Non tutti i luoghi del Beleriand devono la propria memoria a una battaglia, a una caduta o a un giuramento. La Nan-tathren, Terra dei Salici, Tasarinan in lingua Quenya, non fu mai teatro di un grande evento, non ebbe un re, non conobbe un assedio. Eppure le cronache la ricordano con una tenerezza che riservano a pochissimi altri luoghi: perché Nan-tathren era la terra dove, per un momento, anche il più grande dolore poteva trovare conforto.

Dove il Sirion rallentava la propria corsa verso il mare, prima di aprirsi nel delta delle Foci, le sue rive si popolavano di salici tanto fitti da dare il nome alla regione: era una terra di prati fioriti più che di alberi alti, attraversata da acque lente, quasi estranea al resto della storia di Arda: si dice che fu qui che le farfalle vennero al mondo per la prima volta, e per tutta la Prima Era Nan-tathren ne restò popolata più di ogni altra regione del Beleriand.
Non era però un luogo del tutto esente dall’ombra. Dopo la Nirnaeth Arnoediad, quando le difese del Nord crollarono e gli Orchi e i lupi di Morgoth cominciarono a scorrazzare fin nelle terre più remote, la loro ombra raggiunse anche Nan-tathren e l’Ossiriand: nessun angolo del Beleriand, per quanto lontano dai campi di battaglia, poté dirsi davvero al sicuro in quegli anni.
Fu proprio a Nan-tathren che, molti anni dopo, un gruppo di esuli in fuga trovò un momento di respiro. Quando Gondolin cadde e i suoi superstiti, guidati da Tuor e Idril, discesero verso sud in cerca delle Foci del Sirion, fu proprio nella Valle dei Salici che si fermarono per riprendere le forze.

Il potere di Ulmo, forte in quelle acque per la vicinanza del Sirion, sembrò guarire per un poco le loro ferite e il loro lutto: e i profughi, che portavano con sé la memoria della città più bella mai costruita dagli Eldar e la sua distruzione, sostarono a lungo tra i salici in un banchetto di commiato per i caduti.
Fu in quell’intervallo di quiete che Tuor compose per il figlio Eärendil, ancora bambino, il Canto dei Corni di Ylmir: il racconto in musica del proprio incontro con Ulmo sulle coste di Nevrast, affinché la memoria di Gondolin e della chiamata del Vala non andasse perduta. E fu forse in quello stesso canto, intonato tra le acque lente di Nan-tathren, che si destò per la prima volta in Eärendil quella nostalgia del mare che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita, fino al giorno in cui salpò verso Occidente con un Silmaril in fronte.
Nan-tathren non ebbe altra storia da raccontare dopo la fine della Prima Era: sprofondò, come quasi tutto il Beleriand, nella Guerra d’Ira. Ma il suo nome sopravvisse, portato attraverso le Ere da chi l’aveva conosciuta quand’era ancora giovane il mondo. Nella Terza Era, Barbalbero, che di quei tempi remoti serbava memoria più vivida di chiunque altro camminasse ancora sulla terra — cantò a Merry e Pipino dei prati di salici di Tasarinan, elencandoli insieme all’Ossiriand, a Neldoreth, a Dorthonion, come i nomi di un mondo che nessun altro vivente ricordava più.
E quando, alla fine della Guerra dell’Anello, Barbalbero si congedò da Galadriel temendo che non si sarebbero mai più rivisti, fu lei a rispondergli che un simile incontro non era del tutto impossibile: non nella Terra di Mezzo, disse, né finché le terre sommerse dal mare non fossero state sollevate di nuovo alla luce. E che allora, nei prati di salici di Tasarinan, si sarebbero incontrati nuovamente in un giorno di Primavera.




