Legolas si voltò, poggiando una freccia contro la corda, benché il tiro fosse lungo per il suo piccolo arco. Ma mentre stava per scoccare il colpo, la sua mano cadde, e la freccia scivolò per terra. Lanciò un grido di sbigottimento e di terrore.
Due grandi figure apparvero: trasportavano grosse lastre di pietra, che scaraventarono sulla voragine onde adoperarle come passerelle sul fuoco. Non erano però esse a colmare l’Elfo di spavento. I ranghi degli Orchetti si erano aperti, ed avevano ceduto il passo raggruppandosi lontano, come se anche loro fossero impauriti.

Qualcosa giungeva alle loro spalle. Non si riusciva a distinguere cosa fosse: era come una grande ombra, nel mezzo della quale si trovava una forma scura di dimensioni umane, o anche più grossa; potere e terrore parevano sprigionarsi da essa e precederla.
Giunse all’orlo della voragine di fuoco, e la luce s’offuscò, come se una nube vi si fosse posata sopra. Poi d’impeto varcò il baratro.
Con un ruggito le fiamme s’innalzarono in segno di saluto, intrecciandosi intorno a lui; un fumo nero turbinò nell’aria. La criniera svolazzante dell’oscura forma prese fuoco, avvampando. Nella mano destra teneva una lama pari a un’acuminata lingua di fuoco, e nella sinistra una frusta dalle molte code.
«Ahi! Ahi!», gemette Legolas. «Un Balrog! È venuto un Balrog!».
Gimli guardava fisso con occhi sbarrati. «Il Flagello di Durin!», gridò, lasciando cadere la sua ascia e coprendosi il viso.
«Un Balrog», mormorò Gandalf. «Adesso capisco». Vacillò, e si sostenne faticosamente col bastone. «Che sorte malefica! Ed io sono già stanco».





