Cari amici, nello scorso appuntamento abbiamo introdotto l’Ósanwe-kenta, il saggio filosofico (il cui autore in-universe è il Lambengolmo Pengolodh) in cui si tratta il tema della trasmissione del pensiero nell’universo di Arda. Per chi volesse recuperare il post precedente ecco il link: https://www.raccontiditolkien.it/osanwe-kenta-1-5/
Si tratta di un argomento estremamente complesso e sfaccettato, uno di quei supplementi teorico-filosofici cui Tolkien si dedicò nel corso degli ultimi anni della sua vita, quando cominciò ad approfondire sempre di più la costruzione di mondo del suo Legendarium e sempre meno la stesura di racconti propriamente detti. All’interno di questo filone di scritti si trovano numerose riflessioni sull’impianto etico-filosofico che permea l’universo di Arda, approfondimenti sulle leggi e i costumi degli Eldar, dettagli sulla natura della loro vita biologica e sulla loro percezione dello scorrere del tempo, sulle loro caratteristiche fisionomiche, sul rapporto tra mito, linguaggio e “magia”, sull’escatologia elfica e umana, e ovviamente una grande quantità (in gran parte ancor oggi inedita) di materiali linguistici sulle lingue Eldarin.
Tutto questo corpus di scritti, sparpagliato tra History, Nature of Middle-earth, Parma Eldalamberon e Vinyar Tengwar [le due riviste di argomento principalmente linguistico], è ciò che consente di comprendere meglio non solo le più affascinanti peculiarità dell’ambientazione costruita dal Professor Tolkien, ma anche di ragionare con maggior cognizione di causa sulla base della sua narrativa: Tolkien cercava di fornire alle storie dell’allora inedito Silmarillion la profondità e la verosimiglianza che gli riteneva proprie, tentando il più possibile di non inficiare ciò che era stato già tracciato presso il pubblico, ovvero Il Signore degli Anelli. Per un certo periodo effettivamente Tolkien si mosse (anche dal punto di vista della coniazione di regole, principi, caratteristiche, tanto in ambito filosofico quanto in ambito linguistico) entro i limiti del “seminato”: cercando ovvero di risultare “LotR-consistent”. Ma la contraddittorietà sembra essere una cifra intrinseca (e a volte quasi ricercata volontariamente) della sua opera, così come lo è del mito, e vi è più di una storia, un elemento di vocabolario o grammatica, un ragionamento teorico, cosmologico, filosofico, che non si concilia tanto volentieri con le opere precedenti, perfino quelle edite.
Man mano che affronteremo alcuni di questi scritti più tardi, cercherò di evidenziare queste affascinanti contraddizioni, e compiere qualche riflessione a riguardo.
Tornando all’Ósanwe-kenta, il discorso prosegue nell’esposizione di quanto intrapreso la scorsa volta: in questi paragrafi il redattore anonimo (forse Ælfwine?) di questo saggio, riportando di tanto in tanto le parole esatte di Pengolodh, risponde alla possibile obiezione “Come è possibile che Melkor sia stato capace di penetrare la mente dei Valar senza doverla forzare? Come è possibile che egli abbia schermato i suoi pensieri perfino a Manwe, Supremo Re di Arda?”.
Vi lascio agli estratti:

[Ósanwe-kenta – cont.]
Melkor ripudiava tutti gli axani. Se avesse potuto, avrebbe abolito (per se stesso) tutti gli únati. In effetti ai suoi inizi e nei giorni della sua maggiore potenza le più rovinose fra le sue violenze derivavano dai suoi tentativi di riordinare Eä così che non ci fossero più ostacoli o limiti al suo volere. Ma questo non poteva farlo. Gli únati restavano, un memento perpetuo dell’esistenza di Eru e della Sua invincibilità, un memento anche della co-esistenza con lui di altri esseri (uguali per discendenza, se non per potere) impenetrabili con la forza. Da qui derivò la sua rabbia incessante ed inappagabile.
Scoprì che l’avvicinarsi palese di un sáma di potere e di grande forza di volontà era sentito dai sáma minori come un’immensa pressione, accompagnata da paura. Dominare con il peso del potere e della paura era ciò che più lui desiderava, ma in questo caso scoprì che non gli era possibile: la paura faceva chiudere più velocemente la porta. Per questo tentò con l’inganno e la segretezza.
[…]
In questo modo riuscì ad entrare in molte menti, rimuovendone la nolontà, e sbloccandone la porta attraverso l’unica chiave, anche se una chiave contraffatta. Eppure questo non era ciò che lui soprattutto desiderava, la conquista dei recalcitranti, la schiavitù dei suoi nemici. Quelli che ascoltavano e non chiudevano la porta erano troppo spesso già inclini a mostrargli amicizia; alcuni (secondo la loro misura) si erano già incamminati su sentieri simili ai suoi, ed ascoltavano perché speravano di imparare e di ricevere cose che li avrebbero aiutati nei loro propositi.
[…]
Ma coloro che erano semplici ed incorrotti nel “cuore” si accorgevano subito del suo ingresso, e se davano retta a ciò che il cuore diceva loro, cessavano di ascoltare, lo espellevano, e chiudevano la porta. Erano questi che Melkor maggiormente desiderava sopraffare: i suoi nemici, dato che per lui erano nemici tutti quelli che gli resistevano anche nella più piccola delle cose, o che dichiaravano che qualunque cosa fosse loro e non sua.
Per questo cercò di trovare mezzi per eludere l’únat e la nolontà. E trovò la sua arma nel “linguaggio”. Poiché noi stiamo parlando ora degli Incarnati, gli Eruhíni che lui più di tutti desiderava soggiogare in sprezzo a Eru. I loro corpi, essendo di Eä, sono soggetti alla forza; ed i loro spiriti, essendo uniti ai loro corpi in amore e sollecitudine, sono soggetti alla paura per amor dei corpi. Ed il loro linguaggio, anche se viene dallo spirito o dalla mente, opera attraverso e con il corpo: non è il sáma né il suo sanwe, ma può esprimere il sanwe a modo suo e secondo le sue capacità. Sul corpo e su ciò che lo abita, quindi, è possibile esercitare tali pressioni e tali paure che la persona incarnata può essere forzata a parlare.
Tratto da Ósanwe-kenta in La Trasmissione del Pensiero e la Numerazione degli Elfi.
Trad. di Lorenzo Gammarelli.
***
Non sarà passato inosservato come in questo testo Tolkien faccia spesso riferimento a concetti e principi esprimendoli direttamente in Quenya. Quando questo testo fu pubblicato per la prima volta in Vinyar Tengwar era accompagnato da una serie di note e di un glossario editoriale, che ho qui omesso per garantire una maggiore agilità di lettura. Ciò non toglie che qualche chiarimento sia necessario per la comprensione, dato che a volte il testo, per amore di verosimiglianza, dà per scontata la conoscenza di concetti ed espressioni legati alla cultura elfica; pertanto nei prossimi appuntamenti di questa sezione della rubrica inserirò qualche piccola glossa.
Alla prossima!
-Rúmil
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