Cari amici, ben ritrovati dopo un lungo hiatus ad un appuntamento piuttosto particolare: Sôval Phârë, la rubrica dedicata alla traduzione nell’opera letteraria tolkieniana.
Come anticipato nell’ultimo post pubblicato prima della pausa indefinita che avevo annunciato, cominciamo oggi un nuovo segmento di questo percorso. Rispetto agli articoli dedicati all’uscita di The Lord of the Rings in lingua originale, stavolta il focus si incentrerà sulla vicenda italiana, rispetto alla quale ragioneremo ancora di traduzione; ma per farlo in maniera compiuta e con cognizione di causa daremo anche qualche cenno storico, il che sarà molto interessante e risponderà ad alcuni dei dubbi (e delle false certezze) che molti hanno su questo argomento.

Non pretendo di offrire qui una ricostruzione esaustiva di ogni cosa, data la quantità di dati e testimonianze disponibili, ma cercherò di adoperare il maggior numero possibile di fonti, fornendone un sunto e qualche commento personale.
Tra queste sarà di grande utilità il libro di Oronzo Cilli “Tolkien e l’Italia”, pubblicato per la casa editrice “Il Cerchio” nel 2016. Oltre a raccogliere pressoché tutte le tracce dei rapporti tra Tolkien e il nostro paese e a fornire un racconto della vicenda editoriale nostrana delle sue opere, la ricezione critica e la rassegna stampa, le opinioni a freddo, gli sviluppi più recenti in seguito all’ingresso del fenomeno tolkieniano nell’universo mainstream grazie ai film di Peter Jackson (2001-2003), il libro include anche un riassunto con estratti del “Giornale d’Italia”, il diario che Tolkien tenne in occasione del suo viaggio nel Bel Paese durante l’estate del 1955. Il testo di Cilli, da cui è stato recentemente tratto anche un prodotto filmico per Rai Documentari, “Dalla Terra di Mezzo all’Italia – Un viaggio inaspettato” (2026), non è propriamente definibile saggio, in quanto non presenta alcuna tesi, bensì una serie di dati, che hanno come fil rouge appunto il legame tra il Professore di Oxford e l’Italia. La ricerca bio-bibliografica effettuata riflette un metodo “per accumulazione”, con uno stringente percorso cronologico ma con (a mio parere) un eccessivo compiacimento nella “vertigine della lista”, come avrebbe detto Umberto Eco.
Il risultato è una compilation di documenti e riferimenti, un archivio vasto ma contemporaneamente “distante” da Tolkien, e più che altro vittima di una puntigliosità da collezionista, di un punto di vista quasi provinciale, che tende a rivestire certi elementi di un’importanza sproporzionata solo per il loro legame con il nostro paese o a compiere digressioni bibliofile che spesso e volentieri distolgono dalle questioni tematicamente più rilevanti. Mi duole dire che il documentario (come la mostra di successo “Tolkien: Uomo, Professore, Autore”, ideata e organizzata dallo stesso Cilli) cade nella medesima trappola, con l’aggravante di un approccio superficiale e dispersivo, che in 52′ non riesce a raccontare quasi nulla di sostanziale dell’autore, ma si perde in aneddotica biografista di relativo interesse e in semplificazioni spicciole accentuate dalla gran copia di interviste frontali.
Altre fonti alle quali questa mia sintesi attingerà sono più che altro articoli sparsi, interviste, testimonianze, contributi, non esistendo altri testi “monografici” di rilievo oltre al libro di Cilli. Sono stati veramente in molti a esprimersi su queste tematiche, e mi risulta molto difficile raggiungere una quadra, perciò mi scuso in anticipo se quella che (me ne rendo conto!) diventerà l’ennesima ricostruzione di questa bailamme risulterà imprecisa o parziale.
Si tratta ovviamente del punto di vista del sottoscritto, con tutto ciò che ne consegue.
Cominciamo!
Il 15 dicembre del 1954 l’editore inglese George Allen & Unwin inviò alla casa editrice italiana Arnoldo Mondadori una lettera nella quale si proponeva la cessione dei diritti per la traduzione italiana di The Fellowship of the Ring (prima parte di The Lord of the Rings, uscita in Regno Unito il 29 luglio dello stesso anno).
Mondadori rispose mostrando interesse per l’iniziativa, e chiese copie di entrambi i volumi già usciti (The Two Towers era uscito da appena un mese) per sottoporle ai pareri di lettura interni. La lettrice incaricata a tal scopo fu Ruth Domino-Tassoni, che compilò i suoi pareri nel febbraio del 1955. Ne riporto solo alcuni estratti, che trovo interessantissimi:
Anziché dare un giudizio letterario va detto che il nostro autore, professore di storia medioevale ad Oxford, crea una nuova mitologia, ispirandosi in parte al folklore celtico e nordico. Quindi “The Fellowship of the Ring” riprende una delle più antiche funzioni della letteratura: raccontare meraviglie e trasportare i lettori oltre i limiti della loro esistenza quotidiana […] il libro susciterà, in lettori e critici contemporanei, o profonde antipatie o incantato entusiasmo. […] Il libro – in alcune parti di buon senso nei suoi giochi di non-sense, come “Alice nel paese delle meraviglie” – si rivolge ad un pubblico di adulti e bambini. Può avere favorevole accoglienza o completo insuccesso; per un editore cui preme un sicuro guadagno, è certo un rischio. Per essere gustato a fondo richiede una certa conoscenza del folklore nordico o almeno della sua atmosfera.
