L'EVOLUZIONE DELLA LEGGENDA - Il Frontespizio del Quenta Silmarillion degli anni ’30 e la tradizione letteraria del “Silmarillion”

Continuando nel nostro excursus della HoME, dopo aver passato in rassegna, seppur in maniera non sistematica e a volte presentando esclusivamente alcuni estratti, vari brani di poesia (le poesie correlate ai Racconti Perduti e i due Lai del Beleriand), saggi (Ambarkanta e Lhammas), racconti vari (il Qenta Noldorinwa, le varie serie di Annali, La Strada Perduta, l’Ainulindalë), vorrei ora soffermarmi su un tipo di testo diverso, che trovo molto interessante per fare un po’ il punto sull’evoluzione della leggenda all’epoca in cui ci troviamo con le ultime opere analizzate (metà anni ’30 circa): il frontespizio che si accompagna al QUENTA SILMARILLION, ovvero l’ultima stesura del “Silmarillion” cui Tolkien mise mano prima di accantonarlo – seppur non del tutto – per diversi anni, per lavorare al Signore degli Anelli.

Nel corso della composizione del suo romanzo più famoso, che durò oltre 14 anni (tra la fine del 1937 e i primi anni ’50, allorché cominciò la revisione in vista della pubblicazione, avvenuta tra il luglio del 1954 e l’ottobre del 1955), Tolkien non smise mai di espandere il suo universo, peraltro strettamente correlato al romanzo che stava scrivendo, come riconobbe in una riflessione contenuta nella famosa Lettera 124 (1950) a Stanley Unwin:

My work has escaped from my control, and I have produced a monster: an immensely long, complex, rather bitter, and very terrifying romance, quite unfit for children (if fit for anybody); and it is not really a sequel to The Hobbit, but to The Silmarillion. […] I am tired. It is off my chest, and I do not feed that I can do anything more about it, beyond a little revision of inaccuracies. Worse still: I feel that it is tied to the Silmarillion.

Tolkien dunque accusava pesantemente il colpo per aver lavorato a un romanzo così lungo e complesso, e che per di più si trascinava dietro quell’immenso retroterra di leggende (ancora non pubblicate! e la cui esistenza era nota solo ad alcuni stretti conoscenti o corrispondenti del Professore) in costante divenire.

Ciò che era successo a questo proposito è ben noto: quando Tolkien aveva iniziato a scrivere Lo Hobbit non era affatto consapevole che quel piccolo romanzo sugli Hobbit – e il suo colossale sequel – sarebbero entrati a far parte dello stesso universo delle leggende che andava componendo da vent’anni. La sua intenzione originaria era sempre stata quella di pubblicare il “Silmarillion”, in una forma che stava ancora cercando di mettere a punto. I due romanzi, ambientati sul finire della Terza Era della Terra di Mezzo, sbocciarono quasi dal nulla, ma ben presto furono inevitabilmente ricondotti allo stesso immaginario che aveva fatto scaturire i vecchi Racconti Perduti, e così “inglobati” nel medesimo Legendarium, e divennero in un certo senso il “punto d’arrivo”, almeno in termini cronologici, del suo universo di finzione. Pertanto Tolkien si trovò nel dilemma di dover spiegare a tutti i lettori che si stavano immergendo nel SdA le basi conoscitive essenziali, il complesso di storie e racconti sottostanti, cosa che tentò di fare attraverso le Appendici. Ma ovviamente non poteva bastare, perché ciò che sarebbe realmente occorso per raccontare tutto era ovviamente Il Silmarillion.

Il primo progetto di pubblicazione del “Silmarillion” era stato avanzato all’indomani del successo dello Hobbit: Tolkien aveva sottoposto alla Allen & Unwin e ai pareri di lettura dei suoi “outside readers” una serie di materiali (ne parla Christopher in un’appendice a I Lai del Beleriand):

  • Farmer Giles of Ham
  • Long Poem
  • Mr Bliss
  • The Gnomes Material
  • The Lost Road

È curioso notare come con “long poem” gli editori si riferissero al “Gest(e) of Beren and Lúthien” (ovvero una versione del Lai del Leithian), mentre con “the Gnomes Material” ci si riferisse probabilmente proprio alla stesura che Tolkien aveva allora (1937) in corso del Quenta Silmarillion. La faccenda si concluse come era inevitabile che fosse: il materiale fu considerato impubblicabile e oltremodo complesso, almeno così come si presentava, ovvero come un caos disordinato e privo di contestualizzazione. Sarebbe stato molto meglio avere, per esempio, un sequel diretto del romanzo che in quel momento tanto spopolava (Lo Hobbit): perché non scrivere un’altra storia sugli Hobbit…?

