Dalle LETTERE DI J. R. R. TOLKIEN (1914-1973) [3] - Dalla Lettera 131

Estratti dalla Lettera 131 a Milton Waldman – fine 1951

[1]

[…] In ordine di tempo, sviluppo e creazione, questo materiale è cominciato con me – anche se non penso che questo interessi altri che me. Voglio dire, non riesco a ricordare un’epoca in cui non stessi costruendo questo racconto. Molti bambini creano, o cominciano a creare, linguaggi immaginari. Io ho cominciato a creare questo non appena ho imparato a scrivere. Ma non mi sono mai fermato, e naturalmente, come professore di filologia (interessato particolarmente all’estetica del linguaggio) ho cambiato i miei gusti, migliorato la teoria, e probabilmente anche la mia capacità creativa. Dietro le mie storie esiste ora una serie di linguaggi (la cui struttura è per lo più solo abbozzata). Ma a quelle creature che io in inglese chiamo, in modo inesatto, elfi * [* Sottintendendo l’antico significato della parola, che restò in vigore fino a Spenser; maledizione a Will Shakespeare e alle sue dannate ragnatele.] ho attribuito due linguaggi correlati quasi completi, la cui storia è scritta, e le cui forme (che rappresentano due aspetti diversi del mio gusto linguistico) sono scientificamente dedotte da un’origine comune. Da questi linguaggi derivano quasi tutti i nomi che appaiono nelle mie leggende. Questo conferisce un certo carattere (una coesione, uno stile linguistico consistente, e un’illusione di storicità) alla nomenclatura, almeno così credo, che manca ad altri lavori analoghi.
Non tutti considereranno importante questa faccenda come io la considero, «condannato» come sono ad una particolare sensibilità in questo settore.

 

Tolkien Daydreams by David Luebbert

[2]

[…] Ab initio una passione per me ugualmente fondamentale è stata quella per il mito (non l’allegoria!) e per le storie fantastiche, e soprattutto per le leggende eroiche a metà fra la fiaba e la storia, di cui esistono troppi pochi esempi nel mondo (a me accessibili) per la mia fame. Ero studente quando il pensiero e l’esperienza mi rivelarono che questi interessi non sono contrastanti – i poli opposti di scienza e romanzo – ma intimamente connessi. Non sono «colto» * [* Benché vi abbia riflettuto sopra parecchio.] per quanto riguarda mito e fiabe, tuttavia, perché in questi due settori (da quando ricordo) ho sempre cercato materiale, cose di un certo sapore, e non semplicemente conoscenza. Inoltre – e qui spero di non apparire assurdo – fin dall’inizio ero costernato dalla povertà della mia amata terra: non aveva storie veramente sue (legate alla sua lingua e al suo territorio), non comunque del tipo che cercai e trovai nelle leggende di altre terre.
C’era molto di greco, e di celtico, di romanzo, germanico, scandinavo, e finlandese (che mi influenzò molto); ma niente di inglese, tranne materiale impoverito all’interno di racconti e poesie popolari.
Naturalmente c’era ed esiste tuttora tutto il ciclo arturiano, ma pur nella sua potenza, è solo imperfettamente naturalizzato, legato alla terra di Britannia ma non all’inglese; e non rimpiazza quello di cui sentivo la mancanza. Perché da un lato sotto l’aspetto di «fiaba» è troppo esagerato e fantastico, incoerente e ripetitivo. E dall’altro, cosa più importante, è legato alla religione cristiana e ne parla esplicitamente.
Per motivi che non starò qui a spiegare, questo mi sembra fatale. Il mito e la fiaba devono, come tutte le forme artistiche, riflettere e contenere fusi insieme elementi di verità morale e religiosa (o di errore), ma non esplicitamente, non nella forma conosciuta del mondo «reale», primario. (Sto parlando, naturalmente, della nostra situazione attuale, non dell’antica epoca pagana, pre-cristiana. E non ripeterò quello che ho cercato di spiegare nel mio saggio, che tu hai letto).

 

Ritratto di J. R. R. Tolkien by Nicole DeClerck

[3]

[…] Non mi piace l’allegoria – l’allegoria usata consapevolmente e intenzionalmente – tuttavia ogni tentativo di spiegare il significato del mito o della fiaba deve usare un linguaggio allegorico. (E, naturalmente, più una storia ha «vita» più sarà suscettibile di essere interpretata allegoricamente: mentre se un’allegoria consapevole è ben fatta sarà molto più accettabile come storia). Comunque tutto questo materiale è per lo più legato alla Caduta, alla Morte, e alla Macchina. Alla Caduta inevitabilmente, e questo motivo si presenta in numerosi aspetti. Alla Morte, specialmente perché condiziona l’arte e il desiderio creativo (o come dico io, sub-creativo) che non sembra avere una funzione biologica, ma sembra anzi lontano dalle soddisfazioni della nostra ordinaria vita biologica,
con cui, nel nostro mondo, di solito c’è un conflitto. Questo desiderio all’inizio si sposa ad un amore appassionato del mondo reale primario, e poi si riempie del senso di morte, e ne resta tuttavia insoddisfatto. Ha varie possibilità di caduta. Può diventare possessivo, legato alle cose fatte a «sua immagine», il sub-creatore desidera essere Dio e Signore della sua creazione privata. Si ribellerà contro le leggi del Creatore – specialmente contro la morte. Queste cose (una o tutte) porteranno a desiderare il Potere, per rendere la volontà efficace più rapidamente, e si arriverà così alla Macchina (o alla Magia). Con quest’ultima io intendo l’uso che si fa di mezzi esterni (apparatus) invece che lo sviluppo dei poteri interiori o talenti; o anche l’uso di questi talenti con lo scopo corrotto di dominare: imporsi con la forza sul mondo reale o su altre volontà. La Macchina è la forma moderna più lampante di questa volontà di potenza, benché sia molto più simile alla Magia di quanto generalmente non si voglia riconoscere.

-Rúmil

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