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[su “The Two Towers”] non posso che confermare il giudizio già dato per “Fellowship of the Ring”. Alcuni lettori apprezzeranno il romanzo come un piatto raro e squisito, altri, forse la maggioranza, arricceranno il naso, cibo esotico come cinesi nidi di rondine. Un lungo e complesso gioco di fantasia, esposto in ottima lingua e con l’uso abile del folk-lore e delle antiche leggende nordiche.
Rileggere queste “proto-recensioni” a uso interno della casa editrice oggi, a distanza di oltre 70 anni e con tutta la conoscenza di Tolkien e della sua opera che si è nel frattempo cementificata, è un’esperienza incredibilmente affascinante; non lo dico con dileggio o dall’alto della posizione privilegiata di chi può contare su tutto ciò che è nel frattempo intercorso, appunto, ma con sincero rispetto per alcune intuizioni (per quanto confuse dalla complessità dell’impresa di decifrare in poco tempo qualcosa di cui mai si era visto prima l’uguale in Italia, e darne un giudizio che fosse anche “utile”), ad esempio riguardo all’intento mitopoietico e alla costruzione narratologica della cornice.
È difficile dar torto alle caute riserve di Domino-Tassoni, per quanto ovviamente possa essere fonte di rimpianto apprendere che questo parere si sia tradotto in una bocciatura da parte dell’editore (il documento in alto a destra presenta la scritta “NO”), come fu comunicato alla George Allen & Unwin in una lettera del 15 marzo 1955.
Era così “sfumata” la prima chance di avere Il Signore degli Anelli tradotto in italiano, con quella che sarebbe stata, oltretutto, tra le primissime edizioni estere in assoluto!
Infatti, la prima traduzione in lingua straniera (olandese) del Signore degli Anelli sarebbe uscita di lì a poco, nel 1956; nel 1959 sarebbe seguita la prima edizione svedese e nel 1961 quella polacca. È proprio all’inizio degli anni ’60 che risale il secondo tentativo di pubblicare la traduzione italiana del SdA, stavolta su iniziativa dell’editore italiano, sempre Mondadori.
Sono anni di particolare fermento nel nostro scenario culturale: la fondazione di nuove riviste e settimanali di argomento letterario, la circolazione di un gran numero di opere straniere precedentemente inedite, l’istituzione nel 1960 del Club degli Editori.
In questo contesto avvenne un nuovo scambio tra la direzione editoriale di Mondadori e Alina Dadlez, responsabile dell’ufficio dei diritti per l’estero della George Allen & Unwin, che diede seguito all’interesse espresso nei confronti del romanzo con una lettera a Cin Calabi, all’epoca direttrice delle traduzioni per Mondadori. Siamo nel maggio 1962.
Scrisse Dadlez: “Avremmo il grande piacere di inviarle in un plico separato tutti e tre i volumi, e di concederle un’opzione per i diritti di traduzione in italiano. […] Siamo convinti che non resterà delusa se prenderà in considerazione quest’opera, come siamo anche sicuri che concorderà con noi, dopo averla letta, che quest’opera è di straordinario valore e sopravvivrà su molte altre.”
Nel corso dei mesi successivi si susseguirono altre comunicazioni di servizio, in cui Dadlez non fece mistero dell’augurio, da parte della casa editrice inglese, che l’opzione venisse accettata (vi fu anche una proposta informale di considerare Lo Hobbit, all’epoca altrettanto inedito in lingua italiana nonostante fosse uscito da 25 anni); finché in una lettera di fine settembre 1962 il caporedattore Mario Mattolini, scusandosi per il ritardo nella risposta a causa della complessità dell’opera da analizzare, restituì i volumi con esito negativo, con la conclusione che “secondo il parere dei nostri consulenti, sono di indubbio valore ma non precisamente adatti a giovani lettori.”
Una nota interna coeva, redatta da Calabi, riporta alcune interessanti considerazioni, che in parte fanno luce sulle ragioni di questo (secondo!) rifiuto:
Parlato con Mr. Stanley Unwin a proposito di THE LORD OF THE RINGS, che abbiamo di nuovo in esame da alcuni mesi. Questa trilogia era stata già esaminata nel ’55 e i giudizi sono in complesso molto favorevoli, sebbene alla fine si fosse deciso per il no. Adesso l’editore inglese dice che l’opera del prof. Tolkien sta avendo un successo strepitoso. […] Abbiamo la facoltà di comperare un solo volume alla volta e poter così eventualmente vedere come va il primo. Per qualche strano equivoco (forse perché Tolkien ha scritto un libro per ragazzi dal titolo ‘Lo Hobbit’) la trilogia è ormai da mesi in esame dal Settore Ragazzi.