E adesso sappiamo come mai Tolkien intorno al 1937 mise da parte (ma non per sempre!) la materia dei Giorni Antichi. Abbiamo già detto che questa non abbandonò mai la sua mente del tutto, anzi aveva già “contaminato” l’ambientazione dello Hobbit, e ovviamente avrebbe imbevuto prepotentemente, come appunto lui stesso ammetteva a posteriori, anche l’intero impianto del SdA.

Passo ora al motivo per cui desidero presentarvi in questa rubrica il frontespizio di quest’opera rifiutata e accantonata per così tanto tempo.

Leggendo questi titoli, questo schema dell’opera, queste “note editoriali” (scritte da Pengoloð, da Ælfwine o entrambi), possiamo a mio parere avere un glimpse sull’idea che Tolkien aveva della propria letteratura e della “compresenza” dei testi che aveva composto per tutto il corso della propria vita fino ad allora. Praticamente ogni lavoro cui aveva messo mano viene qui menzionato come “fonte interna” di questa sorta di epitome o compendio che dovrebbe essere il Quenta Silmarillion: si cita il Parma Kuluina (il “Libro d’Oro” di Tavrobel > Tathrobel), e nessuno di noi fa fatica a rivedervi i Racconti Perduti, o una loro rielaborazione priva di cornice (o con una cornice in prima persona scritta direttamente da Eriol/Ælfwine?); si citano gli Annali (sia di Valinor sia del Beleriand), che avevano impegnato Tolkien nel decennio precedente; si cita il Lhammas, che abbiamo recentemente trattato su questa rubrica – sebbene in seguito Tolkien lo depennerà dallo schema dell’opera “Silmarillion”, è indubbio che facesse parte del complesso di fonti inerenti alla sua materia, essendo stato tra l’altro redatto dal medesimo autore in-universe (Pengoloð)…

Insomma, quello che intendo mettere in evidenza è l’idea che ogni opera composta all’interno di quel mondo, per quanto contraddittoria forse in alcuni dettagli (sottoposti continuamente a labor limae, anche dal punto linguistico, ça va sans dire), dovesse essere integrata in un sistema unico di corpus leggendario, con una serie di autori e copisti in-universe, veri e propri avatar dell’unico autore (che è Tolkien, ovviamente!), di cui fanno le veci.

Tolkien si era anche preoccupato di tracciare gli “anelli mancanti” tra la composizione originale di queste storie e la propria attività di “adattamento” per il pubblico moderno (idea che non lo ha mai più abbandonato, vedasi il suo auto-indicarsi come “traduttore del Signore degli Anelli“), ovvero le redazioni in Antico Inglese da parte di Eriol/Ælfwine!

Tolkien scrisse personalmente in Anglosassone alcuni estratti degli Annali di Valinor e del Qenta Noldorinwa, nonché alcune liste di nomi anglosassoni concepiti come adattamenti di nomi propri in Qenya/Gnomico di entità (personaggi, luoghi) della Terra di Mezzo. [Entrambi questi ultimi testi menzionati sono stati pubblicati in La Formazione della Terra di Mezzo]. Questi scritti, cui si riferisce anche una nota in calce al preambolo che vi sto per presentare, avrebbero dovuto costituire ciò che Ælfwine materialmente scrisse per tramandare le storie ascoltate in Tol Eressëa e ricevute dalle testimonianze degli Eldar (in primis Gilfanon > Pengoloð, ovviamente).

Ecco, la sensazione che secondo me tutti noi “dovremmo” avere leggendo Tolkien è, almeno in parte, quella di un sistema unico di leggende; e non di numerose stesure slegate tra loro di una medesima opera, come se si trattasse di diversi tentativi (seppur tutti piuttosto creativi e interessanti) andati a vuoto di raccontare una storia.

Si dà il caso che questo sistema risultò “sconvolto” e in parte compromesso proprio dall'”intromissione” del SdA nell’equazione. Tuttavia la mente che produsse, anni più tardi, nuove versioni ancora di quelle stesse storie, era fino a prova contraria la stessa, l’approccio era lo stesso. E dunque è verosimile pensare che l’ambizione, naturale per un autore che ha trascorso buona parte della propria esistenza a cesellare un mondo di finzione, a ricondurre ogni cosa a un principio unico (per quanto ricolmo di contraddizioni, correzioni, dietrofront… Ma in fondo, quale corpus mitologico ne è privo?), sia stata parte integrante del processo che ha portato a queste creazioni, anzi sub-creazioni.

