La battaglia di Dagorlad, di John Howe

Le Paludi Morte sono tra quei luoghi della Terra di Mezzo dove i morti non riposano, ma restano: sotto il pelo immobile delle loro acque nere, vicini quasi da poterli toccare, e insieme  infinitamente lontani, giacciono corpi e volti: d’Elfi, d’Uomini e di Orchi, alcuni fieri e nobili, altri crudeli e deformi, tutti egualmente pallidi, tutti egualmente perduti. Non sono sepolti. Sono lì, affiorati, con le alghe tra i capelli e una luce spettrale negli occhi, a guardare in alto chiunque passi — e ad attenderlo. Qui, molto tempo prima della Guerra dell’Anello, fu combattuto, ucciso, pianto. Ma non è questo il loro significato più grande.

 

Il Passaggio delle Paludi, di Alan Lee
Il Passaggio delle Paludidi Alan Lee

Le Paludi Morte non sono la traccia di una guerra: sono quel che di una guerra rimane quando non v’è più alcuna gloria da celebrare. Non un sepolcro, non un monumento, non un cippo a commemorare vincitori e vinti. Solo un acquitrino sterminato in cui vi affondarono insieme, indistinguibili, nella comune prospettiva dell’oblio e della corrosione.

 

Le Paludi Morte si stendevano a nord-ovest del Dagorlad e a sud-est degli Emyn Muil, sulla soglia settentrionale di Mordor: una distesa fetida e sconfinata di pozze, canali e melme molli, dove il terreno solido cedeva a ogni passo e l’acqua non riusciva a scorrere né a seccarsi. Non c’erano sentieri, se non quelli che pochi conoscevano; e sopra tutto ristagnava un lezzo di putredine e un silenzio rotto solo dal gorgoglio del fango.

Di notte, sopra le pozze, danzavano piccole fiamme pallide — quelle che i viandanti chiamavano le candele dei morti. E sotto le fiamme, nell’acqua, i volti.

 

Le paludi non erano sempre state così. Alla fine della Seconda Era, nella pianura del Dagorlad, si combatté la Battaglia di Dagorlad: lo scontro nel quale l’Ultima Alleanza di Elfi e Uomini, guidata da Gil-galad e da Elendil, infranse gli eserciti di Sauron e li respinse fin dentro Mordor. Fu una vittoria pagata con molte morti: Elfi, Uomini e creature del Nemico caddero a migliaia su quella piana, e molti furono spinti a morire nelle paludi che già ne lambivano il margine: tra loro gran parte degli Elfi di Lórien, condotti da Amdír loro re, che proprio in quei pantani perì con i suoi, punito dalla sua stessa audacia.

I caduti furono in gran parte sepolti ai bordi dell’acquitrino. Ma la palude era un organismo vivente, affamato di terra e ossa: nel corso della Terza Era crebbe, si allargò, e a poco a poco inghiottì le tombe. Così accadde che i sepolcri si aprirono sotto l’acqua, e i volti dei morti riaffiorarono a fior d’acqua, a fissare il cielo. La palude non custodiva i suoi morti: li esibiva.

 

Le Paludi Morte, di Inger Edelfeldt
Le Paludi Mortedi Inger Edelfeldt

E nel corso dei secoli, il cimitero che custodiva continuò a crescere. Due millenni dopo, nel 1944 della Terza Era, il re Ondoher di Gondor fu sorpreso e ucciso proprio a Dagorlad da un’orda di predoni venuti dall’Est, i Carrieri; e molti dei suoi soldati, sbandati e in fuga, finirono inghiottiti dalle Paludi Morte. Poco dopo la sorte si rovesciò, quando Eärnil II, suo successore, sconfisse gli invasori nella Battaglia del Campo, e questa volta furono i predoni superstiti a essere ricacciati nei pantani.

 

Vincitori e vinti, di guerra in guerra, di secolo in secolo, tutti furono accolti dalle paludi con il medesimo soffocante abbraccio.

 

Nell’ultima età del mondo, le Paludi Morte tornarono a incrociare le grandi storie. Nel 3017 della Terza Era fu ai loro margini che Aragorn, nella sua lunga caccia, catturò infine la creatura chiamata Gollum. E qualche tempo più tardi furono proprio quei pantani a essere attraversati dal Portatore dell’Anello: Frodo e Sam, guidati da Gollum lungo una via nascosta che egli solo conosceva, li varcarono nel loro cammino verso i cancelli di Mordor.

Fu là che Frodo vide i volti. Le luci danzavano sull’acqua, e sotto di esse i morti lo guardavano con i loro occhi spenti; ed egli, come rapito da un incantesimo, si chinò verso di loro, quasi volesse toccarli, quasi volesse raggiungerli. E persino Gollum, creatura di tenebra, sapeva che quei morti non si potevano toccare: perché toccarli significava andare con loro.

 

 

Le Paludi Morte sono probabilmente la più chiara meditazione sulla guerra che queste antiche storie ci hanno tramandato. Una riflessione priva di gloria e priva di eroi, che mostra solo ciò che la guerra lascia davvero: deserti, cimiteri, mancanze.  Non tombe, ma acqua stagnante; non nomi, ma volti anonimi; non soddisfazione per i giusti e punizione per i crudeli, ma un’unica livellante e marcescente sepoltura.

E questo è, in fondo, il costo di ogni grande vittoria.

 

Una Nota

Tolkien stesso suggerì che l’immagine delle Paludi Morte potesse nascere dalla sua esperienza diretta nella Prima guerra mondiale, e in particolare dalla battaglia della Somme, dove le buche d’artiglieria della terra di nessuno si riempivano di pioggia e di cadaveri di entrambi gli schieramenti, galleggianti nell’acqua fangosa. È uno dei casi in cui il mito affonda le radici nella storia più cruda del Novecento e nell’esperienza diretta del suo autore.

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