L'EVOLUZIONE DELLA LEGGENDA - Ósanwë-kenta (5/5)

Cari amici, proseguiamo il nostro percorso di scoperta dell’Ósanwe-kenta, il saggio filosofico sulla trasmissione del pensiero nell’universo di Arda. Per chi volesse recuperare i post precedenti ecco i link:

PARTE 1: https://www.raccontiditolkien.it/osanwe-kenta-1-5/

PARTE 2: https://www.raccontiditolkien.it/osanwe-kenta-2-5/

PARTE 3: https://www.raccontiditolkien.it/osanwe-kenta-3-5/

PARTE 4: https://www.raccontiditolkien.it/osanwe-kenta-4-5/

Vi lascio all’estratto senz’altro:

Chi fra gli Eldar pensa che la cattività di Melkor (che fu ottenuta con la forza) sia stata stolta o illegittima? Eppure la decisione di assaltare Melkor, non semplicemente di resistergli, di andare contro la violenza con l’Ira mettendo in pericolo Arda stessa, fu presa da Manwë solo con riluttanza. E considerate: in questo caso l’uso legittimo della forza che cosa ha prodotto di bene? Lo ha rimosso per un po’ ed ha sollevato la Terra di Mezzo dalla pressione della sua malizia, ma non ha estirpato il suo Male, poiché non poteva farlo. A meno che, forse, Melkor non si fosse effettivamente pentito. Ma non si pentì, e nell’umiliazione divenne vieppiù vile nella sua vendetta. L’azione più debole ed imprudente di Manwë, sembra a molti, fu il rilascio di Melkor dalla sua prigionia. Da lì vennero grandi perdite e dolori: la morte degli Alberi, e l’esilio e le pene dei Noldor. Eppure attraverso queste sofferenze venne pure, e forse non sarebbe potuta venire in altro modo, la vittoria dei Giorni Antichi: la caduta di Angband e l’ultima sconfitta di Melkor.

Chi può allora dire con sicurezza che se Melkor fosse stato trattenuto in ceppi ne sarebbe scaturito minor male? Anche nella sua diminuzione il potere di Melkor è al di là della nostra comprensione. Eppure il peggio che potesse accadere non è una qualche rovinosa esplosione di disperazione. Il rilascio avvenne in accordo con la promessa di Manwë. Se Manwë avesse rotto la promessa per fini suoi propri, anche se ancora con l’intenzione di fare il “bene”, avrebbe intrapreso un passo sul sentiero di Melkor. Quello è un passo molto pericoloso. In quel momento e con quell’atto egli avrebbe cessato di essere il vice-gerente dell’Uno, diventando solo un re che si avvantaggia su un rivale che ha conquistato con la forza. Ed allora preferiamo che ci siano stati i dolori che ci sono effettivamente stati; oppure avremmo preferito che l’Antico Re perdesse il suo onore. Passando così, forse, ad un mondo diviso fra due orgogliosi signori che lottano per il trono? Di questo possiamo essere certi, noi figli di piccola forza: ognuno dei Valar avrebbe potuto intraprendere il sentiero di Melkor e diventare come lui: uno è stato più che sufficiente.”

Tratto da Ósanwe-kenta in La Trasmissione del Pensiero e la Numerazione degli Elfi.
Trad. di Lorenzo Gammarelli.

 

 

Melkor e Manwë in un art di Ylieke on tumblr

Giunti a questo ultimo appuntamento dedicato all’Ósanwe-kenta, non posso far altro che rimarcare quanto abbiamo detto in introduzione a questo testo: la dimensione trascendente in Tolkien è molto pronunciata, anzi fondamentale per comprendere i termini del mondo da lui descritto. Nel finale di questo saggio, Tolkien, attraverso le sagge parole di Pengolodh, traccia un vero e proprio what if, e le sue conclusioni sono piuttosto nette: replicare al Male con i suoi stessi strumenti non è mai la via giusta. Lo scenario alternativo in cui si ipotizza cosa sarebbe successo se Manwë avesse prolungato ad aeternum la punizione di Melkor è spaventoso e non desiderabile.
Cosa ci ricorda tutto ciò? Ovviamente la vicenda del Signore degli Anelli, e l’ipotesi paventata da Gandalf, nel capitolo II del SDA, “L’ombra del passato”, su un suo eventuale possesso dell’Unico Anello – a fin di bene:

“Con quel potere, il mio diventerebbe troppo grande e troppo terribile. E su di me l’Anello acquisterebbe un potere ancor più spaventoso e diabolico […] Non mi tentare! Non desidero eguagliare l’Oscuro Signore. Se il mio cuore lo desidera, è solo per pietà, pietà per i deboli, e bisogno di forza per compiere il bene. Ma non mi tentare! Non oso prenderlo, nemmeno per custodirlo senza adoperarlo. Il desiderio sarebbe troppo irresistibile per le mie forze. Ne avrei tanto bisogno: grandi pericoli mi attendono”.

Il “fin di bene” sarebbe stato dunque pervertito al Male, non solo in virtù dei poteri di un artefatto irrimediabilmente malvagio, e dipendente dalla volontà del suo padrone, ma anche a causa del fatto che sono le SCELTE che ciascuno di noi compie a qualificarci, e a provocare o risparmiare sofferenze e dolori, eventualmente; non i FINI da noi perseguiti. Come dice lo stesso Gandalf a Frodo, sempre nel medesimo capitolo: “Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”.

Tornando a Manwë e Melkor: se Manwë avesse deciso, con il fine di risparmiare sofferenze agli Elfi, che egli amava, di ergersi contro Melkor, abusando della sua autorità, avrebbe messo a serio rischio la tenuta del mondo, come spiega molto bene Pengolodh nell’ultimo paragrafo.
Il Male è stato invece sconfitto, sì a costo di gravi sofferenze, ma senza scendere a patti con esso. Senza scadere nell’idea che “il fine giustifichi i mezzi”. Ed è un’idea che Tolkien sarebbe tornato a raccontare altre volte, per esempio nella vicenda degli Anelli del Potere; dunque si tratta di un concetto profondamente embricato nella visione trascendente e ontologica di questo mondo, nonché una riflessione e un monito nei riguardi di un certo tipo di relativismo e di “negoziabilità” della morale. Tolkien rifiutava tutto ciò, e, come abbiamo già rimarcato, non siamo obbligati certo a pensarla come lui su tutto e al 100%, ma, se vogliamo entrare in relazione con questo autore in maniera intellettualmente onesta e con un’attitudine matura e consapevole, occorre leggerlo per ciò che ha realmente sostenuto, e non attribuirgli idee non sue, adulterando il suo pensiero per renderlo meno “scomodo” e più vicino – eventualmente – alla nostra visione e sensibilità.
Trovo che l’ Ósanwe-kenta sia un testo di straordinario fascino, proprio perché capace di suscitare riflessioni di questo tipo. Pur partendo da un argomento ben specifico, quasi “specialistico”, è capace di allargare il discorso fino a tirare in ballo la stessa natura del Legendarium come “sub-creazione etica”. In questo Tolkien era decisamente un narratore fuori dal comune.

 

-Rúmil

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