Fra una parete e l’altra della gola, l’Oscuro Signore aveva costruito un bastione di roccia. In esso si apriva un unico cancello di ferro e sul suo parapetto le sentinelle montavano la guardia ininterrottamente. Ai piedi dei colli, da ambedue i lati, erano state scavate nella roccia centinaia di caverne e di buchi, ove un esercito di Orchi attendeva il segnale per precipitarsi fuori come formiche nere in guerra. Nessuno poteva oltrepassare i Denti di Mordor senza sentirne il morso, a meno di non essere stato invitato da Sauron, o di conoscere i segreti lasciapassare che aprivano Morannon, il nero cancello del suo paese.

I due Hobbit fissarono le torri e le mura con disperazione.

«Inutile. Non possiamo andare avanti. Sméagol l’aveva detto. Aveva detto: andremo al Cancello e poi vedremo. E adesso vediamo davvero. Oh sì, tesoro mio, che vediamo. Sméagol sapeva che gli Hobbit non potevano passare di qui. Oh sì, Sméagol lo sapeva».

«E allora perché diamine ci hai portati sin qui?», disse Sam, poco disposto ad essere equo e ragionevole.

«Il padrone l’ha detto. Il padrone dice: Portaci al Cancello. E buon Sméagol lo fa. Il padrone l’ha detto, saggio padrone».

«Infatti», disse Frodo. Il suo volto era teso e severo, ma risoluto. Era sporco, magro, sfinito, ma non più curvo, ed i suoi occhi erano limpidi. «Lo dissi, perché intendo entrare a Mordor e non conosco altra via. Quindi entrerò da qui. Desidero che nessuno mi accompagni».

Le porte di Mordordi Rubén Belloso Adorna

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