A questo stralcio era anche allegato un nuovo parere di lettura, vergato dal traduttore Attilio Landi. Lo riporto quasi integralmente, in quanto alcune osservazioni mi sembrano emblematiche del tipo di ricezione intellettuale che attendeva un’opera come il SdA nel nostro paese (sottolineature presenti nell’originale):
La trilogia s’intitola “Il Signore degli Anelli” è una favola. Ciò che vi accade è fiabesco, non meno di quanto fantasticati sono i luoghi degli avvenimenti. La favola ha per interpreti esseri del pari immaginari – nani, elfi, gnomi, coboldi e, soprattutto, hobbit, strane creaturucole affini ai precedenti. Gli uomini non compaiono; in loro vece solo l’antropomorfico. Male e bene si configurano egualmente in creature fantastiche, mostruose o gentili, secondo il caso. È un procedimento mitologico naturale, accettabile quando avviene spontaneamente, inconsapevolmente, come espressione di una interiorità collettiva. Nel caso presente, il procedimento è artificiale. L’autore infatti non si rifà in particolare ad alcuna mitologia, ad alcun folclore del passato, ma inventa di sana pianta una certa epopea e si limita a sfruttare meccanicamente elementi e situazioni del passato. Rimasticando suggestioni critiche egli segue più o meno scopertamente falsarighe attinte al patrimonio complessivo delle diverse mitologie nordiche. […] Prolungare per oltre 1.200 pagine la narrazione dei casi strani e avventurosi […] diventa quindi, in mancanza di un filone genuino cui attingere, operazione forzata, non originale con esiti banali e farraginosi. È il caso di questa storia, pletorica di avventure incastrate l’una dentro l’altra, di descrizioni minuziose e lunghissime e, in generale, di una ricerca realistica dello attendibile e del verosimile veramente mortificanti, specie per un lettore ben predisposto ad aprire gli occhi della fantasia. Men che mai, quindi, giudicherei quest’opera adatta non dico agli adulti italiani, ma neppure ai loro figli e nipoti. Un giudizio, dunque, decisamente negativo.
Ribadisco l’estremo interesse suscitato da queste testimonianze, tanto nette quanto (in certi casi) superficiali. Ne emerge, prima ancora che un difetto nell’analisi o nell’incapacità di prevedere il potenziale di un’opera come Il Signore degli Anelli, una visione ben precisa della letteratura e della dimensione del fantastico, nonché del ruolo sociale che l’una e l’altra svolgessero nell’Italia degli anni ’60. Landi è abbastanza sagace da riconoscere il tipo di operazione mitopoietica effettuata da Tolkien, ma l’artificialità di questo procedimento è per lui un gigantesco e irreparabile malus: secondo un’ottica di questo tipo, la letteratura, nell’assolvere al proprio mandato, non può che aderire fermamente alla realtà (che senso ha scrivere di qualcosa che non esiste?); e nel farlo dovrà essere più spontanea possibile, in quanto ogni ricorso a meccanismi narrativi, ogni adozione di stilemi è un infingimento per definizione. Eppure lo stesso mito è qui visto come un fenomeno assolutamente non razionale né razionalizzabile, come una concrezione totalmente spontanea e vitalistica, quasi pre-linguistica, appannaggio esclusivo dei popoli antichi; pertanto cimentarsi nel ricostruirne i meccanismi e nel riproporne gli elementi fondativi al fine di ottenere da questa operazione una buona storia non può che risultare in una mistificazione, in una forzatura, in un esito “banale e farraginoso” (poiché inautentico e falso).
Infine, richiedere razionalità o ricercare coerenza all’interno del mito diventa quasi un peccato intellettuale. Che senso ha? Dopotutto basta essere “ben predisposti ad aprire gli occhi della fantasia”; gli sforzi di rendere verosimili gli elementi fantastici sono “mortificanti”. Per non parlare del fatto che le “falsarighe di mitologie nordiche” erano allora considerate dei campanelli d’allarme di per sé.


Inutile sottolineare quanto fosse limitato e dannoso questo modo di vedere la letteratura, e quanto fosse frutto di ignoranza una visione del mito così naïf, da romanticismo ritardato. Tolkien si rifaceva ad epoche in cui la creazione di storie costituiva un fatto decisamente pragmatico, al netto della visione religiosa che spesso soggiaceva alle storie stesse; tuttavia il suo approccio era (pare) decisamente troppo per la nostra cultura italiana degli anni ’50/’60, ancora fin troppo provinciale per recepire efficacemente qualcosa che andasse al di là della vecchia dialettica tra materialismo e idealismo, dell’horror borealis che doveva essere ancora smaltito, dopo la sbornia di revival dell’impero romano che gli italiani avevano dovuto subire durante il ventennio, e che continuava sotterraneamente a indugiare negli animi dei nostri intellettuali (forse anche a causa di un rifiuto verso la cultura germanica, che aveva dato il peggio di sé durante la guerra? Può darsi).
