phonology & Lexicon tratto da Parma Eldalamberon 12 (1998) ed. Gilson – Hostetter – Wynne – Smith.
-Rúmil




