L’Helcaraxë è uno di quei luoghi che non aspettano nessuno. Non sono stati costruiti, non sono stati abitati, non custodiscono nessun tesoro e non hanno mai visto la luce, se non forse un fioco bagliore a sud. Sono semplicemente lì, dove la terra finisce e il mare non è ancora abbastanza mare: bianche sagome indifferenti, contorte geometrie del freddo.

 

Uno stretto di ghiacci, collocato all’estremo nord del mondo, dove il continente di Aman curvava verso est e le coste della Terra di Mezzo piegavano verso ovest, riducendo il braccio di mare tra loro a una strozzatura. Lì si incontravano il Mare Interiore e l’Oceano Esterno — e quell’incontro produceva il clima spietato degli estremi del mondo: nebbie di freddo mortale, vortici sottomarini, e colline di ghiaccio alte quanto torri che si scontravano tra loro con un rumore continuo, come di macine lente e immense. Le leggende più antiche ricordano quel suono nel nome stesso del luogo: helcaraxë in Quenya, da hel- (ghiaccio, dalla radice khelek) e karakse (siepe di punte aguzze). Lame di Ghiaccio. Zanne di Ghiaccio. O, come altri hanno detto, il Ghiaccio Stridente.

Non era sempre stato così. Il freddo che aveva riempito quello stretto effetto delle male azioni di Melkor, le cui forze continuavano a modellare i margini del mondo ben oltre le sue fortezze. Era il freddo di chi vuole che certi passaggi rimangano chiusi. Oromë lo sapeva, e durante il Grande Cammino degli Elfi non li aveva mai condotti di là — li aveva guidati per mare, sulle navi di Ulmo. Nessun essere vivente aveva attraversato l’Helcaraxë, tranne i Valar stessi, nella loro potenza incorporea, e — una volta sola, in fuga — Morgoth e Ungoliant, nascosti in una nube di tenebra.

 

Il rogo delle navi, di Gnome the Artist
Il rogo delle navi, di Gnome the Artist

Trascorsero settimane, dopo che i Noldor si ribellarono ai Valar rispondendo alla chiamata alle armi di Fëanor, dopo che si compì il Primo Fratricidio e fu udita la Sorte dei Noldor, ch’essi si trovarono a loro volta sulla costa di Araman. E quando Fingolfin si voltò e vide le fiamme all’orizzonte, capì.

La luce rossa che pulsava sotto le nubi a sud-est, visibile attraverso le nebbie di Araman, era ciò che restava delle navi dei Teleri — le navi rubate ad Alqualondë, le stesse su cui Fëanor era salpato in segreto appena pochi giorni prima. A Losgar, alla foce del Fiordo di Drengist, il figlio di Finwë aveva dato l’ordine: bruciate le navi. E pure si racconta, in tarda tradizione, ch’egli pure perse un figlio in quel rogo.

 

Fingolfin e il suo esercito erano soli sulle rive di Araman, senza via di ritorno onorevole, senza via di traversata, con l’inverno del nord davanti a loro e la voce di Mandos ancora nell’aria. Tornare indietro significava la vergogna. Stare fermi significava la morte lenta. Avanzare significava l’Helcaraxë.

E così si mossero verso Nord.

 

 

Fingolfin guida il suo popolo attraverso l'Helcaraxë, di Ted Nasmith
Fingolfin guida il suo popolo attraverso l’Helcaraxë, di Ted Nasmith

Le cronache dei Noldor ricordano la traversata dell’Helcaraxë come la più dura impresa mai compiuta dagli Eldar, superiore per durezza e strazio a molte delle grandi battaglie che seguirono nella Prima Era. Fingolfin guidava la schiera con i suoi figli Fingon e Turgon; con loro marciavano Finrod — che sarebbe diventato Felagund — e Galadriel, la più valorosa della casa di Finwë. Erano ancora un popolo potente, ancora capaci di portare il peso del cammino: non erano stanchi del mondo, non erano ancora consumati da decenni di guerra. Erano nuovi, nel senso più pieno del termine: figli del Reame Benedetto, non ancora logorati dalla Terra di Mezzo.

Eppure il ghiaccio li consumò ugualmente.

 

Le nebbie erano senza luce e senza direzione. Il freddo non era il freddo naturale dell’inverno, ma qualcosa di più profondo: un freddo che entrava nelle giunture delle armature e non usciva più, che si posava sulle ciglia e sulle sopracciglia e le rendeva pesanti come pietra, che faceva credere al corpo di essere altrove — di stare ancora camminando nel tepore di Tirion, mentre le gambe continuavano a muoversi nel buio bianco. Le colline di ghiaccio si spostarono, e chi si trovava al loro passaggio fu travolto. Le lastre cedevano dove sembravano solide. I ponti di neve nascondevano il vuoto.

Molti morirono. Tra di loro vi fu Elenwë, moglie di Turgon. Turgon stesso rischiò di sparire nelle acque nel tentativo di salvarla, tirandosi dietro soltanto la figlia Idril che aveva tenuto stretta durante la caduta. Non aveva altri eredi. E non avrebbe mai perdonato ai figli di Fëanor ciò che era accaduto. Un rancore mai sopito, a quanto raccontanole leggende custodite a Gondolin.

 

Luna Nuova, di Anastasiya Malakhova
Luna Nuova, di Anastasiya Malakhova

Quando Fingolfin pose il piede sulla Terra di Mezzo, era il primo sorgere della Luna.

Non era la stessa schiera partita da Tirion. La traversata dell’Helcaraxë l’aveva ridotta di numero e trasformata nel profondo: coloro che erano sopravvissuti avevano imparato qualcosa sul freddo, sul buio, sulla perdita, e su cosa voglia dire andare avanti sapendo già cosa si ha perso. Nessun Elfo aveva mai attraversato il ghiaccio da solo con la propria forza — mai, in tutta la storia di Arda. I Valar lo avevano fatto, ma i Valar erano Potenze; e tale era pure Melkor.

 

Ma loro erano Figli. Camminavano su due piedi, portavano pesi, soffrivano il freddo. Ma arrivarono.

Le loro trombe suonarono all’alba, al sorgere della Luna, sul confine settentrionale della Terra di Mezzo. Era la prima alba della nuova era.

 

Con la fine della Prima Era e il cataclisma della Guerra d’Ira, la forma del mondo cambiò, le coste di Aman si ritrassero oltre il cerchio del mondo, e lo stretto non era più. E la sua gelida memoria rimase conservata solo nei canti di chi lo aveva un tempo superato.

 

 

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