A sud di Aman, tra la parete orientale delle Pelóri e il mare freddo e senza nome, c’è una striscia di terra che le cronache elfiche chiamano Avathar, “Le Ombre“, in un Quenya antico che alcune tradizioni dicono derivato direttamente dal Valarin, perchè quel luogo oscuro aveva un nome prima ancora che gli Elfi lo nominassero. In versioni più antiche della leggenda compariva come Arvalin; il nome si è perso, sostituito da qualcosa di più vicino all’origine.
Non è un regno. Non ha confini, né città, né strade. È una striscia di terra mangiata dal mare nel corso delle ere, dimenticata, dove solo le rocce resistevano al logorio del Tempo, e le ombre erano “le più profonde e spesse del mondo”. I Valar non la guardavano mai: la loro vigilanza era sempre rivolta a nord, verso Angband e i ghiacci che congiungevano Aman alla Terra di Mezzo. A sud non c’era nulla, o almeno così credevano.
Ungoliant vi risiedeva. Le cronache elfiche tramandano che in ere remote ella fosse discesa dall’oscurità che circonda esternamente Arda, quando Melkor per primo aveva guardato con invidia la luce nel regno di Manwë. E i testi più antichi dicono ch’ella giunse in effetti con il Vala, salvo poi abbandonarlo e prendere dimora a Sud di Valinor, ove poteva essere padrona della propria fame, lontana dagli assalti dei Valar e dai cacciatori di Oromë. Ad Avathar aveva trovato una cavità nella roccia e vi aveva tessuto le sue nere ragnatele. Succhiava tutta la luce che riusciva a raggiungere, dai varchi nelle Pelóri, dalle stelle, e la filava in reti di tenebra. Ma la sua stessa opera l’aveva intrappolata: i grovigli da lei tessuti le oscuravano la luce, i viventi erano fuggiti lontano, e lei stessa, si dice, era ridotta alla fame. Non aveva più la forza di andarsene.
Melkor la trovò lì. Si era allontanato da Valinor in segreto, muovendosi verso sud, ancora capace, in quel momento, di cambiare forma o camminare senza corpo, anche se con dolore. Quando si presentò a lei, aveva assunto la forma del Signore Oscuro di Utumno: alto, nero e terribile. Non la cambiò più, da quel giorno in poi. Ungoliant aveva paura di lui e si ritirò nel fondo della sua tana. Lui la chiamò fuori con parole di scherno: “Tre volte sciocca: ad avermi lasciato per prima, a languire qui a portata di banchetti infiniti, e ora a sfuggirmi, me, il Donatore di Doni, la tua unica speranza!”. Così le disse Melkor, e quando le parole non bastarono, la minacciò di seppellirla viva sotto la pietra nera. Poi aprì le mani e le mostrò due gemme verdi che brillavano nell’oscurità come occhi di una bestia in agguato, illuminando le irte rocce di Avathar d’un bagliore di smeraldo.
Ungoliant temeva Manwë e di Varda, quegli esseri luminosi, ancor più che Melkor. Ma le gemme — e la promessa di una luce maggiore — vinsero la paura. Melkor promise di darle “qualunque cosa la sua brama desiderasse, con entrambe le mani“, e rise nel suo cuore mentre parlava, perché pensava di non dover rispettare nulla, una volta compiuto il disegno.
Ungoliant tessé allora la sua veste di non-luce: non un semplice buio, ma un mantello di oscurità in cui le cose sembravano cessare di esistere e che nessun occhio poteva attraversare, perché era vuoto. Poi cominciò a salire, arrampicandosi di sporgenza in sporgenza, finché non raggiunse la cima di Hyarmentir — la montagna più alta di quella regione del mondo.
Lì si fermò a riposare. I suoi occhi fiochi scorsero in lontananza il bagliore delle stelle nella volta di Varda e la luce di Valmar. Lentamente si risvegliarono e presero fuoco.
Poi cominciò a scendere, nell’oscurità, verso il Reame Benedetto, con Melkor al suo fianco. Ezellohar fu la loro prima meta.