Senza annoiarvi ulteriormente con altre mie considerazioni, vi lascio a frontespizio, schema e preambolo al Quenta Silmarillion degli anni ’30, pubblicato in La Strada Perduta e Altri Scritti nel 1987.

[Frontespizio]

Il
Quenta Silmarillion
quivi
Qenta Noldorinwa o Pennas inGeleidh
o
Storia degli Gnomi

Questa è una breve storia tratta da molti racconti ben più antichi; giacché l’intera materia in essa contenuta era un tempo, e ancora lo è tra gli Eldar dell’Ovest, narrata in maggior dettaglio in altre storie e canti. Ma molti di questi non sono stati rammentati da Eriol, o dal suo tempo gli uomini li hanno perduti nuovamente. Il presente Racconto fu dapprima redatto da Pengolod di Gondolin, e Ælfwine lo volse nella nostra lingua com’era nei suoi giorni, senza aggiungere nulla, disse, salvo spiegazioni di alcuni, pochi nomi.

[Titolo e schema dell’opera]

Il Silmarillion [ > I·Eldanyárë, “La Storia degli Elfi” o Silmarillion, “Dei Silmaril”]
Il racconto dei Tre Gioielli, i Silmaril di Fëanor,
in cui viene raccontata in breve la storia degli Elfi
dalla loro venuta fino al Mutamento del Mondo

    1. Qenta Silmarillion, o Pennas Hilevril [ > Pennas Silevril]
      A cui si aggiungono
      Le casate dei principi degli Uomini e degli Elfi
      Il racconto degli anni
      Il racconto delle battaglie

    1. Gli Annali di Valinor Nyarna Valinóren [ > Yénië Valinóren / Inias Valannor > Inias Balannor]

    2. Gli Annali del Beleriand Nyarna Valarianden [ > Inias Veleriand > Inias Beleriand]

    3. Il Lhammas o Relazione sulle Lingue

[Preambolo]

Silmarillion
Nota di Ælfwine
Queste storie furono scritte da Pengolod il Saggio di Gondolin, sia in quella città prima della sua caduta, sia in seguito a Tathrobel sull’Isola Solitaria, Toleressëa, dopo il ritorno in Occidente. Nel foggiarle, egli si servì molto degli scritti di Rúmil il saggio Elfo di Valinor, innanzitutto negli annali di Valinor e nella relazione sulle lingue, e adoperò altresì le cronache custodite nel Libro d’Oro.

[Nella versione dattiloscritta questa prima parte della nota è leggermente diversa:

Queste storie furono scritte da Pengolod il Saggio di Gondolin, sia in quella città prima della sua caduta, sia in seguito a Tathrobel sull’Isola Solitaria, Toleressëa, dopo che gli Elfi furono tornati in Occidente. Nel foggiarli, egli si servì molto degli scritti di Rúmil il saggio Elfo di Valinor, riguardanti questioni differenti dalle guerre del Beleriand; e adoperò altresì le cronache custodite dagli Elfi di Eressëa nel Libro d’Oro.]

L’opera di Pengolod l’ho mandata in gran parte a mente e trasposta nella mia lingua, un poco durante il mio soggiorno in Occidente, ma la gran parte dopo il mio ritorno in Gran Bretagna.

þus cwæþ Ælfwine Wídlást:
Fela bið Westwegum werum uncúðra,
wundra and wihta, wlitescyne lond,
eardgeard ylfa ond ésa bliss.
Lýt ǽnig wát hwylc his longað síe
þám þe eftsíðes yldu getwǽfeð.

Nota del traduttore
Le storie sono qui riportate nell’inglese dei giorni nostri, tradotte dalla versione di Eriol di Leithien, come lo chiamavano gli Gnomi, ovvero Ælfwine degli Angelcynn. Gli altri materiali che Ælfwine trasse direttamente dal Libro d’Oro, insieme al racconto del suo viaggio e del suo soggiorno a Toleressëa, sono riportati altrove.

[Annotazione a matita accanto alla Nota del traduttore:]

Esistono tuttora degli esemplari (non qui)
(a) dell’originale forma e scrittura eressëana
(b) degli annali come scritti da Ælfwine in antico inglese

Frontespizio del Quenta Silmarillion

Tratto dal Quenta Silmarillion, in La Strada Perduta e Altri Scritti, V volume della Storia della Terra di Mezzo

Nel prossimo appuntamento vedremo alcuni esempi tratti dalle ETIMOLOGIE, il lemmario più importante e onnicomprensivo di questa fase del Legendarium.

-Rúmil

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