Un’altra nota interna della casa editrice, a ulteriore supporto della decisione finale di rifiutare l’opzione della George Allen & Unwin, è a firma di Elio Vittorini, celebre scrittore, traduttore e intellettuale dell’epoca, la cui attività editoriale era soprattutto legata a Einaudi, ma che in quel periodo intratteneva nuovamente rapporti con Mondadori. Scrive Vittorini:
Tentativo di costruire un mondo fantastico su delle falsarighe tratte tutte da mitologie nordiche. (Un po’ come Shakespeare all’interno di talune delle sue opere, per esempio “Sogno di una notte di mezza estate”). Una ristrutturazione in effetti più che una costruzione. Il successo del tentativo richiederebbe la forza di un vero e proprio genio (che Tolkien dà prova di non essere) e la convalida di un’attualità (cioè che il libro implicasse la metafora di qualche attualità) ma ciò non si verifica affatto. Inclinerei di conseguenza a scartare: ma possiamo eventualmente provarci ad acquistare un solo volume come gli editori ci propongono, riservandoci l’acquisto dei due rimanenti in un tempo successivo quando si fosse visto come viene accolto il primo.
Ai margini della trascrizione dattilografata di questo parere si trova una nota di Vittorio Sereni, poeta, scrittore e traduttore, e all’epoca direttore letterario di Mondadori, che sottolinea la difficoltà e scarsa probabilità di successo: “Ma quando lo faremmo? Se c’è tempo per farlo chiederei un’altra lettura. Ma la conclusione mi sembra già un NO ed escluderei la possibilità di arrischiare un esperimento.”
La questione viene suggellata dalla lettera di Cin Calabi a Sir Stanley Unwin in persona:
Egregio Signor Unwin,
dopo un lungo esame e molte incertezze la nostra Direzione letteraria ha alla fine deciso di rifiutare il libro del professor Tolkien “The Lord of the Rings”. Sono molto dispiaciuta per questa decisione negativa ma, sebbene il libro sia stato giudicato positivamente di per sé, è stato considerato troppo “nordico” per i lettori italiani, che è proprio ciò che temevo sin dall’inizio. Ricordo con molto piacere il nostro colloquio a Francoforte e le mando i miei migliori auguri e cordiali saluti.
La cosa più curiosa che vorrei rimarcare riguarda proprio il giudizio di Vittorini, che completa concettualmente il parere di Landi: l’opera di Tolkien avrebbe senso solo se sottendesse una lettura allegorica della realtà, una “metafora dell’attualità”. Tolkien sarebbe stato fiero di leggere, della sua opera, che “ciò non si verifica affatto”! Ma, mentre per lui questo era un valore aggiunto, da ricercare all’interno di qualsiasi racconto frutto di fantasia, per Vittorini evidentemente era un limite insormontabile. È incredibilmente affascinante osservare questa sorta di “dibattito culturale” a distanza, che ci dice moltissimo sulle differenze di percezione riguardo al ruolo della letteratura, dell’arte e dell’intellettuale tra Oxford e Milano. Ribadisco come per noi oggi sia facile sostenere che questi (comunque grandi) intellettuali si siano sbagliati in maniera così grossolana; la verità è che Il Signore degli Anelli era ed è effettivamente un’opera dalla complessissima interpretazione, che ancora oggi viene malamente semplificata e travisata. Anche dopo la diffusione nella nostra lingua non sono mancate letture completamente fuori fuoco, che hanno spostato l’attenzione di lettori e critici su aspetti affatto marginali o addirittura non pertinenti, come vedremo.
***

Nonostante ben due rifiuti in otto anni, Il Signore degli Anelli era destinato ad arrivare nel nostro paese. Nel gennaio 1967 l’editore Mario Ubaldini, a capo della casa editrice Astrolabio (che fino a quel momento si era occupata prevalentemente di filosofie e religioni orientali, nonché di spiritualità, sociologia e astrologia), ricevette una lettera da Alina Dadlez, la stessa responsabile per i diritti all’estero della George Allen & Unwin che abbiamo visto all’opera nei rapporti con Mondadori, in cui si proponeva Il Signore degli Anelli per la pubblicazione, e si raccontava del successo che aveva avuto, tanto all’estero che nelle edizioni straniere uscite fino a quel momento. Dopo appena un mese dalla ricezione dei volumi, giunse da Ubaldini la risposta positiva tanto attesa:
Sono lieto di informarla che abbiamo deciso di pubblicare l’opera di J. R. R. Tolkien: The Lord of the Rings. Il primo volume della trilogia apparirà il prossimo dicembre, e i due volumi seguenti appariranno a giugno e settembre 1968.
Si trattava di una decisione audace, perfino coraggiosa, specialmente per un piccolo editore che non aveva mai trattato narrativa, ma Ubaldini era evidentemente convinto, anche in virtù del successo che Tolkien stava riscuotendo in Europa e in America, che potesse rivelarsi una buona scommessa. Dadlez rispose favorevolmente alla decisione, ricordando l’importanza di una buona traduzione, in particolar modo per la questione della nomenclatura, rispetto alla quale si erano già abbattuti (sui traduttori olandese e svedese) i colpi di scure del Professor Tolkien!
C’è un solo punto che vorrei ricordare, vale a dire che il professor Tolkien è molto attento al modo in cui vengono tradotti i nomi propri e i nomi dei luoghi. […]
Alleghiamo il Commento del professor Tolkien con l’indice che fornisce istruzioni complete sulla nomenclatura che il vostro traduttore dovrebbe seguire. Le sarei grata se volesse confermarmi che questa condizione sarà da lei osservata, e che il suo traduttore si metterà in contatto con il professor Tolkien se ha un qualsiasi problema.
Ubaldini assicurò di volersi attenere alle condizioni, e, appena ricevuto il plico con il Commento – che in seguito sarebbe stato pubblicato in A Tolkien Compass (1975) come Guide to the Names of The Lord of the Rings, lo allegò ai volumi del romanzo e inviò il tutto a Giuseppe Sardelli, inizialmente incaricato di occuparsi della traduzione.

In un periodo imprecisato tra marzo e aprile del 1967 fa il suo ingresso in questa storia Vittoria Alliata di Villafranca, all’epoca giovane principessa siciliana diciassettenne all’ultimo anno del Lycée Chateaubriand di Roma, studentessa di arabo presso l’Istituto per l’Oriente, diplomata presso la Scuola Interpreti di Roma come interprete e traduttrice simultanea, attività che conduceva per finanziare i propri viaggi.
In cerca di una traduzione letteraria impegnativa, i cui ricavi le consentissero, dopo il baccalauréat, di trasferirsi in Libano per preparare la ricerca in diritto islamico su cui avrebbe fatto la tesi di laurea, Alliata contattò la casa editrice Astrolabio, ovvero il primo editore romano in ordine alfabetico che trovò sull’elenco delle Pagine Gialle, come racconta.
Le fu risposto che era giustappunto entrato da poco un romanzo complesso, che aveva “creato parecchi problemi”, e che avrebbe potuto fare al caso suo.
Alliata accettò la proposta, e tradusse il primo capitolo, lasciandolo alla portineria della casa editrice – senza farsi vedere, presumibilmente preoccupata di essere scartata preventivamente, se Ubaldini incontrandola si fosse reso conto di star affidando la traduzione ad una persona così giovane. Le furono consegnate, come ulteriore banco di prova, anche le Appendici, e queste prime traduzioni furono (pare, dato che non esistono prove documentali relative a questi primi invii, se non le testimonianze di Alliata stessa) inviate in Inghilterra per approvazione; dopodiché a Vittoria Alliata fu affidata definitivamente la traduzione del romanzo.
Nei mesi successivi la giovane traduttrice avrebbe lavorato a ritmi serrati, per consentire la pubblicazione entro l’anno del primo volume, La Compagnia dell’Anello.
È stato ricostruito che Alliata abbia lavorato su una copia della seconda edizione del romanzo, uscita l’anno precedente (1966), ma oggetto di diverse modifiche tra la prima e la seconda impressione (1967). Alcune delle discrepanze fecero sì che nella traduzione fossero ancora presenti refusi o passaggi non corretti che nel frattempo erano stati emendati o modificati nel testo inglese. Dall’edizione italiana di allora è assente, per lo stesso motivo, anche la Prefazione dell’autore. Alliata sostiene di essersi attenuta all’indicazione presente nel Commento (la guida sulla nomenclatura) passatole da Ubaldini: “È auspicabile che il traduttore legga l’Appendice F e segua la teoria lì esposta”; sostiene inoltre di aver seguito come traccia l’idea di Tolkien secondo cui le vicende della storia dovevano assumere “un carattere di familiarità, farle sentire come parte dell’infanzia del lettore con le vicende che devono essere vissute come se la Terra di Mezzo fosse un’antica contrada italiana.” (Alliata in un’intervista del 2012).
In più di un’occasione la traduttrice ha raccontato il suo metodo di lavoro, facendo riferimento alla difficoltà di destreggiarsi all’interno di un testo così complesso, senza poter contare su altro che le sole fonti a sua disposizione e le indicazioni di Tolkien in merito alla nomenclatura. Nella nostra rubrica di #traduzioniaconfronto abbiamo offerto molti saggi di questa versione, perciò scelte traduttive come Sacconi (Baggins), Samio Gamigi (Samwise Gamgee), Thorinio Ochenscudo (Thorin Oakenshield), Felice Brandibucco (Merry Brandybuck) o Borsi-Sacconi (Sackville-Baggins) non suoneranno affatto nuovi.
La scelta di tradurre alcuni nomi per significato e di altri fare dei calchi fonetici ha effettivamente una base nelle possibilità offerte dalla Guida ai Nomi di Tolkien, sebbene la seconda opzione fosse riservata a quei nomi che non avessero un significato chiaro ed evidente in inglese (perciò, ad esempio, “Ochenscudo” non aveva giustificazione, da questo punto di vista…). Molti di questi nomi risultano oggi buffi o inadeguati, e all’epoca talune recensioni furono del medesimo avviso, sebbene con minor ferocia rispetto a quanto si tende a esprimere il proprio dissenso oggigiorno. La questione della nomenclatura, oltremodo complessa proprio in quanto frutto di un doppio “gioco traduttivo”, già presente nell’opera originale, è destinata a suscitare forti emozioni e discussioni accese, proprio a causa della difficoltà estrema di districarsi nella costruzione tolkieniana, e di trovare un metodo univoco per coniare nomi efficaci. Un esempio per tutti: Rivendell è una perfetta “traduzione inglese” del Westron (Lingua Comune) Karningul, a sua volta resa del Sindarin Imladris. Come può dunque la traduzione italiana, sia essa “Gran Burrone”, “Forraspaccata” o “Valforra”, riuscire a preservare efficacemente tutti gli aspetti fonoestetici, semantici, linguistici dell’originale, che (nella finzione messa in atto da Tolkien) già di suo non è altro che una resa approssimativa? Siamo di fronte al grande problema della traduzione, la quale non è altro che un’opera di negoziazione: il lavoro ingrato del traduttore è quello di scegliere quali aspetti privilegiare nella sua scelta, conscio che ve ne saranno altri che dovrà immancabilmente cedere. Se non si comprende questo, difficilmente si perverrà mai ad una comprensione più ampia della questione.
Un’altra scelta traduttiva di Alliata di cui val la pena discutere fu la resa di Elf, Elves, Elven con Gnomo, Gnomi, Gnomico.
Si tratta di una proposta molto curiosa, specie se consideriamo che Tolkien fino agli anni ’20 (ad esempio nei Lost Tales e nei Lays of Beleriand) aveva utilizzato Gnomes per riferirsi ai Noldoli, la Seconda Stirpe degli Elfi, gli Elfi Profondi. Veniva chiamato in causa il significato etimologico di questa parola (dal greco γνώμη “opinione, sentenza, motto” o γνῶσις “conoscenza”), poiché, all’interno della costruzione linguistico-narrativa della mitologia, la parola utilizzata in inglese doveva rendere in maniera più fedele possibile la parola elfica Ñgolodh (pl. Ñgelydh), ovvero “one of the wise folk” (il “popolo sapiente”).
Questa nozione non poteva essere in alcun modo arrivata ad Alliata, che solo di sua iniziativa scelse di rendere gli Elfi del Signore degli Anelli con questo termine, compiendo un ragionamento etimologico simile, in parte per scongiurare il rischio di suggerire al lettore italiano, attraverso “Elfi”, l’immagine di spiritelli dei boschi, così largamente presenti nel folklore europeo, in parte per attenersi al principio auto-assegnato di ricorrere a etimologie greche o latine ogni qualvolta fosse utile per rendere i nomi e il linguaggio del romanzo, rispettivamente, più “esotici” e remoti o più “familiari” e vicini nel tempo per il pubblico di destinazione. Aveva forse sottovalutato il fatto che “gnomo”, forse ancor più di “elfo”, richiama alla mente le creaturine magiche di bassa statura, barbute e sagge, che si possono trovare in tante fiabe anche italiane e che traggono la loro origine da un immaginario che risale a Paracelso. Cosa ben diversa dagli alti, possenti, malinconici Eldar che compaiono nel romanzo di Tolkien, per quanto lui stesso fosse arrivato a questa concezione (e al conseguente cambio di termine) gradualmente, come abbiamo discusso in passato.
Ad ogni modo, la dicitura “gnomo, gnomico” si può leggere anche nella versione del Ring Poem di Alliata (Astrolabio), che riporto di seguito:
Tre Anelli per i Re Gnomici / Che dominano nell’eternità,
Sette per i Principi dei Nani / Che nei manieri di pietra sono,
Nove per i Miseri Uomini / Destinati alla mortalità,
L’Unico per l’Oscuro Signore / Seduto sull’oscuro trono
Nella Terra di Mordor / Dove l’Ombra incombe.
L’Unico Anello per dominarli, / L’Unico Anello per trovarli,
L’Unico Anello per afferrarli / E vincolarli nell’oscurità
Nella Terra di Mordor / Dove l’ombra incombe.
Si è molto parlato, negli anni, di una presunta “approvazione ufficiale” della traduzione di Alliata da parte dello stesso Tolkien. La questione è stata dibattuta così a lungo e così ferventemente che alcune testimonianze verbali sono assurte a verità indiscusse, nonostante l’assenza di prove decisive a supporto di questa ipotesi.
L’unica traccia concreta di un (indiretto) beneplacito di Tolkien riguardo alla traduzione italiana del Signore degli Anelli è costituita da una lettera del 19 febbraio 1968 da lui inviata ad Alina Dadlez, nella quale si dice “confortato da una lettera ricevuta da qualcuno che conosco, e la cui opinione rispetto, il quale loda la traduzione italiana.” Nella stessa lettera, menzionata da Wayne G. Hammond e Christina Scull nella loro monumentale opera bio-bibliografica dedicata al Professore di Oxford, la “J. R. R. Tolkien Companion and Guide”, e precisamente nel volume I “Chronology”, a pag. 718, Tolkien si dice “orripilato” dalla copertina proposta, “based on and even degraded from the frightful Ballantine cover”. Il riferimento è alla copertina dell’edizione economica Ballantine, uscita negli USA per contrastare l’edizione pirata della Ace Book, come abbiamo raccontato in un precedente appuntamento. Questa missiva, citata anche da Oronzo Cilli nella sua monografia, conferma semmai che Tolkien non lesse mai in prima persona la traduzione di Alliata. La sua conoscenza della lingua italiana era sì abbastanza buona da permettergli di apprezzare la lingua della Divina Commedia, ma non abbastanza da poter esprimere un giudizio rispetto ad un oggetto complesso come una traduzione, cosa per la quale infatti si affidò al giudizio di una persona fidata (non sappiamo chi). Tolkien era senza dubbio una persona modesta, ma era anche profondamente e onestamente conscio dei propri limiti. Nell’agosto del 1955 scrive nel suo giornale d’Italia: “Vorrei essere potuto venire in Italia molto tempo fa e aver studiato l’italiano mentre ancora avevo una possibilità di farlo decentemente”. Un paio di giorni dopo, mentre si trova ad Assisi, scrive al figlio Christopher: “Sono innamorato dell’italiano, e mi sento abbandonato [“lorn”] senza la possibilità di cercare di parlarlo! Dobbiamo continuare a studiarlo”. Queste testimonianze dirette ci confermano piuttosto chiaramente che Tolkien non si sentisse in grado di esprimersi in italiano, e perciò neanche sull‘italiano, con la stessa sicurezza e padronanza che aveva riservato alle traduzioni in lingue germaniche, che a differenza della nostra aveva frequentato da tutta la vita.

Per quanto si possa dare credito ai racconti di Alliata e di Quirino Principe sui colloqui telefonici con il Professor Tolkien in persona, non abbiamo evidenze che queste conversazioni siano andate al di là di scambi di cortesie e raccomandazioni.
Il buon Professore, persona capace di essere rigida o affabile a seconda del contesto, era sicuramente un soggetto molto “partecipativo”, perciò non faccio fatica a immaginarlo ricevere periodici “bollettini” di aggiornamento dell’andamento dei lavori delle traduzioni del suo romanzo in giro per l’Europa (specie per un paese con il quale intratteneva ottimi rapporti come l’Italia), ma da qui a postulare che l’approvazione ufficiale di un autore, ammesso che questa abbia mai avuto luogo nei termini inferiti, costituisca per una traduzione un attestato incontestabile di valore e di “non-sostituibilità”, “e più non dimandare”… beh, mi sembra un modo di inquadrare la questione davvero asinino.
Che farcene, allora, di tutte quelle traduzioni che non hanno mai avuto e mai avranno l’approvazione dei rispettivi autori originali, per ovvi motivi? Certo, l’opinione di un autore come Tolkien avrebbe senz’altro avuto un peso, soprattutto per gli aspetti linguistici e filologici legati all’uso particolare della lingua presente nel SdA e per la faccenda dei nomi propri, ma una traduzione è composta da molti altri elementi, sui quali un madrelingua non può che essere avvantaggiato nel giudizio. Nessuna opinione personale è da accogliere in blocco, senza pensiero critico, così come nessuna opinione è da rigettare in blocco.
Ritorneremo in seguito su questi aspetti, che sono (come chiunque immaginerà facilmente) tornati in auge in seguito al rilascio della nuova traduzione del Signore degli Anelli, fin dal suo annuncio tacciata di non poter mai rivaleggiare con la traduzione “storica”, proprio in virtù di questo presunto imprimatur d’autore. Come tutti i pre-giudizi, anche questo rischia di essere incredibilmente superficiale. I problemi inerenti ciascuna delle traduzioni nulla hanno a che fare con la posizione dell’autore su una di esse, semmai con la capacità di ciascun traduttore di accostarsi al pensiero e alla poetica dell’autore, facendosene interprete.
Per fare un esempio: un traduttore di Leopardi non avrà certo bisogno del feedback positivo dell’autore ormai defunto da tempo, ma la conoscenza (poniamo) del contenuto dello Zibaldone potrà rivelarsi chiave nella comprensione del suo pensiero e della sua poesia, e di conseguenza nella restituzione più aderente possibile del testo in traduzione.
Tornando alla nostra storia: il lavoro di traduzione venne portato avanti da Alliata nel corso di quell’anno fino al completamento del secondo volume (Le Due Torri). La Compagnia dell’Anello nell’edizione Astrolabio-Ubaldini fu mandata in stampa a fine novembre 1967, e i primi giorni di dicembre arrivò finalmente sugli scaffali delle librerie italiane il primo volume del Signore degli Anelli.
Vi risparmio l’interezza della rassegna stampa dell’epoca, che Oronzo Cilli nel suo libro ha riportato molto puntigliosamente: il romanzo fu recepito abbastanza positivamente dalla critica italiana, che ne elogiò la fantasia inesauribile e la sapienza filologica e letteraria. I commenti riguardo la traduzione erano abbastanza divisi, tra chi la considerava “curata e fedele”, “ammirevole; fedele al testo, pazientissima e linguisticamente in misura fuori del comune, con risultati quasi sempre ottimi”; e chi invece la giudicava più tiepidamente, sostenendo che i nomi fossero stati tradotti “invero non felicemente, evocando un clima da «Corriere dei Piccoli» […] che non ha nulla a che spartire […] con la robusta mitologia del Tolkien, il suo rigoroso volo fantastico, l’eletta compagine stilistica.” Tra i recensori di allora figurano: Gabriele Baldini, Giorgio Cingoli, Fausto Gianfranceschi, Giuseppe Tedeschi, Carlo Pagetti, Franco Vanni, Frida Ballini e Gianfranco de Turris. Le recensioni, quasi sempre entusiastiche nei confronti del romanzo, già riconoscevano gli elementi fondanti dell’opera di Tolkien: il rigore della costruzione di mondo (con tanto di mappe), la fondazione di una nuova mitologia e l’invenzione linguistica, e non ignoravano l’impatto che il romanzo esercitava in quegli anni nel resto del mondo: “diciotto edizioni in Inghilterra e altrettante in America”; la nascita di una “Società che pubblica un suo Journal interamente dedicato alla discussione e alla critica del libro: questa è la carta d’identità di un best-seller, è il biglietto da visita del favoloso Tolkien.”
A fronte di questa accoglienza più che ottima, il pubblico non sembrò essere colpito dall’avvento di questo romanzo, nonostante i dodici anni di “ritardo” rispetto alla prima occasione che si era presentata per la sua pubblicazione.
Lo sforzo, economico e logistico, profuso da Mario Ubaldini era stato notevole, e dava conto della fiducia che l’editore aveva investito nel progetto, ma purtroppo questo impegno non fu ripagato dalle vendite: delle circa tremila copie rilegate “se ne vendettero solo alcune centinaia di copie. Molte rese e molti libri invenduti” (Francesca Proto, dell’ufficio stampa di Astrolabio, testimonianza a Oronzo Cilli, 2012).
Il successo sperato si trasformò in un fallimento, e bloccò la pubblicazione del secondo volume, di cui la traduzione era già pronta, e l’avvio della traduzione del terzo volume, la cui uscita era stata ottimisticamente prevista per la primavera del 1968. Per Ubaldini questa indifferenza del pubblico rappresentò una grande delusione personale, e il successo che di lì a poco Il Signore degli Anelli avrebbe attraversato grazie al passaggio a Rusconi non fece che alimentare il suo senso di smacco e sconfitta, nonostante fosse del pari una prova che la sua intuizione si era rivelata esatta. D’altronde erano anni di grandi cambiamenti e trasformazioni nella società italiana, da un punto di vista culturale e sociale (si avvicinavano il ’68 e la Contestazione). La letteratura fantastica, fino ad allora assolutamente inusitata e incompresa anche presso le fasce di lettori più giovani, cominciava sottotraccia a emergere e a diffondersi, e così anche le sottoculture ad essa legate.
Come è normale in ogni processo di rielaborazione e appropriazione, anche Il Signore degli Anelli, anzi, l’opera di J. R. R. Tolkien nel suo complesso sarebbe stata amata, odiata, travisata, ideologizzata, attaccata, difesa, interpretata in tutte le salse, adottata come simbolo, trasformata in un santino o in una clava a seconda dei casi…
L’insuccesso del romanzo registrato alla fine degli anni ’60 si sarebbe trasformato in un clamoroso successo di lì a pochissimi anni, quando subentrò l’editore Edilio Rusconi.
Nel prossimo appuntamento parleremo di questa vicenda, che nel 1970 vide finalmente il completamento della pubblicazione della “trilogia”, e che si sviluppò nel decennio successivo, con un deciso cambio di prospettiva nell’accoglienza e interpretazione del fenomeno “Tolkien” nel nostro paese.
L’edizione Astrolabio de La Compagnia dell’Anello è entrata, a ragione, nella “leggenda” della storia della ricezione italiana dell’opera di Tolkien: oggetto ricercatissimo dai collezionisti (a causa della sua estrema rarità e dell’altissimo valore), è ancora oggi una testimonianza preziosissima dell’affascinante temperie storica che agitava l’Italia di quegli anni, con una delle prime apparizioni in assoluto nelle nostre librerie di letteratura fantastica.
Bibliografia:
Tolkien e l’Italia (2016) di Oronzo Cilli
Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien, ediz. Astrolabio (1967), trad. di Vittoria Alliata di Villafranca
The J. R. R. Tolkien: Companion and Guide (2006, revised & expanded ed. 2017) di Wayne G. Hammond e Christina Scull
Sitografia:
https://www.jrrtolkien.it/2010/10/27/come-il-signore-degli-anelli-non-fu-pubblicato-nel-1962/
https://www.jrrtolkien.it/2021/03/28/mario-ubaldini-luomo-che-porto-tolkien-in-italia/
https://www.tolkien.it/j-r-r-tolkien/tolkien-in-italia-una-breve-storia/
https://www.barbadillo.it/25525-cultura-di-g-de-turris-tolkien-in-italia-e-le-prime-traduzioni-una-storia-bibliografica/
https://www.lemonskin.net/io/23630/
https://www.lunieditrice.com/product/velania-la-mendola-tolkien-il-signore-degli-anelli-rusconi-storia-editoriale-italiana/
https://www.soronel.it/S00009.html
-Rúmil
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